Italiani in lockdown, emergono nuove abitudini di acquisto

Cresce fra gli italiani il livello di preoccupazione per l’emergenza coronavirus, e se ora gli acquisti si concentrano sui beni di prima necessità a cambiare sono anche le strategie per fare la spesa. E il giudizio sui brand si “raffredda”.

Questi i primi effetti del lockdown sulle abitudini e i consumi degli italiani registrati dal monitoraggio settimanale di GfK sulle conseguenze del Covid-19 su stili di vita e strategie di consumo. I risultati riferiti alla prima settimana del lockdown evidenziano quindi un consumatore in costante e rapida evoluzione.

Nel carrello i beni essenziali, ma anche i libri

Ancora in crescita le preoccupazioni degli italiani, sia per la diffusione del Coronavirus (+11%) sia per la situazione economica attuale e futura, e aumenta anche la paura di non trovare nei negozi i prodotti di cui si ha bisogno, specialmente al Sud. I consumi si concentrano quindi sempre più sui beni essenziali, e cala la voglia di fare acquisti, anche online. Gli italiani mettono nel carrello soprattutto prodotti come pane, latte, farina, zucchero, prodotti per l’igiene personale, disinfettanti, acqua e surgelati. Tra le categorie che resistono ci sono però i libri, che tornano a essere un bene necessario per un numero crescente di persone.

L’importo medio della spesa cresce del +26%

Dopo la prima settimana di acquisti “compulsivi”, ma poco organizzati, e una seconda caratterizzata da un incremento della frequenza degli acquisti, durante la prima settimana di lockdown gli italiani sembrano aver elaborato nuove strategie. L’importo medio della spesa cresce del +26% e si fanno acquisti più attenti, per evitare di dover tornare spesso in negozio. Si annullano poi le differenze tra giorni infrasettimanali e sabato, solitamente il più importante per la spesa, a cresce ancora la penetrazione del canale online (+16%).

Verso un nuovo consumatore post-traumatico L’isolamento forzato in casa sta cambiando sicuramente anche il modo in cui gli italiani si rapportano con i brand. Rispetto alla settimana precedente, GfK registra un giudizio maggiormente positivo sulla Distribuzione, mentre le aziende sono viste come poco attive, e poco vicine. Mai come oggi i consumatori chiedono ai brand una maggiore capacità di entrare in sintonia con il sentiment del momento. Rimane da capire cosa cambierà quando tutto questo sarà finito. Le aziende avranno a che fare con un consumatore “post-traumatico”, con nuove abitudini di consumo, nuove paure, e nuovi stili di vita. Ma anche desideri inespressi che emergeranno alla fine della quarantena

WhatsApp a quota 2 miliardi di utenti. La sicurezza è la priorità

WhatsApp raggiunge i due miliardi di utenti, ed è seconda solo a Facebook, che ne conta 2 miliardi e mezzo. Al centro dell’impegno dell’app di messaggistica più usata in tutto il mondo resta però, ora più che mai, il tema della sicurezza.

“Siamo consapevoli che con l’aumentare delle connessioni tra gli utenti cresce anche la necessità di protezione – si legge in una nota rilasciata dalla società di Mark Zuckerberg -. Trascorriamo sempre più tempo online ogni giorno e, per questo motivo, proteggere le nostre conversazioni è più importante che mai. Ecco perché ogni messaggio privato inviato tramite WhatsApp è protetto con la crittografia end-to-end per impostazione predefinita”.

La crittografia forte agisce come un blocco digitale indistruttibile

 “Le conversazioni private che una volta erano possibili solo di persona, possono ora avvenire su grandi distanze attraverso chat istantanee e videochiamate – continua la nota -. La crittografia forte agisce come un blocco digitale indistruttibile che mantiene al sicuro le informazioni inviate sulla chat aiutandoti a proteggerti da hacker e criminali. I messaggi vengono conservati solo sul tuo telefono e nessuno altro può leggere cosa scrivi o ascoltare le tue chiamate, nemmeno noi. Le vostre conversazioni private restano tra di voi”, assicura la società, che ha anche lanciato un sito dedicato alla privacy, riporta Ansa.

Fermare l’uso improprio dell’applicazione senza sacrificare la privacy

Con la crittografia forte le informazioni inviate quindi restano al sicuro, e gli utenti sono protetti da hacker e criminali. I messaggi inoltre vengono conservati soltanto sugli smartphone degli utenti, e nessun altro può leggere cosa viene scritto o ascoltare le chiamate. D’altronde, “La crittografia forte è una necessità nella vita moderna – spiega la società -. Non scenderemo a compromessi sulla sicurezza perché ciò renderebbe le persone meno sicure. Per una protezione ancora maggiore, collaboriamo con i migliori esperti di sicurezza, impieghiamo tecnologie leader del settore per fermare l’uso improprio della nostra applicazione e mettiamo a disposizione controlli e modi per segnalare problemi, senza sacrificare la privacy”, riferisce CorriereComunicazioni.

Come proteggere l’account ancora di più

Sono tante le opzioni di WhatsApp per proteggere privacy e aumentare sicurezza del proorpio account. La verifica in due passaggi, ad esempio, aggiunge un ulteriore livello di protezione, richiedendo il pin a sei cifre durante il ripristino e la verifica dell’account. Questo aiuta a prevenire l’accesso all’account in caso di furto della scheda sim o nel caso in cui il numero di telefono venga compromesso, si legge su la Repubblica.  
Inoltre, WhatsApp offre agli utenti la possibilità di aumentare la sicurezza del proprio account con il Touch ID e il Face ID per iPhone e il Fingerprint lock per Android. Come con molte app bancarie, si può anche decidere di permettere a WhatsApp di bloccare automaticamente l’app non appena viene chiusa, o dopo prolungati periodi di inattività.

I vantaggi dello smart working, più tempo per la famiglia e meno emissioni

Lo smart working conviene a tutti. I vantaggi del lavoro subordinato, ma senza vincoli di orario e di sedi, si traducono in un risparmio di tempo e denaro per i lavoratori, risparmi economici da parte dei datori di lavoro, e circa 42 tonnellate di anidride carbonica in meno per l’ambiente. Più tempo a disposizione per la famiglia, meno inquinamento nell’aria, e meno denaro speso per lavoratori e aziende, quindi. È questo il risultato del progetto Smart Companies Mantova, la  sperimentazione di smart working avviata nel 2017 e condotta dal Comitato imprenditoria femminile della Camera di Commercio di Mantova, in collaborazione con Ats, Regione Lombardia e Comune di Mantova. I risultati dell’esperimento sono stati presentati a Mantova nel corso di un convegno, a cui ha partecipato anche il ministro per la famiglia e le pari opportunità Elena Bonetti.

Quasi 45 ore in più in un anno da reinvestire nel tempo libero

La sperimentazione è durata tre anni, ha coinvolto 21 imprese di varie dimensioni e 250 persone. E per ogni giorno di smart working nel triennio è risultato che lavorando a casa il tragitto così evitato dal proprio domicilio al lavoro e viceversa, ha restituito a ogni lavoratore smart mediamente 56 minuti di tempo. Pari a quasi 45 ore di “tempo vita” in un anno. Il tempo risparmiato è stato reinvestito per il 69% nella famiglia, nel tempo libero e nello sport, e per il restante 31% nel lavoro.

Più di 304 mila chilometri evitati e 42 tonnellate di anidride carbonica in meno nell’aria

Grazie ai chilometri non percorsi, quantificati in più di 304 mila, anche l’aria di Mantova e del suo hinterland è stata meno inquinata. Infatti, sono state evitate emissioni pari a 42 tonnellate di anidride carbonica, per il cui assorbimento sarebbe stata necessaria l’attività di 2.792 alberi, riporta Ansa.

Ogni smart worker fa risparmiare 513 euro all’anno all’azienda

Sotto il profilo economico tutto questo si traduce in un risparmio complessivo, per tutti gli smart workers coinvolti nei tre anni, di 780 mila euro, pari a una media di 22 euro al giorno risparmiato, tra spese di trasporto, servizi scuola, baby sitting e altro. Il beneficio economico per le aziende, inoltre, è stato stimato in 513 euro all’anno risparmiati per ogni smart worker coinvolto, ottenuto grazie al tempo re-investito e alla maggiore concentrazione che porta a una maggiore produttività.

Italia campionessa di eco investimenti: nel 2019 sono 300mila le imprese coinvolte

Le imprese italiane si stanno muovendo sempre più, e sempre meglio, in direzione della sostenibilità. Economia circolare, riciclo, attenzione green sono tutte parole che nell’imprenditoria di casa nostra non restano vuote, ma che anzi si caricano di fatti e concretezza. La conferma di questa tendenza già in atto arriva dai numeri: nel 2019 la quota di imprese tricolore attive negli eco investimenti ha raggiunto il 21,5%, pari a un valore assoluto di quasi 300.000 imprese (una quota superiore del +7,2% rispetto al 2011). I dati sono emersi da Greenitaly 2019, decimo rapporto della Fondazione Symbola e di Unioncamere, promosso in collaborazione con Conai, Ecopneus e Novamont, con la partnership di Fondazione Cariplo, Si.Camera, Ecocerved e il patrocinio del Ministero dell’Ambiente.

Un impresa su tre si sviluppa in ottica green

Dai numeri ai fatti: le imprese italiane dell’industria e dei servizi con dipendenti che hanno investito in prodotti e tecnologie verdi nel periodo 2015-2018 o prevedono di farlo entro la fine del 2019 sono 432.000. Questa quota rappresenta quasi un’impresa italiana su tre, il 31,2% dell’intera imprenditoria extra-agricola. Nel comparto del manufatturiero questa tendenza è ancora più rilevante e arriva a quota 35,8%. Una cifra davvero importante e soprattutto in continua ascesa.

L’Italia più avanti rispetto ad altri Paesi europei

“A differenza del Manifesto dei 181 manager americani, il nostro Manifesto di Assisi – ha dichiarato ad Askanews il presidente di Symbola, Ermete Realacci, parlando del documento che sarà presentato il 24 gennaio 2020 – racconta un Paese che già c’è, un punto di forza per il futuro. Noi per esempio sull’economia circolare siamo molto più avanti della Germania con il 79% di rifiuti totali avviati al riciclo, contro il 55% della Francia, il 49% del Regno Unito e il 43% della Germania. È un’Italia che fa l’Italia, che non perde la propria anima, è insieme innovativa e in grado di affrontare le sfide del futuro senza lasciare indietro nessuno. Inoltre è una partita fondamentale per l’Europa”.

“Finalmente – ha osservato il presidente di Assolombarda, Carlo Bonomi – i numeri sono incontestabili e dicono che l’impresa non è quel modello mordi e fuggi che si vuole far passare quando si parla di nuove Iri. La sostenibilità oggi viene dal basso, la fanno le imprese, anche perché sono obbligate, ma questa è realtà”.

Minacce persistenti, nel 2020 gli attacchi saranno più sofisticati

Il panorama degli attacchi mirati cambierà nei prossimi mesi. Il trend mostra che le Advanced Persistent Threats (APT), le minacce persistenti, cresceranno in termini di sofisticazione e diventeranno più mirate, diversificandosi sotto l’influenza di fattori esterni, come lo sviluppo e la diffusione del machine learning, l’aumento di tecnologie per il deepfake o le tensioni sulle rotte commerciali tra Asia e Europa.

I ricercatori di Kaspersky hanno condiviso le previsioni per il 2020, sviluppate sulla base dei cambiamenti osservati dal Global Research and Analysis Team nel corso del 2019, allo scopo di supportare la community di sicurezza informatica con linee guida e insight utili.

Violazione delle informazioni personali, dal deep fake alle violazioni del DNA

Dopo il numero elevato di violazioni dei dati avvenute negli ultimi anni, la quantità di informazioni personali trapelate e rese accessibili ha reso più semplici gli attacchi mirati. Lo standard si è quindi elevato, e nel 2020 i criminali informatici si immergeranno più in profondità alla ricerca di dati sempre più sensibili, come ad esempio quelli biometrici.

I ricercatori di Kaspersky hanno evidenziato una serie di tecnologie chiave che potrebbero attirare le vittime nelle trappole degli attaccanti. Tra queste, l’uso di video e audio di tipo Deep Fake, che oltre a poter essere automatizzati supportano il profiling e la creazione di truffe e schemi di ingegneria sociale.

Attacchi false flag e minacce mirate

Gli attacchi false flag verranno perfezionati e i threat actor proveranno non solo a evitarne l’attribuzione, ma cercheranno attivamente di far ricadere la responsabilità su altri. Commodity malware, script, strumenti di sicurezza pubblicamente disponibili o software gestionali, combinati a un paio di false flag per i quali i ricercatori cercando indizi, potrebbero essere sufficienti per dirottare la “paternità” della minaccia verso altri gruppi criminali.

Invece di concentrarsi su attività che rendono irrecuperabili i dati, una novità a cui potremmo assistere è inoltre quella che vede i criminali concentrati su attività di intimidazione, ovvero i criminali potrebbero minacciare le aziende vittime di esporre pubblicamente i loro dati.

Nuove capacità di intercettazione e metodi di esfiltrazione dei dati

Nuove regolamentazioni bancarie nell’UE aprono la strada a nuovi vettori di attacco, e si assisterà a un numero più elevato di attacchi alle infrastrutture e a dispositivi diversi dai PC.

Inoltre, i cybercriminali stanno sviluppando nuove capacità di intercettazione e metodi di esfiltrazione dei dati. E l’uso di supply chain continuerà a essere uno dei metodi di consegna più complessi da contrastare. Al contempo, gli APT mobile si svilupperanno più velocemente, e l’abuso delle informazioni personali crescerà, armato di IA. Un po’ come alcune tecniche discusse per influenzare le preferenze di voto attraverso i social media. Questa tecnologia è già in uso ed è solo questione di tempo prima che qualche attaccante ne approfitti.

Pubblica amministrazione, quella italiana spende di più

Più di 100 miliardi: questo l’ammontare nel 2018 delle spese ordinarie della Pubblica amministrazione italiana, che secondo l’Ufficio studi della Cgia è la più spendacciona d’Europa. Più in particolare, per la manutenzione ordinaria, gli acquisti di cancelleria, le spese energetiche e di esercizio dei mezzi di trasporto, i servizi di ricerca-sviluppo e di formazione del personale acquistati all’esterno, la quota annuale per l’acquisto dei macchinari e altre spese ordinarie nel 2018 lo Stato centrale, le sue articolazioni periferiche, le Regioni e gli Enti locali hanno speso 100,2 miliardi di euro.

Nel 2017 la spesa per i consumi intermedi si è attestata al 5,5% del Pil

Nel 2017, l’ultimo anno in cui è possibile la comparazione tra i Paesi, la media dei Paesi dell’area dell’euro per i consumi intermedi si è attestata al 5,1% del Pil, mentre la nostra Pa ha speso il 5,5%, la Spagna il 5%, la Francia il 4,9%, e la Germania il 4,8%. Tra il 2010 e il 2014 la dinamica delle uscite relative a questa tipologia di spesa si era pressoché arrestata. Tuttavia, con il superamento della fase più critica dei conti pubblici, tale aggregato di costo è tornato ad aumentare. Negli ultimi 5 anni, ad esempio, la crescita è stata del 9,2% (+8,5 miliardi in valore assoluto), mentre l’inflazione, sempre nello stesso periodo di tempo, è aumentata solo del 2%.

“Rendere più efficiente l’utilizzo delle risorse pubbliche ha funzionato poco”

”Malgrado il grande lavoro svolto dalla Consip per rendere più efficiente e trasparente l’utilizzo delle risorse pubbliche il contenimento della spesa ha funzionato poco o, addirittura, non è stato conseguito”, sottolinea il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo. Non è da escludere, inoltre, che la ripresa della spesa per consumi intermedi avvenuta in Italia negli ultimi anni sia riconducibile “agli effetti restrittivi che gli uffici preposti agli acquisti hanno subito tra il 2010 e il 2014 – aggiunge il segretario della Cgia Renato Mason -. È altresì utile ricordare che dopo anni in cui le manutenzioni ordinarie e le riparazioni sono rimaste pressoché bloccate, una volta ridata la possibilità di riattivarle, si è tornati a spendere in misura copiosa, anche perché gli interventi lo richiedevano”.

I servizi ospedalieri registrano l’uscita più importante

Quanto alla spesa delle principali voci a cui fanno capo le diverse funzioni sono i servizi ospedalieri a registrare l’uscita più importante, pari, nel 2017, a 16,4 miliardi di euro. Tale voce include gli acquisti di beni e servizi per gestire il sistema sanitario ospedaliero (funzionamento, ispezione e amministrazione). Segue la gestione dei rifiuti, con 10,1 miliardi di euro, compresivi dei costi di raccolta, trattamento, smaltimento, e dei servizi di amministrazione, vigilanza, funzionamento o supporto a queste attività. La terza voce di spesa si riferisce invece ai servizi ambulatoriali, costati 8,9 miliardi di euro. Un’uscita che ha coperto l’acquisto di beni e servizi per gestire il sistema sanitario non ospedaliero, il suo funzionamento, l’ispezione e l’amministrazione.

Le grandi imprese evadono più di quelle piccole

L’entità dell’evasione contestata alle grandi imprese è assai maggiore di quella delle piccole aziende e dei lavoratori autonomi. Secondo la Cgia di Mestre, la maggiore imposta media accertata per ogni singola grande azienda nel 2018 è stata pari a poco più di 1 milione di euro, per la media impresa di 365.111 euro e per la piccola di 63.606 euro. In pratica, le grandi aziende evadono 16 volte in più rispetto alle imprese minori.

“Una maggiore attenzione verso questi soggetti sarebbe auspicabile – dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo – visto che le modalità di evasione delle holding non è ascrivibile alla mancata emissione di scontrini o ricevute, bensì al ricorso alle frodi doganali, alle frodi carosello, alle operazioni estero su estero e alle compensazioni indebite”.

Quasi il 40% delle società di capitali registra un reddito in perdita o in pareggio

La Cgia ricorda che secondo i dati delle dichiarazioni dei redditi relativi al 2018, il reddito medio dichiarato delle persone fisiche è stato di 25.290 euro, quello delle società di persone 34.260 euro e quello delle società di capitali solo 34.670 euro. Un dato condizionato al ribasso, poiché poco meno del 40% del totale delle società di capitali registra un reddito in perdita o in pareggio.

L’accertamento fiscale scatta quindi quando i dati forniti da aziende e contribuenti sono diversi rispetto a quelli in possesso dall’Amministrazione finanziaria. Che si attiva quando ritiene che l’impresa, ad esempio, abbia sottostimato il reddito o usufruito di detrazioni/deduzioni non dovute.

Nel 2018 accertati 3% piccoli imprenditori, 14% medi e 32% grandi

Il numero di accertamenti fiscali sul totale delle imprese presenti in ogni singola tipologia dimensionale mostra che nel 2018 l’attività del fisco ha interessato il 3% dei piccoli, il 14% dei medi e il 32% dei grandi imprenditori. Secondo la Cgia, poiché il numero delle piccole e micro imprese è maggiore rispetto a quello delle medie e grandi imprese, parrebbe più sensato rafforzare l’attività accertativa sulle prime. “Anche perché l’attività accertativa su una piccola impresa è più semplice – aggiunge Zabeo – richiede meno tempo, meno costi e un numero più contenuto di personale rispetto alle risorse e allo sforzo che si devono impiegare quando si controlla una media e grande impresa”.

“Con una pressione fiscale inferiore molti evasori marginali diventerebbero onesti”

“Grandi o piccoli che siano – aggiunge il segretario della Cgia Renato Mason – gli evasori vanno perseguiti ovunque si nascondino. Tuttavia, se il nostro fisco fosse meno esigente, lo sforzo richiesto sarebbe più contenuto e probabilmente ne trarrebbe beneficio anche l’Erario. Con una pressione fiscale inferiore, molti che oggi sono evasori marginali diventerebbero contribuenti onesti. Ricordo che la nostra giustizia civile è lentissima, la burocrazia ha raggiunto livelli ormai insopportabili e la Pubblica amministrazione rimane la peggiore pagatrice d’Europa: nonostante queste inefficienze, la richiesta del nostro fisco si colloca su livelli elevatissimi e, per tali ragioni, appare del tutto ingiustificata”.

Il clima cambia, e modifica l’entità delle alluvioni in Europa

I fiumi che inondano le pianure alluvionali causano danni enormi in tutto il mondo, stimati in oltre 100 miliardi di dollari all’anno. La relazione tra cambiamenti climatici e gravità delle piene fluviali finora però non era stata accertata, e a livello globale sembra non esistano tendenze coerenti. Ma un progetto di ricerca internazionale guidato dalla Vienna University of Technology per la prima volta ha dimostrato che su scala europea questa tendenza è reale. Lo studio dimostra infatti che i mutamenti nell’entità delle piene alluvionali osservate negli ultimi decenni possono essere attribuiti ai cambiamenti climatici.

Uno studio basato su dati rilevati negli ultimi 50 anni in tutta Europa

Il professor Günter Blöschl della Vienna University of Technology, esperto di piene fluviali, ha diretto un studio internazionale in cui sono stati coinvolti 35 gruppi di ricerca europei, tra i quali l’Università di Padova e il Politecnico di Torino. Lo studio ha analizzato i dati provenienti da 3738 stazioni di misura di portate fluviali in tutta Europa per il periodo dal 1960 al 2010.

“Un’atmosfera più calda può immagazzinare più acqua – spiega Günter Blöschl -. Tuttavia questo non è l’unico aspetto rilevante del fenomeno”, perché i cambiamenti delle piene sono molto più complessi.

Gli effetti non sono ovunque i medesimi

L’effetto del cambiamento nel clima non è lo stesso ovunque, riporta Askanews. Nell’Europa centrale e nordoccidentale l’entità delle piene è in aumento perché aumentano le precipitazioni e l’umidità del suolo. In Europa meridionale invece livelli di piena tendono a diminuire, poiché i cambiamenti climatici si traducono in una riduzione delle precipitazioni e una maggiore evaporazione dell’acqua dal suolo per l’aumento delle temperature.

Tuttavia, per i piccoli corsi d’acqua le piene potrebbero diventare più severe a causa di una maggiore frequenza di temporali e per effetto della deforestazione.

Anche nell’Europa orientale le piene stanno diminuendo di entità, principalmente a causa delle più elevate temperature, che riducono lo spessore dello strato di neve durante la stagione invernale.

In Italia a rischio i corsi d’acqua più piccoli e quelli urbani

Esistono quindi scenari coerenti, in linea con le previsioni degli impatti del cambiamento climatico. “Questo indica che il cambiamento climatico è già in atto”, afferma Blöschl.

Per quanto riguarda la situazione italiana lo studio evidenzia come l’entità delle alluvioni dei corsi d’acqua di dimensione medio-grande, fatta eccezione per l’arco alpino, risulti in media ridotta negli ultimi 50 anni. Una tendenza però non ancora accertata sui corsi d’acqua di ridotte dimensioni e sui tratti urbani dei corsi d’acqua, ovvero quelli che hanno creato i recenti disastri nel nostro Paese. Per questi ultimi, sensibili a piogge intense di breve durata, ci si aspetta un quadro decisamente più complesso. Soprattutto a causa del trend degli eventi temporaleschi evidenziati dal Politecnico di Torino.

Instagram contro il bullismo, messaggi violenti oscurati

Instagram scende in campo contro il cyberbullismo e attiva due nuove funzioni. La prima  si chiama Restrict, e oscura i messaggi dei molestatori senza che questi lo sappiano, mentre la seconda si basa sull’intelligenza artificiale e dà la èossibilità al “bullo” di pensarci bene prima di inviare un messaggio dannoso.

In realtà sul social bloccare i molesti è già possibile, ma dato che “i giovani sono riluttanti a bloccare o segnalare il loro persecutore – spiega Adam Mosseri, a capo di Instagram – poiché ciò potrebbe aggravare la situazione, specialmente se interagiscono con lui nella vita reale”, si è reso necessario implementare questi nuovi strumenti.

Bloccare i messaggi molesti senza che l’autore lo sappia

Con Restrict, una volta che gli utenti decidono di “limitare” un bullo i suoi commenti ai loro post vengono oscurati, risultando leggibili solo al bullo stesso. Gli utenti possono però renderli visibili decidendo di volta in volta se approvarli o meno, riporta Ansa. Utilizzando questa nuova opzione l’utente può quindi limitare l’interazione di un altro utente con il proprio account senza farglielo sapere. Se si decide di limitare qualcuno, i suoi commenti sui propri post saranno visibili praticamente solo al bullo di turno, a meno che l’utente non approvi un commento per essere visto da tutti. Inoltre i potenziali bulli non saranno in grado di vedere se la potenziale vittima è attiva su Instagram o se ha letto i suoi messaggi, riferisce webnews.

“Sei sicuro di voler postare questo contenuto?”

In aggiunta, Instagram sta sperimentando anche una funzione basata sull’intelligenza artificiale, che avverte gli utenti se il commento che stanno per pubblicare rischia di essere considerato offensivo. In pratica si dà modo alle persone di riflettere ed eventualmente fare marcia indietro prima di postare un messaggio. All’utente viene infatti chiesto: “Sei sicuro di voler postare questo contenuto?”, e appare un pulsante per annullare il commento prima della pubblicazione. Secondo Mosseri questa opzione incoraggia gli utenti a ricredersi: se hanno la possibilità di riflettere decidono di postare qualcosa di meno dannoso,.

Due strumenti basati sulla comprensione del fenomeno

“Possiamo fare molto di più per prevenire che il bullismo avvenga su Instagram, anche per responsabilizzare le vittime di bullismo per difendersi da soli – aggiunge Mosseri -. Questi strumenti sono fondati su una profonda comprensione di come le persone bullizzano e come altre rispondono al bullismo su Instagram, ma sono solo due passaggi di un percorso più lungo”.

In ogni caso, i test degli strumenti anti bullo inizieranno nelle prossime settimane, mentre le funzioni saranno disponibili entro la fine del 2019.

 

Il lavoro agile fa aumentare la produttività

Lavorare con più flessibilità e libertà, con tempi e ritmi meno rigidi. Insomma, lavorare in maniera più agile. Un nuovo modo di pensare e vivere il lavoro di cui la declinazione più conosciuta è lo smart working, regolamentato per legge dal 13 giugno 2017. Questa nuova modalità di lavorare si sta affermando con sempre più successo, mentre una volta si temeva che penalizzasse la produttività e il coinvolgimento del lavoratore, poiché privo di controllo e punti di riferimento, e a rischio isolamento. Al contrario, lo smart working mostra di non incidere affatto sul rendimento, diffondendosi con maggiore convinzione tra le aziende. E le cifre lo dimostrano.

Una nuova forma di cultura aziendale

Secondo la ricerca di Top Employers Institute, l’ente certificatore globale delle eccellenze in ambito Hr, la galoppata trionfale del lavoro agile dimostra che l’81% delle aziende esaminate lo considera una nuova forma di cultura aziendale, che favorisce la collaborazione tra dipendenti e una loro valutazione efficace e continua. Un nuovo modo di vivere e considerare il lavoro che si riflette anche nella progettazione e sistemazione degli uffici: l’81% delle aziende, infatti, provvede a un restyling degli ambienti, sia fisici sia virtuali per adattarli alle nuove esigenze dei lavoratori agili. E anche la comunicazione tra manager e collaboratori si adegua. Tanto che il 70% delle aziende utilizza i social media e li considera strumenti-chiave per una comunicazione efficace e diretta.

Mobile learning, tecnologie collaborative, e retribuzione smart

Il lavoro agile è una realtà che trova uno dei suoi maggiori punti di forza nell’ambito formazione e sviluppo, dove le soluzioni smart, con l’utilizzo del mobile learning e tecnologie collaborative, sono adottate dal 70% delle aziende. Una cifra inimmaginabile pochi anni fa, se si considera che nel 2015 la percentuale era meno della metà e si fermava al 32%. Ancora più significativi sono i dati nel campo della retribuzione e benefit, dove le modalità smart si sono quasi quintuplicate in soli 4 anni. Oggi per il 57% delle aziende i dipendenti possono scegliere elementi specifici all’interno del loro piano di retribuzione e benefit, mentre nel 2015 la percentuale era ferma al 12%.

Nel 2019 in Italia sono 305.000 i lavoratori agili

“Da una parte il lavoro agile offre adattabilità, flessibilità, agilità e libertà, dall’altra richiede l’aprirsi a nuove categorie concettuali che ribaltano certezze fino a ieri inamovibili. Ecco allora la necessità di saper passare dal concetto top-down di profitto a quello di obiettivo condiviso, dalla gerarchia al networking, dal controllo al coinvolgimento”, osserva Federica Marucci, Research Project manager di Top Employers Institute Italia.

Il dato più eclatante, riporta Adnkronos, però è quello della produttività. Secondo una ricerca presentata dalla School of Management del Politecnico di Milano i 305.000 lavoratori agili in Italia del 2019 (il 60% in più rispetto al 2013) garantiscono un aumento della produttività del +15%.