I mercati e i settori più promettenti del 2019

Quali saranno i paesi e i settori più promettenti per il mercato del 2019? Bulgaria, Vietnam, Indonesia, Marocco e Perù. Questi paesi infatti offriranno le migliori opportunità di sviluppo commerciale agli esportatori. Almeno, secondo l’analisi condotta da Atradius, la società parte del Grupo Catalana Occidente (GCO.MC), l’azienda spagnola di assicurazione e credito commerciale. Per questi paesi Atradius evidenzia un trend di crescita, in decisa  controtendenza rispetto al clima di incertezza che caratterizza la maggior parte dei mercati emergenti.

Bulgaria, buone opportunità nei settori dei beni di consumo durevoli

La Bulgaria, in netta controtendenza rispetto alla contrazione economica che ha colpito l’Europa Orientale, offrirà buone opportunità per gli esportatori internazionali, compresi quelli italiani, in particolare nei settori dei beni di consumo durevoli, degli alimenti e delle bevande. Il paese balcanico nel 2019 vedrà una crescita del Pil del 3,5%. Opportunità di sviluppo commerciale nel mercato bulgaro sono attese anche nei settori chimico e meccanico, che beneficiano delle sovvenzioni dell’UE e del sostegno del governo locale. Anche il settore agricolo, tradizionalmente uno dei settori principali del mercato bulgaro, registrerà una crescita della produzione, il che stimola la domanda d’importazione di fertilizzanti dall’estero.

Vietnam e Indonesia trainano l’export nel Sud-Est asiatico

Nel Sud-Est asiatico le prospettive di crescita commerciale per l’export sono offerte dal Vietnam, che si aspetta una crescita del Pil del +6,7%, soprattutto grazie al settore tessile (+5%), degli alimenti e bevande, e al settore chimico, in particolare, il segmento carburanti Questo, in seguito alla forte diversificazione dei mercati di sbocco al di fuori della Cina, penalizzata dalle tensioni commerciali con gli Usa. La domanda alimentare è motore di crescita anche in Indonesia, che mostra prospettive promettenti nei settori dei beni di consumo durevoli, e in quello degli alimenti e bevande. A mostrare un trend positivo è anche la domanda nel settore chimico, spinto dall’esplosione dell’e-commerce, nelle infrastrutture e nel settore dei macchinari.

Perù, Pil +4% nel 2019, e Marocco +3,3%

In America Latina importanti opportunità di crescita sono attese nel settore dell’industria primaria del Perù (Pil +4% nel 2019), dove l’aumento della pesca delle acciughe e una maggiore produzione di idrocarburi faranno da traino alla crescita del settore. Lo sviluppo del comparto minerario inoltre alimenta la crescita del settore costruzioni e grandi opere, e nei settori alimenti e bevande, e dei beni durevoli di consumo. Che, supportati da un ampio mercato interno e dall’elevata fiducia dei consumatori, rivelano un alto potenziale di crescita.

Tra i Paesi MENA, il Marocco è in corsa con una previsione di crescita del Pil del + 3,3% nel 2019, ed è pronto a offrire promettenti opportunità di crescita per l’export nel settore manifatturiero, in particolare nel comparto dell’industria automobilistica. A sostenere la performance anche i settori del turismo e dell’energia rinnovabile, per il quale l’obiettivo del governo è di aumentare la quota al 42% entro il 2020.

Tariffe cellulari, gli italiani vogliono (tanti) Giga. E il mercato risponde

Almeno 2 GB mensili per navigare dal proprio smartphone sono ormai davvero il minimo da offrire agli utenti. Tuttavia, gli italiani sono affamati di Internet e oggi i pacchetti con almeno 10 GB, così da navigare in serenità dai propri device, sono sempre più richiesti. E gli operatori rispondono con proposte sempre più convenienti.

Quali le tariffe più apprezzate?

Le tariffe mobili con più appeal sono quelle con 5-10 o addirittura 20 giga, che fino a due anni fa erano interessanti solo per pochi. A tal punto che gli operatori propongono tariffe con 20 giga a prezzi più convenienti delle offerte con meno internet, invitando a un uso più massiccio della rete. A rivelarlo è l’ultima indagine SosTariffe.it, che ha preso in esame i dati del proprio comparatore di telefonia nel corso dell’ultimo biennio (2017-18).

Cos’è cambiato negli ultimi due anni

Con buona probabilità ha giocato un ruolo importante nella “liberalizzazione” di internet da dispositivi mobili l’avvento recente di nuovi operatori virtuali, con le loro promozioni a basso costo comprensive di molti GB. Fatto sta che dalla differenza di richieste giunte al comparatore tra il 2017 e il 2018 emerge un dato chiaro: gli italiani vogliono essere iperconnessi e navigare senza pensieri né preoccupazioni per i GB consumati. In due anni le richieste degli utenti di SosTariffe.it di tariffe che comprendono da 1 a 5 gigabyte di internet hanno subito un netto calo (-76,5%), a vantaggio delle comparazioni riguardanti offerte che propongono da 6 a 10 gigabyte almeno (+143%). Ma le più gettonate stanno progressivamente diventando le tariffe con oltre 10 gigabyte (+405%).

Mai senza GB

Nel corso del 2017, la maggior parte degli utenti di SosTariffe.it (il 44,85% del totale) si accontentava di navigare con 2 gigabyte di traffico internet. Accanto ad essi, un gruppo un po’ più ristretto (30,57%) di esigenti che già avevano bisogno del doppio di dati (4 GB al mese). Meno ambite le tariffe con 3 gigabyte (6,85%) o un solo giga (9,79%). Nel 2018 le esigenze sono cambiate. La maggior parte degli utenti (32,42%) tende ad assicurarsi sempre i 2 gigabyte indispensabili per svolgere le proprie attività quotidiane sul web. Ma a seguire c’è anche un gruppo che ha bisogno almeno di 5 Gb (21, 47%). I famelici di dati mobili sono ancora una minoranza: ovvero coloro che hanno bisogno di 10 giga mensili (15,99%) o addirittura 20 gigabyte al mese (16, 14%).

I pacchetti da 5 o 20 GB hanno costi simili

Per chi vuole navigare di più oggi non occorre spendere troppo. I pacchetti con 5 giga inclusi e quelli con 20 gigabyte hannoo grosso modo lo stesso prezzo, cioè in media 15 euro. Un invito, implicito, a navigare di più spendendo lo stesso. Mentre invece, per assurdo, risultano meno convenienti quelle con un traffico internet di 10 gigabyte incluso nell’offerta, le quali si aggirano intorno a 21 euro.

Il digitale conquista la mobilità urbana in Italia

Mobilità urbana sempre più digitale in Italia, anche grazie al crescente fenomeno dei digital payments: la modernizzazione del Paese passa anche da qui. E’ la fotografia recentemente scattata dall’Osservatorio Acquisti Nexi, la PayTech delle banche, che ha diffuso i dati relativi ai pagamenti digitali effettuati nel 2018 tramite carta o app e dedicati agli spostamenti in città. Quest’anno gli italiani hanno speso 246 milioni di euro con strumenti digitali per spostarsi in città, con una crescita del 30%. Grandi investimenti da parte dei nostri connazionali per Car & Bike sharing, Taxi e trasporto privato con autista, trasporto pubblico su gomma o rotaia e parcheggi. Sono i settori in cui, dal dicembre 2017 al novembre 2018, la spesa ha registrato una crescita sostenuta con, in particolare, un delta positivo del 30% nell’ultimo trimestre.

Trasporto pubblico e auto privata con autista guidano le spese di mobilità

Nel dettaglio, nei 12 mesi presi in esame sono stati 114 i milioni di euro spesi nel trasporto pubblico (46.5% del totale), con un incremento nell’ultimo trimestre del +23,4% rispetto allo stesso periodo del 2017. Dei comparti analizzati è il settore più caratterizzato da trend stagionali, in particolare nel mese di settembre, in occasione del rinnovo degli abbonamenti. Con 84.3 milioni di spesi (34.3% del totale) seguono i trasporti tramite Taxi e auto privata con autista, settori che registrano un incremento nell’ultimo trimestre oltre la media (Taxi +34.8%) grazie al contributo significativo apportato dalle aziende di trasporto privato operanti tramite App. La spesa degli italiani effettuata nel 2018 per parcheggi e Car Sharing, che si attesta – rispettivamente – a 24 e 20 milioni di Euro (9.7% e 8.1% del totale). A completare il quadro dei comparti analizzati con una spesa comparata più modesta, ma con trend di crescita più dinamici, i servizi di Bike Sharing: 3.7 milioni di euro (1.5% del totale), +157.1% nell’ultimo trimestre, rispetto allo stesso periodo del 2017.

Il trend di un Paese sempre più digital

Questi dati confermano che l’Italia si sta orientando sempre più verso una trasformazione digitale a 360 gradi.  “La mobilità urbana è rappresentativa di un trend del paese che si sta fortemente digitalizzando in diversi ambiti e processi, grazie anche alla possibilità data dai pagamenti digitali”, ha dichiarato l’Head of market insights Nexi, Francesco Pallavicino, che vede un futuro caratterizzato da “una forte crescita delle piattaforme digitali che abilitano in modo semplice e diretto tutte le attività quotidiane”.

Lavoro: previsti 1.111.550 nuovi contratti, ma permane la difficoltà di reperiment

Se i nuovi contratti di lavoro previsti entro gennaio 2019 sono 1.111.550, permane la difficoltà di reperimento, che arriva al 30% delle entrate previste. Le nuove norme sulla privacy e l’obbligo di fatturazione elettronica, che scatterà da gennaio 2019, fanno crescere inoltre la domanda di addetti all’amministrazione, alla contabilità e all’inserimento dati. Si tratta di alcune delle indicazioni che emergono dai programmi occupazionali delle imprese dell’industria e dei servizi, monitorate dal Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Anpal.

La domanda di lavoro si mantiene in crescita

In Italia la domanda di lavoro si mantiene in crescita rispetto alle previsioni di novembre-gennaio 2017. Sono infatti circa 145mila i contratti in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, riporta Adnkronos, quando erano 966.770.

I settori che più contribuiscono a tale andamento sono le industrie metallurgiche e dei prodotti in metallo (+25,9%), i servizi dei media e della comunicazione e quelli dell’ICT (+23,7% e +23,1%), i servizi alle persone (21,6%), le industrie meccaniche ed elettroniche (19,6%), e le costruzioni (18,3%).

La difficoltà di reperimento sale al 30%

A novembre sono oltre 55mila le opportunità di lavoro in più rispetto a novembre dello scorso anno, sebbene resti invariata la percentuale di imprese che prevedono nuovi ingressi di personale. Aumentano, rispetto allo scorso anno, le assunzioni per impresa (che passano da 1,7 a 2,0) e, in particolare, aumentano le imprese di media dimensione intenzionate ad assumere (dal 25,8 al 28,1% del totale delle medie imprese). Aumenta sensibilmente anche la difficoltà di reperimento dichiarata dalle imprese (dal 25% al 30%), con incrementi più evidenti tra gli operai specializzati, le professioni tecniche e le professioni esecutive nel lavoro d’ufficio (tra +7,3 e + 5,9 punti percentuali).

Cresce il fabbisogno di profili amministrativi

In conseguenza anche della recente entrata in vigore del nuovo regolamento sulla privacy sono circa 30mila le posizioni lavorative a disposizione per gli addetti all’amministrazione e alle attività di back-office. Chi intende candidarsi dovrà possedere competenze digitali (ritenute importanti per il 61,2% dei profili previsti in entrata), capacità matematiche e informatiche (rilevanti per il 43,1% dei profili ricercati). Sono richieste anche competenze trasversali quali flessibilità e adattamento (60,9% dei profili), problem solving (60,5%) e autonomia (57,4%).

Nuove opportunità di lavoro anche nelle aree aziendali più coinvolte dalla fatturazione elettronica, obbligatoria a partire da gennaio 2019. Sono oltre 12mila i candidati fra addetti alla contabilità e addetti all’inserimento ed elaborazione dati ricercati dalle imprese nei prossimi tre mesi.

Gli italiani risparmiano poco, e il 25% non accantona nulla

ricchezza delle famiglie italiane dal 2012 rimane stabile, attestandosi a 9 volte il reddito disponibile, il tasso di risparmio lordo continua a calare. E a fine 2017 risultava pari al 9,7%, a fronte dell’11,8% della media dell’Eurozona. Nel 2004 aveva raggiunto il 15%, superando la media area euro di un punto percentuale. La crisi del 2007-2008 ha segnato un punto di caduta che sembrava destinato al recupero tra il 2012 e il 2014, ma che si è rivelato solo temporaneo.

Quanto a indebitamento, si legge nel rapporto della Consob sulle scelte di investimento delle famiglie italiane per il 2018, le famiglie italiane sono le più virtuose d’Europa. A fine 2017 il rapporto debito/Pil era pari al 40%, a fronte di poco meno del 60% per la media europea.

Le componenti di portafoglio, fondi comuni e titoli di Stato in testa

Per quanto riguarda le scelte di portafoglio Italia ed Eurozona continuano a registrare il tradizionale divario nel peso della componente assicurativa e previdenziale, che nel contesto domestico rimane più contenuto (anche se in crescita), e dei titoli obbligazionari, comunque in diminuzione, riferisce Adnkronos.

Alla fine del 2017 il 29% delle famiglie possedeva però almeno un’attività finanziaria. A pesare di più nella composizione di portafoglio sono i fondi comuni e i titoli di Stato italiani (dopo i depositi bancari e postali). Gli investimenti etici e socialmente responsabili (Sri) sono invece ancora poco conosciuti. Più del 60% degli intervistati dichiara di non averne mai sentito parlare, e meno di un terzo manifesta interesse dopo essere stato informato.

Una capacità ancora contenuta di pianificazione e monitoraggio delle scelte finanziarie

Le famiglie intervistate risparmiano in modo regolare in meno del 40% dei casi, in modo occasionale nel 36%, e il 25% non accantona nulla. In generale, il risparmio regolare è più frequente tra i soggetti più abbienti. Determinanti risultano anche le conoscenze finanziarie, le competenze percepite, l’abitudine a pianificare, e alcune inclinazioni, come l’auto-efficacia, l’ansia finanziaria e l’avversione alle perdite. La maggior parte delle famiglie si caratterizza quindi per una capacità contenuta di pianificazione e monitoraggio delle scelte finanziarie. Il 40% circa non tiene un bilancio familiare, e solo un terzo dichiara di avere un piano finanziario e di controllarne gli esiti.

Comportamenti “critici” nel processo di investimento

I comportamenti nel processo di investimento, si legge ancora nel rapporto, mostrano ancora numerose criticità. La maggior parte degli intervistati dichiara di assumere le informazioni utili per l’investimento dal funzionario di banca o ricorre ai consigli di amici e parenti. Poco più del 20% si affida alla consulenza professionale, o delega un esperto, e il 28% sceglie in autonomia. Ma solo il 25% fa riferimento al prospetto finanziario, e il 40% delle famiglie non monitora i propri investimenti.

Contraffazione, servono controlli e procedure uniformi nella Ue

Il Rapporto della Commissione Europea sulla tutela a livello doganale della proprietà intellettuale segnala una diminuzione di oltre il 9% del numero di ispezioni doganali, e una diminuzione del 24% del volume dei beni sequestrati a livello europeo. Che sono passati dagli oltre 41,3 milioni del 2016 ai 31,4 milioni del 2017.

“I dati contenuti nel Report della Commissione – commenta Mario Peserico, Presidente di Indicam, l’associazione italiana per la tutela della proprietà intellettuale – dimostrano quanto sia importante affrontare l’argomento della lotta alla contraffazione quotidianamente, e come sistema, date le ripercussioni economiche e occupazionali nei singoli Paesi”.

Ue: aumentano i prodotti sequestrati, in Italia diminuiscono

Sono però in crescita i prodotti sequestrati e destinati all’uso quotidiano, come alimentari, medicine, elettrodomestici, cosmetici, giochi. Tutti potenzialmente dannosi per la salute e la sicurezza dei consumatori. Lo scorso anno in questa tipologia di prodotti è rientrato il 43,3% del totale dei pezzi sequestrati, mentre nel 2016 questa percentuale era al 34,2%, e nel 2015 al 25,8%. In Italia, a differenza di quanto registrato complessivamente a livello europeo, nel 2017 sono aumentate le ispezioni doganali (3.907 a fronte di 3.278 nel 2016), ma sono drasticamente diminuiti i beni contraffatti sequestrati: 593.487 contro i 1.006.661 dell’anno precedente. Numeri da leggere in relazione all’aumento degli acquisti online, caratterizzati da molti ordini per pochi pezzi ciascuno, riporta Askanews.

Internet è il mercato con i rischi maggiori

“Ancora una volta questi dati dimostrano come sia sempre più necessario sensibilizzare i singoli Paesi dell’Unione ad adottare procedure e approcci di controllo uniformi a livello di dogane, in modo che le analisi di rischio delle merci potenzialmente contraffatte siano uniformi tra loro, e non si presentino più punti di debolezza ai confini dell’Europa” sottolinea Peserico.

Il dato sull’aumento dell’arrivo di questi prodotti con modalità postali non deve però fare abbassare i controlli sul fronte degli arrivi via mare, che ancora oggi ha il peso maggiore. Al contempo non si può sottovalutare il commercio elettronico: finché Internet rimane esente dalla collaborazione dei big player è il mercato con i rischi maggiori.

Da dove arrivano le merci contraffatte?

Dopo la Cina, aggiunge Peserico, “non può farci stare tranquilli la crescita della Turchia, Paese alle porte dell’Unione Europea e primo nel settore degli abiti, capace di produrre prodotti di migliore qualità rispetto a quelli provenienti da altre zone, con prezzi di vendita superiori”.

L’impegno di Indicam, quindi, è quello di rendere consapevole ogni consumatore sui rischi e le conseguenze per la salute e la sicurezza dell’utilizzo di prodotti contraffatti. Senza dimenticare il supporto alle istituzioni nel contribuire affinché si realizzi un sistema virtuoso di controlli e lotta al crimine.

Instagram punta sull’e-commerce. In arrivo una nuova app di shopping online

Con 19 milioni di utenti solo in Italia, aumentati del 36% in un anno, Instagram non si accontenta. E mette in campo un nuovo progetto di e-commerce per crescere ancora di più. Il social più amato dai giovani sta pensando infatti a una nuova app per fare acquisti online. Forse perché, così come è accaduto a Facebook, sta iniziando a manifestare una tendenza “fisiologica” all’invecchiamento, tipica di tutti i servizi online. Se dopo essersi smarcata dalla capogruppo Facebook si è dimostrata molto più capace di attirare i giovani rispetto al suo concorrente, ora non è più un social per giovanissimi.

Non è (ancora) un social per “vecchi”, ma…

Anche se inizia a subire una sorta di invecchiamento la quota degli over 45 (pari al 23%) è molto inferiore rispetto a quella di Facebook, dove arriva al 37%. Inoltre, il 59% dei suoi utenti ha meno di 36 anni, mentre su Facebook gli under 36 sono il 42%.

Più in dettaglio, i minori di 18 anni su Instagram sono il 9,5%, mentre la fascia d’età più presente è quella dei 19-24enni, che copre un quinto degli utenti. I 25-29enni rappresentano invece circa il 16%, i 30-35enni circa il 13%, i 36-45enni il 18%, i 46-55enni il 14%.

Bassa, invece, la quota degli ultra 56enni (9%), che però sono raddoppiati. E crescono anche gli utenti 36-45enni (+ 42%), e i 46-55enni, cresciuti addirittura del 69%.

Le aziende con un account sono 25 milioni

Con una platea che si amplia, e una composizione (per ora) diversa da quella di Facebook, le aziende hanno drizzato le antenne, riporta AGI. Nel mondo sono 25 milioni le organizzazioni che hanno un account, di cui 2 milioni sono anche inserzioniste. E quattro utenti su cinque seguono almeno un’azienda.

Ecco perché Instagram sta pensando a un modo più strutturato di legare social ed e-commerce. Se già dal novembre 2016 aveva introdotto la possibilità di taggare nelle immagini i singoli prodotti, consentendo poi agli utenti di cliccare e acquistare direttamente dalla foto, più di recente ha avviato test analoghi nelle Storie. Il motto della funzione? Guarda, tocca, acquista. Ma ora sta pensando a una nuova app per l’e-shopping.

Fare acquisti online su Instagram

Da quanto rivela la testata hight-tech TheVerge sembra che la piattaforma stia lavorando a un’app dedicata agli acquisti online, uno strumento efficace per espandere i proventi. Non si tratterebbe di una semplice sezione interna, ma di un’applicazione che potrebbe chiamarsi IG Shopping. E il modello potrebbe essere quello di IGTV, l’app riservata ai video più lunghi accessibile da Instagram tramite un pulsante dedicato. In ogni caso, lo sviluppo di IG Shopping è ancora in corso. Aspettiamo di vedere se e quando arriverà in porto.

 

Nel 2030 la tecnologia trasformerà il lavoro, e lo renderà liquido

Quali scenari apre l’evoluzione delle tecnologie applicata al mondo del lavoro? Spesso viene messo in evidenza il rischio di un potenziale furto di figure specializzate da parte dei robot e vengono tralasciati i vantaggi di una tecnologia avanzata a disposizione della forza lavoro. Michael Page, brand di PageGroup specializzato nella selezione di professionisti qualificati di middle e top management, ha realizzato in partnership con Foresight Factory un approfondimento dedicato ai trend che modelleranno il posto di lavoro di domani. Come Bio-hacking:, blockchain, AI e robot.

Le abilità trasversali che le macchine non potranno replicare

Secondo l’analisi di Michael Page, capacità di giudizio, curiosità, sapere come muoversi in situazioni complesse e curiosità sono le competenze che le macchine non potranno replicare. Queste abilità trasversali si riveleranno il vantaggio chiave per le aziende, e secondo i recruiter di Michael Page, sono tra le caratteristiche imprescindibili per il professionista del futuro.

Si tratta appunto di competenze liquide in grado di adattarsi a diversi contesti. E questo considerando che le persone in futuro arriveranno a sviluppare da 4 a 6 carriere diverse nell’arco della propria vita.

Il curriculum del 2030 lo gestirà l’AI

Nei prossimi decenni cambierà anche la ricerca di lavoro. Il curriculum sarà uno spazio interattivo gestito dall’Intelligenza Artificiale che, come un Assistente Personale, gestirà i dati personali e i collegamenti. Le informazioni saranno conservate su base cloud e rese sicure attraverso la tecnologia blockchain, ma accessibili all’AI che potrà accedervi direttamente per valutare l’adeguatezza di un profilo in relazione a una descrizione di lavoro, e viceversa.

Bio-hacking, blockchain, robot: andare oltre l’umano

I microchip che consentono ai lavoratori di aprire porte, accedere a terminali e pagare sono già realtà. Ma questo è solo il principio dei bio-potenziamenti: il prossimo futuro prevede impianti smart, protesi ad alta performance e componenti potenziatori della memoria. Oltre ai dispositivi “indossabili”, saranno utili supporti per tenere il passo con la tecnologia.

La blockchain poi (la lunga catena di registrazione di dati duplicati attraverso milioni di macchine), avrà un impatto a lungo termine sulla futura forza lavoro destinato a essere profondo. Le relazioni peer-to-peer non saranno più così rischiose come lo sono attualmente su internet, e la capacità dei contratti smart di consentire una rivoluzione pay-as-you-go potenzierà ulteriormente la cosiddetta gig economy.

Inoltre, benché robot e AI siano destinati inevitabilmente ad assumere molte funzioni, ci sarà un cambiamento nelle interazioni tra uomini e macchine che porterà al massimo livello di efficienza. I colleghi robot, o “cobot”, si integreranno. La forza lavoro si baserà sulla coabitazione e ls cooperazione fra uomo e macchina.

La Cina diventerà una superpotenza AI?

Entro il 2030 la Cina sarà una superpotenza nel campo dell’intelligenza artificiale. Una sfida lanciata agli Stati Uniti, dato che il Celeste Impero ha superato gli Usa per numero di pubblicazioni e per la forza delle sue aziende, molte delle quali attive proprio nella Silicon Valley. Ma la scalata della Cina nel settore sta destando preoccupazione negli Usa, perché l’AI può essere utilizzata sia a scopi civili che militari

Ad annunciare la scalata è stata la stessa Cina in un rapporto del luglio 2017. E ora il Politecnico di Zurigo ha preparato un documento di analisi tramite il suo Centro studi sulla sicurezza, messo a punto dalla politologa Sophie-Charlotte Fischer.

Le aziende cinesi sbarcano nella Silicon Valley

Secondo Fischer l’ascesa della Cina nel campo dell’intelligenza artificiale è a buon punto, poiché ha acquisito le sue conoscenze nel campo non solo grazie agli articoli scientifici liberamente accessibili, ma anche al trasferimento di conoscenze da parte di ricercatori cinesi che si sono formati negli Usa. Le maggiori aziende cinesi che stanno investendo nell’intelligenza artificiale ha poi sede nella Silicon Valley, come il motore di ricerca Baidu e il sito per acquisti online Alibaba, stabilite in California con gli incentivi del governo cinese, riferisce Ansa.

Un mercato interno di 1,5 miliardi di potenziali utenti

Tuttavia, l’esperta guarda all’annuncio della Cina anche con uno sguardo critico: “i microchip più potenti per le applicazioni di intelligenza artificiale provengono ancora dagli Stati Uniti”, afferma la politologa. E questo nonostante i rapidi progressi del Paese, che punta ad azzerare il gap tecnologico con l’Occidente entro il 2020 e a far diventare la sua industria leader mondiale del settore entro il 2025, e superpotenza entro il 2030.

Inoltre, il volume del mercato delle società tecnologiche cinesi è solo il 32% di quello delle società tecnologiche americane, ma Fischer ammette che un volano potrebbe essere il mercato interno di 1,5 miliardi di potenziali utenti.

Utilizzare l’AI per mantenere la stabilità sociale

L’obiettivo dichiarato dalla Cina nel suo documento è quello però di voler utilizzare la tecnologia dell’AI per “mantenere la stabilità sociale”. Un esempio è il lancio del sistema di credito sociale, che mostra come sorveglianza e AI possano andare di pari passo: alcune città cinesi hanno infatti introdotto sistemi per valutare il comportamento delle persone utilizzando videocamere, informazioni da database governativi e dati personali da internet.

Coloro che dimostrano il tipo di comportamento incoraggiato ottengono perciò i prestiti bancari, mentre chi si comporta in modo sospetto potrebbe scoprire di non poter più lasciare il Paese. Con già 176 milioni di telecamere di sorveglianza, e altri 450 milioni in arrivo per il 2020, secondo Fischer la Cina ha il potenziale di creare una sorveglianza totale basata sull’intelligenza artificiale, sul modello del Grande Fratello di Orwell.

La giustizia organizzativa: una motivazione in più per le risorse aziendali

La capacità di motivare le risorse aziendali è al centro delle strategie messe in atto dal management per conquistare i candidati più competenti, e trattenere i dipendenti più validi. Uno di questi strumenti motivazionali è la giustizia organizzativa, ovvero la capacità dei manager di analizzare le decisioni di natura organizzativa, come la distribuzione di un premio tra colleghi, il sistema di valutazione delle performance, la definizione del budget, e la progettazione di un sistema di alleanze tra imprese, basandosi sui principi di giustizia ed equità. L’obiettivo è prevenire l’insoddisfazione nel personale e i contrasti fra gli interessi dei dipendenti e quelli dell’impresa.

I processi di selezione possono essere percepiti come iniqui

La giustizia organizzativa è un concetto basato sulla percezione di quanto equamente si venga trattati sul posto di lavoro. Nei processi di selezione molti strumenti di verifica del profilo, o delle prestazioni del candidato, possono essere percepiti come iniqui. Ovvero, non sufficientemente focalizzati sulla mansione, o parzialmente scorretti, perché non in grado di rappresentare adeguatamente la complessità dell’individuo, riferisce AdnKronos.

“Queste sensazioni – spiega Valentina Sangiorgi, Chief Hr Officer Randstad Italia – rischiano di influenzare negativamente il comportamento organizzativo del personale, con ripercussioni anche gravi per l’azienda”.

Le àncore di carriera

Per mantenere e incrementare la motivazione delle risorse umane è necessario valorizzare le potenzialità di candidati e lavoratori, cogliendone talenti, bisogni e valori. Ma non sempre i manager riescono a creare le condizioni per un’interazione soddisfacente fra le persone e l’organizzazione in cui lavorano. Uno strumento utile sono le cosiddette àncore di carriera di Edgar Schein, un questionario di autoanalisi di 40 domande con cui il candidato o il dipendente valuta la propria vita professionale, i propri talenti, le capacità, i bisogni, i valori e i comportamenti, e scoprire cosa lo motiva maggiormente in un lavoro.

“Ridurre le percezioni distorte e promuovere un clima positivo sul posto di lavoro”

Analizzare le reazioni delle persone coinvolte nelle decisioni di natura organizzativa risulta quindi importante per il successo delle organizzazioni, “perché contribuisce a ridurre le percezioni distorte – aggiunge Sangiorgi – e a promuovere un clima positivo sul posto di lavoro”.

Insomma, quanto più l’organizzazione è in grado di progettare percorsi di sviluppo coerenti con gli orientamenti delle persone coinvolte, “tanto più si alza il livello di motivazione alla vita organizzativa – continua Valentina Sangiorgi -. In quest’ottica, le ancore di carriera sono uno strumento efficace per avvicinare le aspettative dei dipendenti e quelli dell’azienda, migliorando così la soddisfazione dei lavoratori e la loro produttività”.