Sviluppatori, dopo l’emergenza è boom di richieste

Gli sviluppatori italiani, compresi quelli freelance, stanno vivendo un momento di grande dinamicità. L’emergenza legata al coronavirus e il lockdown, infatti, tra i tanti danni hanno invece spalancato le porte a molteplici possibilità di lavoro. La tendenza è emersa dall’indagine condotta da BitBoss startup innovativa incubata presso l’Incubatore di Imprese Innovative del Politecnico di Torino, con l’intento di scattare una fotografia dell’ecosistema degli sviluppatori di software in Italia.

Più richieste di collaborazioni

Proprio dalla ricerca si scopre che, al contrario di quanto accaduto per tante professioni, le misure per il contenimento del contagio hanno provocato un incremento in termini di volume delle richieste di collaborazione fatte a coloro che svolgono la professione di sviluppatore in proprio. Il 35,5% del campione intervistato, infatti, dichiara di aver registrato un aumento della mole di lavoro. Solo il 17,3% ammette di aver subito una flessione negativa durante i mesi di lockdown, mentre la restante parte sostiene di non aver affrontato mutamenti significativi. Il bilancio del settore, con simili percentuali, è perciò largamente positivo.

Digitalizzazione, ormai è una necessità

“Con alta probabilità, l’impatto positivo sul settore dei developers freelance è stato causato dalla spinta alla digitalizzazione attuata dalle imprese che hanno visto mutare le abitudini di consumo dei propri clienti. Ciò che emerge dai dati, è che l’ecosistema degli sviluppatori indipendenti dimostra di essere in salute, di avere grandi potenzialità e di essere stato in grado di crescere nonostante il contesto economico difficilissimo” ha commentato Tommaso Salvetti, amministratore delegato e co-founder di BitBoss. “Con pochi anni di formazione mirata (che può avvenire anche in autonomia), chiunque, in qualsiasi parte d’Italia, può stringere sinergie con aziende situate in qualsiasi parte del mondo, favorendo lo sviluppo del proprio territorio. Studenti, famiglie e istituzioni sono consapevoli di questa opportunità?”.

L’identikit dello sviluppatore made in Italy

I professionisti italiani di questo specificano settore si occupano principalmente di soluzioni in ambito web, siti e app, applicazioni mobile e software per computer. Circa il 25% degli sviluppatori intervistati possiede una laurea coerente con la professione intrapresa. Questi esperti operano principalmente da casa per committenti finali e società che si occupano di sviluppo software. Più del 25% degli intervistati dichiara di sviluppare per più di 50 ore a settimana. Solo l’8,6% abbandonerebbe con certezza la libertà di un lavoro autonomo in favore della maggior sicurezza di un lavoro subordinato. Buoni anche i compensi dichiarati: il 71% degli sviluppatori con più di 5 anni di esperienza non applica mai tariffe giornaliere lorde inferiori ai 150 euro, mentre il 52% non scende mai sotto il tetto dei 200 euro al giorno.

Casa più green e conviviale. Le nuove abitudini post Covid-19

Gli italiani hanno maturato nuove abitudini e nuove esigenze legate al modo di vivere la propria abitazione. E se il tempo dedicato alla cucina è in crescita, il 29% degli italiani ora invita spesso gli amici a mangiare a casa. Ma è sempre più diffusa anche la passione per la cura delle piante, con il 39% degli italiani che dedica più tempo al giardinaggio, e il 27% che possiede un orto. Durante il lockdown avere una casa con uno sfogo all’aperto si è rivelata una risorsa fondamentale. Balconi, terrazzi, e per i più fortunati, anche giardini e orti, sono stati un vero salvavita durante questo periodo così duro. Questi spazi però rimangono centrali anche nella nuova fase dell’emergenza, in cui la casa rimane un punto di riferimento, ma con la bella stagione e le giornate calde si ha voglia di trascorrere più tempo all’aria aperta e in compagnia, continuando a sentirsi al sicuro e protetti.

La cura delle piante è un trend in crescita

Secondo i dati GfK Sinottica il 74% ha almeno un balcone, e quasi uno su due (47%) un terrazzo. Ancora più fortunato quel 42%  che vive in una casa con giardino. In questi spazi all’aperto si esprime la voglia di stare a contatto con il verde, tanto che uno dei trend in crescita negli ultimi anni è quello della cura delle piante: il 39% degli italiani dedica tempo al giardinaggio. Un dato in crescita del +3% rispetto al 2012 e del +13% tra i Baby Boomer. Ma non solo fiori e piante d’appartamento. Un quarto della popolazione (27%) possiede e coltiva un orto. Insieme allo smart working la maggiore richiesta di spazi green, possibilmente all’aperto, sarà sicuramente uno dei trend che influenzerà la nuova concezione di casa nei prossimi anni.

Comoda e accogliente, la casa deve raccontare di sé

Non più luogo da frequentare pienamente solo nei fine settimana, ma spazi e ambienti disegnati per rispondere alle esigenze di chi la abita durante tutto l’arco della giornata, quindi. Ma quali sono le attitudini e le aspettative degli italiani nei confronti della propria abitazione? In generale, dovrebbe essere un luogo caldo, fatto per la comodità e l’espressione del sé, per l’accoglienza di chi lo vive e per coltivare le relazioni. Il 58% degli italiani desidera infatti una casa dove gli oggetti e gli arredi raccontino la propria personalità. Un’ambizione particolarmente forte tra Millennial e Generazione X.

Cresce l’abitudine di invitare gli amici a cena

Il 29% degli italiani inoltre invita spesso gli amici a mangiare a casa propria (un’abitudine consolidata soprattutto tra i Millennial) e oltre la metà (55%) dichiara di dedicare molto tempo alla cucina. Anche questo un trend in crescita: +5% rispetto al 2012. La casa, il suo vissuto e i sui spazi verdi, offrono però anche interessanti spunti operativi alle aziende che lavorano in questi settori. 

In Italia a maggio mutui più bassi del mondo

Il lockdown ha determinato uno stop temporaneo alle compravendite di immobili, e con esse alla richiesta di mutui. Uno dei settori più colpiti dagli effetti collaterali del Coronavirus è stato proprio quello immobiliare, anche se con l’allentamento delle restrizioni il settore sta lentamente tornando alla normalità. Ma come sono cambiati i tassi in Italia, in Europa e in alcuni Paesi del mondo? Per rispondere a questa domanda Facile.it e Mutui.it hanno analizzato gli indici in 18 Stati, scoprendo che l’Italia è la nazione dove chiedere un finanziamento costa meno. L’analisi è stata effettuata prendendo in considerazione un immobile di valore pari a 180.000 euro, una richiesta di mutuo di 120.000 euro e un piano di restituzione ventennale.

Azzerata la distanza tra tasso fisso e variabile

Nel nostro Paese questo tipo di finanziamento è indicizzato con TAEG tra 0,75% e 0,80% se fisso, e fra 0,73% e 0,77% se variabile. L’Italia, inoltre, è anche l’unico Paese tra quelli analizzati dove la distanza in termini di punti percentuali tra tasso fisso e variabile si è azzerata, e in alcuni casi, il primo risulta addirittura più conveniente rispetto al secondo. In Europa, guardando al tasso fisso, si avvicinano ai valori italiani solo la Francia, dove il mutuo viene indicizzato allo 0,80%, e la Germania (0,83%). Fanno peggio, invece, alcuni Paesi europei che tradizionalmente avevano tassi di interesse più contenuti, o comunque simili a quelli italiani, come la Spagna, dove il finanziamento è indicizzato all’1,20%.

I mutuatari europei pagano di più

Sempre restando entro i confini europei, le indicizzazioni del tasso fisso (considerando il TAEG) vadano dall’1,40% della Danimarca, al 2,02% della Norvegia fino al 3,20% rilevato nel Regno Unito. Sebbene per la Svizzera e la Grecia sia stato possibile rilevare solo il TAN e non il TAEG, è evidente come anche i mutuatari di queste due nazioni si trovino a pagare tassi notevolmente maggiori, e pari, rispettivamente, all’1,26% e al 4,82%. Anche rispetto al tasso variabile tra i Paesi analizzati in Europa nessuno fa meglio dell’Italia, e le offerte rilevate vanno dallo 0,80% della Spagna fino al 3,10% del Regno Unito.

Negli USA il tasso fisso è sei volte quello italiano

Quali sono le condizioni applicate ai finanziamenti in altre parti del mondo? Considerando come indice di riferimento rilevabile in ogni nazione il TAN, e guardando ai tassi fissi, gli indici variano dall’1,85% di Singapore al 2,60% del Giappone, il 3,24% del Canada e il 4,65% della Cina. Negli USA, nonostante i valori siano scesi ai minimi storici nelle ultime settimane, il fisso resta intorno al 3%, vale a dire sei volte quello italiano (0,50%). Per i tassi variabili, invece, si va dall’1,68% di Singapore al 2,10% in Canada, il 2,50% di Hong Kong e il 2,69% dell’Australia.

Discorso a parte meritano economie emergenti come il Brasile o la Russia, dove i tassi fissi rilevati risultano davvero proibitivi, rispettivamente il 7,15% e il 10%.

Cibo e innovazione, italiani divisi fra tradizione e curiosità

Per i consumatori italiani l’innovazione alimentare è importante, anche se c’è chi preferisce non prendersi troppi rischi. Per molti un prodotto innovativo è un cibo già pronto, ma buono e sano, e alcuni mettono l’accento sulla sostenibilità e sulla proposta di nuovi sapori, prodotti però a partire dalla riscoperta di materie prime antiche o dimenticate. In ogni caso, la curiosità verso nuovi sapori e nuove emozioni associate al cibo riveste un ruolo fondamentale per la maggioranza dei consumatori. È quanto emerge dalla ricerca BVA/Doxa dal titolo L’innovazione nel food dal punto di vista del consumatore, secondo la quale per i più giovani è centrale l’apertura ad altre culture, e l’attenzione nei confronti della sostenibilità.

Il gusto resta una componente fondamentale

L’innovazione alimentare è una cosa seria per il 76% degli italiani, e 1 consumatore su 4 la considera molto importante. Anche perché non è soltanto una questione di scienza e tecnica, ma riguarda una dimensione emozionale. Per il 60% degli intervistati, infatti, innovazione è sinonimo di curiosità o esplorazione. Ma che cosa s’intende per innovazione alimentare? Secondo la ricerca il gusto resta una componente fondamentale. Al quale va però associato il legame con la tradizione alimentare italiana in un’ottica di ibridazione che punta alla rielaborazione e alla creazione di sapori nuovi e sorprendenti.

Innovativi, ma non troppo

Il 69% dei consumatori, però, è diviso fra esigenze contrastanti, come la necessità di seguire una dieta variata ed equilibrata e avere a disposizione cibi pratici da utilizzare e cucinare. Tra questi innovatori moderati rientrano gli “esploratori del giardino” (42%) e gli “esploratori curiosi” (27%). Per i primi, prevalentemente donne con figli, l’innovazione è un modo per portare novità nella cucina quotidiana, mentre per i secondi, composto in maggioranza da uomini, l’innovazione è un modo per stupirsi e aprirsi a esperienze inedite.

Ma oltre la maggioranza si presentano due poli opposti. Da un lato, ci sono gli “innovatori spinti” (15%), principalmente giovani attenti alle nuove tendenze in campo alimentare, dall’altro, i “tradizionalisti convinti” (16%), per cui le ricette tradizionali e familiari costituiscono un patrimonio da rispettare e tramandare.

New ready to eat, eco & safe e new tradition

Per il 37% il prodotto innovativo deve essere “new ready to eat”. L’innovazione è quindi associata a un alimento già pronto e facile da consumare. Per il 23% invece l’innovazione è qualcosa di “eco & safe”, ovvero un cibo prodotto con metodi di coltivazione o allevamento sostenibili. Un altro 23% poi guarda alla cosiddetta “new tradition”, una produzione alimentare che punta alla scoperta e alla diffusione di nuovi sapori che però mantengono una continuità con la tradizione. In questa categoria rientrano, ad esempio, i prodotti da forno che usano farine derivate dalla macinazione di grani antichi, o proposte alternative come la “carne non carne” e il mondo del plant based. Ma il 17% considera innovativa “la natura nel piatto”, con al centro il biologico e i cibi salutari.

Facebook e YouTube bloccano più fake news di Twitter

Bufale sui social legate al Coronavirus: Facebook e YouTube se la cavano meglio di Twitter nella lotta alla disinformazione sull’epidemia. A renderlo noto è uno studio dell’università di Oxford e del Reuters Institute, che ha esaminato 225 post pubblicati sui social media e sottoposti a fact checking. Dei 225 post, giudicati falsi, ben il 59% è rimasto indenne su Twitter, riuscita quindi a bloccare, o comunque a etichettare come bufala, solo 4 fake news su 10 (41%). YouTube invece ha fermato il 73% dei post, e Facebook il 76%, lasciandone passare circa 1 su 4, il 24%.

Fake news, il 59% sono notizie manipolate e il 38% inventate di sana pianta

Da gennaio a marzo, si legge nello studio, il numero di controlli sulle notizie in circolazione in lingua inglese è aumentato del 900%. Nel merito delle fake news, per il 59% si tratta di notizie spesso vere che vengono manipolate, distorte, ricontestualizzate e rielaborate, mentre il 38% sono inventate di sana pianta. Sui social, tuttavia, a circolare di più sono le notizie manipolate, che danno vita all’87% delle interazioni, ovvero a un coinvolgimento maggiore da parte degli utenti, mentre le notizie completamente inventate rappresentano il 12%, riporta Ansa.

Il 20% delle bufale proviene da politici o celebrità

Per quanto riguarda le fonti della disinformazione, le notizie provenienti da politici, celebrità e altre figure di spicco costituiscono il 20% delle bufale prese in esame, ma danno vita al 69% del coinvolgimento sui social. Quanto ai contenuti, la categoria più presente, il 39%, riguarda dichiarazioni manipolate o inventate in merito ad azioni e norme di autorità pubbliche, compresi rappresentanti dei governi e autorità internazionali, come l’Oms e l’Onu.

Ma la maggior parte di contenuti falsi è generato da persone comuni  

La maggior parte di contenuti falsi però viene generato da persone comuni. In alcuni casi non è stato possibile analizzare a fondo la portata della notizia diffusa, in quanto l’analisi non è in grado di tracciare la diffusione tramite canali privati o le applicazioni di messaggistica istantanea, riferisce Tomshw.it.

In ogni caso, questo dimostra che la lotta alla disinformazione è più importante che mai. Anche perché le bufale legate alla diffusione del Covid-19 hanno portato in alcuni casi anche a gesti estremi. Come è accaduto in Gran Bretagna, dove sono state bruciate alcune centraline di rete per la credenza a una correlazione fra il Coronavirus e il 5G.

Italiani in lockdown, emergono nuove abitudini di acquisto

Cresce fra gli italiani il livello di preoccupazione per l’emergenza coronavirus, e se ora gli acquisti si concentrano sui beni di prima necessità a cambiare sono anche le strategie per fare la spesa. E il giudizio sui brand si “raffredda”.

Questi i primi effetti del lockdown sulle abitudini e i consumi degli italiani registrati dal monitoraggio settimanale di GfK sulle conseguenze del Covid-19 su stili di vita e strategie di consumo. I risultati riferiti alla prima settimana del lockdown evidenziano quindi un consumatore in costante e rapida evoluzione.

Nel carrello i beni essenziali, ma anche i libri

Ancora in crescita le preoccupazioni degli italiani, sia per la diffusione del Coronavirus (+11%) sia per la situazione economica attuale e futura, e aumenta anche la paura di non trovare nei negozi i prodotti di cui si ha bisogno, specialmente al Sud. I consumi si concentrano quindi sempre più sui beni essenziali, e cala la voglia di fare acquisti, anche online. Gli italiani mettono nel carrello soprattutto prodotti come pane, latte, farina, zucchero, prodotti per l’igiene personale, disinfettanti, acqua e surgelati. Tra le categorie che resistono ci sono però i libri, che tornano a essere un bene necessario per un numero crescente di persone.

L’importo medio della spesa cresce del +26%

Dopo la prima settimana di acquisti “compulsivi”, ma poco organizzati, e una seconda caratterizzata da un incremento della frequenza degli acquisti, durante la prima settimana di lockdown gli italiani sembrano aver elaborato nuove strategie. L’importo medio della spesa cresce del +26% e si fanno acquisti più attenti, per evitare di dover tornare spesso in negozio. Si annullano poi le differenze tra giorni infrasettimanali e sabato, solitamente il più importante per la spesa, a cresce ancora la penetrazione del canale online (+16%).

Verso un nuovo consumatore post-traumatico L’isolamento forzato in casa sta cambiando sicuramente anche il modo in cui gli italiani si rapportano con i brand. Rispetto alla settimana precedente, GfK registra un giudizio maggiormente positivo sulla Distribuzione, mentre le aziende sono viste come poco attive, e poco vicine. Mai come oggi i consumatori chiedono ai brand una maggiore capacità di entrare in sintonia con il sentiment del momento. Rimane da capire cosa cambierà quando tutto questo sarà finito. Le aziende avranno a che fare con un consumatore “post-traumatico”, con nuove abitudini di consumo, nuove paure, e nuovi stili di vita. Ma anche desideri inespressi che emergeranno alla fine della quarantena

WhatsApp a quota 2 miliardi di utenti. La sicurezza è la priorità

WhatsApp raggiunge i due miliardi di utenti, ed è seconda solo a Facebook, che ne conta 2 miliardi e mezzo. Al centro dell’impegno dell’app di messaggistica più usata in tutto il mondo resta però, ora più che mai, il tema della sicurezza.

“Siamo consapevoli che con l’aumentare delle connessioni tra gli utenti cresce anche la necessità di protezione – si legge in una nota rilasciata dalla società di Mark Zuckerberg -. Trascorriamo sempre più tempo online ogni giorno e, per questo motivo, proteggere le nostre conversazioni è più importante che mai. Ecco perché ogni messaggio privato inviato tramite WhatsApp è protetto con la crittografia end-to-end per impostazione predefinita”.

La crittografia forte agisce come un blocco digitale indistruttibile

 “Le conversazioni private che una volta erano possibili solo di persona, possono ora avvenire su grandi distanze attraverso chat istantanee e videochiamate – continua la nota -. La crittografia forte agisce come un blocco digitale indistruttibile che mantiene al sicuro le informazioni inviate sulla chat aiutandoti a proteggerti da hacker e criminali. I messaggi vengono conservati solo sul tuo telefono e nessuno altro può leggere cosa scrivi o ascoltare le tue chiamate, nemmeno noi. Le vostre conversazioni private restano tra di voi”, assicura la società, che ha anche lanciato un sito dedicato alla privacy, riporta Ansa.

Fermare l’uso improprio dell’applicazione senza sacrificare la privacy

Con la crittografia forte le informazioni inviate quindi restano al sicuro, e gli utenti sono protetti da hacker e criminali. I messaggi inoltre vengono conservati soltanto sugli smartphone degli utenti, e nessun altro può leggere cosa viene scritto o ascoltare le chiamate. D’altronde, “La crittografia forte è una necessità nella vita moderna – spiega la società -. Non scenderemo a compromessi sulla sicurezza perché ciò renderebbe le persone meno sicure. Per una protezione ancora maggiore, collaboriamo con i migliori esperti di sicurezza, impieghiamo tecnologie leader del settore per fermare l’uso improprio della nostra applicazione e mettiamo a disposizione controlli e modi per segnalare problemi, senza sacrificare la privacy”, riferisce CorriereComunicazioni.

Come proteggere l’account ancora di più

Sono tante le opzioni di WhatsApp per proteggere privacy e aumentare sicurezza del proorpio account. La verifica in due passaggi, ad esempio, aggiunge un ulteriore livello di protezione, richiedendo il pin a sei cifre durante il ripristino e la verifica dell’account. Questo aiuta a prevenire l’accesso all’account in caso di furto della scheda sim o nel caso in cui il numero di telefono venga compromesso, si legge su la Repubblica.  
Inoltre, WhatsApp offre agli utenti la possibilità di aumentare la sicurezza del proprio account con il Touch ID e il Face ID per iPhone e il Fingerprint lock per Android. Come con molte app bancarie, si può anche decidere di permettere a WhatsApp di bloccare automaticamente l’app non appena viene chiusa, o dopo prolungati periodi di inattività.

I vantaggi dello smart working, più tempo per la famiglia e meno emissioni

Lo smart working conviene a tutti. I vantaggi del lavoro subordinato, ma senza vincoli di orario e di sedi, si traducono in un risparmio di tempo e denaro per i lavoratori, risparmi economici da parte dei datori di lavoro, e circa 42 tonnellate di anidride carbonica in meno per l’ambiente. Più tempo a disposizione per la famiglia, meno inquinamento nell’aria, e meno denaro speso per lavoratori e aziende, quindi. È questo il risultato del progetto Smart Companies Mantova, la  sperimentazione di smart working avviata nel 2017 e condotta dal Comitato imprenditoria femminile della Camera di Commercio di Mantova, in collaborazione con Ats, Regione Lombardia e Comune di Mantova. I risultati dell’esperimento sono stati presentati a Mantova nel corso di un convegno, a cui ha partecipato anche il ministro per la famiglia e le pari opportunità Elena Bonetti.

Quasi 45 ore in più in un anno da reinvestire nel tempo libero

La sperimentazione è durata tre anni, ha coinvolto 21 imprese di varie dimensioni e 250 persone. E per ogni giorno di smart working nel triennio è risultato che lavorando a casa il tragitto così evitato dal proprio domicilio al lavoro e viceversa, ha restituito a ogni lavoratore smart mediamente 56 minuti di tempo. Pari a quasi 45 ore di “tempo vita” in un anno. Il tempo risparmiato è stato reinvestito per il 69% nella famiglia, nel tempo libero e nello sport, e per il restante 31% nel lavoro.

Più di 304 mila chilometri evitati e 42 tonnellate di anidride carbonica in meno nell’aria

Grazie ai chilometri non percorsi, quantificati in più di 304 mila, anche l’aria di Mantova e del suo hinterland è stata meno inquinata. Infatti, sono state evitate emissioni pari a 42 tonnellate di anidride carbonica, per il cui assorbimento sarebbe stata necessaria l’attività di 2.792 alberi, riporta Ansa.

Ogni smart worker fa risparmiare 513 euro all’anno all’azienda

Sotto il profilo economico tutto questo si traduce in un risparmio complessivo, per tutti gli smart workers coinvolti nei tre anni, di 780 mila euro, pari a una media di 22 euro al giorno risparmiato, tra spese di trasporto, servizi scuola, baby sitting e altro. Il beneficio economico per le aziende, inoltre, è stato stimato in 513 euro all’anno risparmiati per ogni smart worker coinvolto, ottenuto grazie al tempo re-investito e alla maggiore concentrazione che porta a una maggiore produttività.

Italia campionessa di eco investimenti: nel 2019 sono 300mila le imprese coinvolte

Le imprese italiane si stanno muovendo sempre più, e sempre meglio, in direzione della sostenibilità. Economia circolare, riciclo, attenzione green sono tutte parole che nell’imprenditoria di casa nostra non restano vuote, ma che anzi si caricano di fatti e concretezza. La conferma di questa tendenza già in atto arriva dai numeri: nel 2019 la quota di imprese tricolore attive negli eco investimenti ha raggiunto il 21,5%, pari a un valore assoluto di quasi 300.000 imprese (una quota superiore del +7,2% rispetto al 2011). I dati sono emersi da Greenitaly 2019, decimo rapporto della Fondazione Symbola e di Unioncamere, promosso in collaborazione con Conai, Ecopneus e Novamont, con la partnership di Fondazione Cariplo, Si.Camera, Ecocerved e il patrocinio del Ministero dell’Ambiente.

Un impresa su tre si sviluppa in ottica green

Dai numeri ai fatti: le imprese italiane dell’industria e dei servizi con dipendenti che hanno investito in prodotti e tecnologie verdi nel periodo 2015-2018 o prevedono di farlo entro la fine del 2019 sono 432.000. Questa quota rappresenta quasi un’impresa italiana su tre, il 31,2% dell’intera imprenditoria extra-agricola. Nel comparto del manufatturiero questa tendenza è ancora più rilevante e arriva a quota 35,8%. Una cifra davvero importante e soprattutto in continua ascesa.

L’Italia più avanti rispetto ad altri Paesi europei

“A differenza del Manifesto dei 181 manager americani, il nostro Manifesto di Assisi – ha dichiarato ad Askanews il presidente di Symbola, Ermete Realacci, parlando del documento che sarà presentato il 24 gennaio 2020 – racconta un Paese che già c’è, un punto di forza per il futuro. Noi per esempio sull’economia circolare siamo molto più avanti della Germania con il 79% di rifiuti totali avviati al riciclo, contro il 55% della Francia, il 49% del Regno Unito e il 43% della Germania. È un’Italia che fa l’Italia, che non perde la propria anima, è insieme innovativa e in grado di affrontare le sfide del futuro senza lasciare indietro nessuno. Inoltre è una partita fondamentale per l’Europa”.

“Finalmente – ha osservato il presidente di Assolombarda, Carlo Bonomi – i numeri sono incontestabili e dicono che l’impresa non è quel modello mordi e fuggi che si vuole far passare quando si parla di nuove Iri. La sostenibilità oggi viene dal basso, la fanno le imprese, anche perché sono obbligate, ma questa è realtà”.

Minacce persistenti, nel 2020 gli attacchi saranno più sofisticati

Il panorama degli attacchi mirati cambierà nei prossimi mesi. Il trend mostra che le Advanced Persistent Threats (APT), le minacce persistenti, cresceranno in termini di sofisticazione e diventeranno più mirate, diversificandosi sotto l’influenza di fattori esterni, come lo sviluppo e la diffusione del machine learning, l’aumento di tecnologie per il deepfake o le tensioni sulle rotte commerciali tra Asia e Europa.

I ricercatori di Kaspersky hanno condiviso le previsioni per il 2020, sviluppate sulla base dei cambiamenti osservati dal Global Research and Analysis Team nel corso del 2019, allo scopo di supportare la community di sicurezza informatica con linee guida e insight utili.

Violazione delle informazioni personali, dal deep fake alle violazioni del DNA

Dopo il numero elevato di violazioni dei dati avvenute negli ultimi anni, la quantità di informazioni personali trapelate e rese accessibili ha reso più semplici gli attacchi mirati. Lo standard si è quindi elevato, e nel 2020 i criminali informatici si immergeranno più in profondità alla ricerca di dati sempre più sensibili, come ad esempio quelli biometrici.

I ricercatori di Kaspersky hanno evidenziato una serie di tecnologie chiave che potrebbero attirare le vittime nelle trappole degli attaccanti. Tra queste, l’uso di video e audio di tipo Deep Fake, che oltre a poter essere automatizzati supportano il profiling e la creazione di truffe e schemi di ingegneria sociale.

Attacchi false flag e minacce mirate

Gli attacchi false flag verranno perfezionati e i threat actor proveranno non solo a evitarne l’attribuzione, ma cercheranno attivamente di far ricadere la responsabilità su altri. Commodity malware, script, strumenti di sicurezza pubblicamente disponibili o software gestionali, combinati a un paio di false flag per i quali i ricercatori cercando indizi, potrebbero essere sufficienti per dirottare la “paternità” della minaccia verso altri gruppi criminali.

Invece di concentrarsi su attività che rendono irrecuperabili i dati, una novità a cui potremmo assistere è inoltre quella che vede i criminali concentrati su attività di intimidazione, ovvero i criminali potrebbero minacciare le aziende vittime di esporre pubblicamente i loro dati.

Nuove capacità di intercettazione e metodi di esfiltrazione dei dati

Nuove regolamentazioni bancarie nell’UE aprono la strada a nuovi vettori di attacco, e si assisterà a un numero più elevato di attacchi alle infrastrutture e a dispositivi diversi dai PC.

Inoltre, i cybercriminali stanno sviluppando nuove capacità di intercettazione e metodi di esfiltrazione dei dati. E l’uso di supply chain continuerà a essere uno dei metodi di consegna più complessi da contrastare. Al contempo, gli APT mobile si svilupperanno più velocemente, e l’abuso delle informazioni personali crescerà, armato di IA. Un po’ come alcune tecniche discusse per influenzare le preferenze di voto attraverso i social media. Questa tecnologia è già in uso ed è solo questione di tempo prima che qualche attaccante ne approfitti.