Pubblica amministrazione, quella italiana spende di più

Più di 100 miliardi: questo l’ammontare nel 2018 delle spese ordinarie della Pubblica amministrazione italiana, che secondo l’Ufficio studi della Cgia è la più spendacciona d’Europa. Più in particolare, per la manutenzione ordinaria, gli acquisti di cancelleria, le spese energetiche e di esercizio dei mezzi di trasporto, i servizi di ricerca-sviluppo e di formazione del personale acquistati all’esterno, la quota annuale per l’acquisto dei macchinari e altre spese ordinarie nel 2018 lo Stato centrale, le sue articolazioni periferiche, le Regioni e gli Enti locali hanno speso 100,2 miliardi di euro.

Nel 2017 la spesa per i consumi intermedi si è attestata al 5,5% del Pil

Nel 2017, l’ultimo anno in cui è possibile la comparazione tra i Paesi, la media dei Paesi dell’area dell’euro per i consumi intermedi si è attestata al 5,1% del Pil, mentre la nostra Pa ha speso il 5,5%, la Spagna il 5%, la Francia il 4,9%, e la Germania il 4,8%. Tra il 2010 e il 2014 la dinamica delle uscite relative a questa tipologia di spesa si era pressoché arrestata. Tuttavia, con il superamento della fase più critica dei conti pubblici, tale aggregato di costo è tornato ad aumentare. Negli ultimi 5 anni, ad esempio, la crescita è stata del 9,2% (+8,5 miliardi in valore assoluto), mentre l’inflazione, sempre nello stesso periodo di tempo, è aumentata solo del 2%.

“Rendere più efficiente l’utilizzo delle risorse pubbliche ha funzionato poco”

”Malgrado il grande lavoro svolto dalla Consip per rendere più efficiente e trasparente l’utilizzo delle risorse pubbliche il contenimento della spesa ha funzionato poco o, addirittura, non è stato conseguito”, sottolinea il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo. Non è da escludere, inoltre, che la ripresa della spesa per consumi intermedi avvenuta in Italia negli ultimi anni sia riconducibile “agli effetti restrittivi che gli uffici preposti agli acquisti hanno subito tra il 2010 e il 2014 – aggiunge il segretario della Cgia Renato Mason -. È altresì utile ricordare che dopo anni in cui le manutenzioni ordinarie e le riparazioni sono rimaste pressoché bloccate, una volta ridata la possibilità di riattivarle, si è tornati a spendere in misura copiosa, anche perché gli interventi lo richiedevano”.

I servizi ospedalieri registrano l’uscita più importante

Quanto alla spesa delle principali voci a cui fanno capo le diverse funzioni sono i servizi ospedalieri a registrare l’uscita più importante, pari, nel 2017, a 16,4 miliardi di euro. Tale voce include gli acquisti di beni e servizi per gestire il sistema sanitario ospedaliero (funzionamento, ispezione e amministrazione). Segue la gestione dei rifiuti, con 10,1 miliardi di euro, compresivi dei costi di raccolta, trattamento, smaltimento, e dei servizi di amministrazione, vigilanza, funzionamento o supporto a queste attività. La terza voce di spesa si riferisce invece ai servizi ambulatoriali, costati 8,9 miliardi di euro. Un’uscita che ha coperto l’acquisto di beni e servizi per gestire il sistema sanitario non ospedaliero, il suo funzionamento, l’ispezione e l’amministrazione.

Le grandi imprese evadono più di quelle piccole

L’entità dell’evasione contestata alle grandi imprese è assai maggiore di quella delle piccole aziende e dei lavoratori autonomi. Secondo la Cgia di Mestre, la maggiore imposta media accertata per ogni singola grande azienda nel 2018 è stata pari a poco più di 1 milione di euro, per la media impresa di 365.111 euro e per la piccola di 63.606 euro. In pratica, le grandi aziende evadono 16 volte in più rispetto alle imprese minori.

“Una maggiore attenzione verso questi soggetti sarebbe auspicabile – dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo – visto che le modalità di evasione delle holding non è ascrivibile alla mancata emissione di scontrini o ricevute, bensì al ricorso alle frodi doganali, alle frodi carosello, alle operazioni estero su estero e alle compensazioni indebite”.

Quasi il 40% delle società di capitali registra un reddito in perdita o in pareggio

La Cgia ricorda che secondo i dati delle dichiarazioni dei redditi relativi al 2018, il reddito medio dichiarato delle persone fisiche è stato di 25.290 euro, quello delle società di persone 34.260 euro e quello delle società di capitali solo 34.670 euro. Un dato condizionato al ribasso, poiché poco meno del 40% del totale delle società di capitali registra un reddito in perdita o in pareggio.

L’accertamento fiscale scatta quindi quando i dati forniti da aziende e contribuenti sono diversi rispetto a quelli in possesso dall’Amministrazione finanziaria. Che si attiva quando ritiene che l’impresa, ad esempio, abbia sottostimato il reddito o usufruito di detrazioni/deduzioni non dovute.

Nel 2018 accertati 3% piccoli imprenditori, 14% medi e 32% grandi

Il numero di accertamenti fiscali sul totale delle imprese presenti in ogni singola tipologia dimensionale mostra che nel 2018 l’attività del fisco ha interessato il 3% dei piccoli, il 14% dei medi e il 32% dei grandi imprenditori. Secondo la Cgia, poiché il numero delle piccole e micro imprese è maggiore rispetto a quello delle medie e grandi imprese, parrebbe più sensato rafforzare l’attività accertativa sulle prime. “Anche perché l’attività accertativa su una piccola impresa è più semplice – aggiunge Zabeo – richiede meno tempo, meno costi e un numero più contenuto di personale rispetto alle risorse e allo sforzo che si devono impiegare quando si controlla una media e grande impresa”.

“Con una pressione fiscale inferiore molti evasori marginali diventerebbero onesti”

“Grandi o piccoli che siano – aggiunge il segretario della Cgia Renato Mason – gli evasori vanno perseguiti ovunque si nascondino. Tuttavia, se il nostro fisco fosse meno esigente, lo sforzo richiesto sarebbe più contenuto e probabilmente ne trarrebbe beneficio anche l’Erario. Con una pressione fiscale inferiore, molti che oggi sono evasori marginali diventerebbero contribuenti onesti. Ricordo che la nostra giustizia civile è lentissima, la burocrazia ha raggiunto livelli ormai insopportabili e la Pubblica amministrazione rimane la peggiore pagatrice d’Europa: nonostante queste inefficienze, la richiesta del nostro fisco si colloca su livelli elevatissimi e, per tali ragioni, appare del tutto ingiustificata”.

Il clima cambia, e modifica l’entità delle alluvioni in Europa

I fiumi che inondano le pianure alluvionali causano danni enormi in tutto il mondo, stimati in oltre 100 miliardi di dollari all’anno. La relazione tra cambiamenti climatici e gravità delle piene fluviali finora però non era stata accertata, e a livello globale sembra non esistano tendenze coerenti. Ma un progetto di ricerca internazionale guidato dalla Vienna University of Technology per la prima volta ha dimostrato che su scala europea questa tendenza è reale. Lo studio dimostra infatti che i mutamenti nell’entità delle piene alluvionali osservate negli ultimi decenni possono essere attribuiti ai cambiamenti climatici.

Uno studio basato su dati rilevati negli ultimi 50 anni in tutta Europa

Il professor Günter Blöschl della Vienna University of Technology, esperto di piene fluviali, ha diretto un studio internazionale in cui sono stati coinvolti 35 gruppi di ricerca europei, tra i quali l’Università di Padova e il Politecnico di Torino. Lo studio ha analizzato i dati provenienti da 3738 stazioni di misura di portate fluviali in tutta Europa per il periodo dal 1960 al 2010.

“Un’atmosfera più calda può immagazzinare più acqua – spiega Günter Blöschl -. Tuttavia questo non è l’unico aspetto rilevante del fenomeno”, perché i cambiamenti delle piene sono molto più complessi.

Gli effetti non sono ovunque i medesimi

L’effetto del cambiamento nel clima non è lo stesso ovunque, riporta Askanews. Nell’Europa centrale e nordoccidentale l’entità delle piene è in aumento perché aumentano le precipitazioni e l’umidità del suolo. In Europa meridionale invece livelli di piena tendono a diminuire, poiché i cambiamenti climatici si traducono in una riduzione delle precipitazioni e una maggiore evaporazione dell’acqua dal suolo per l’aumento delle temperature.

Tuttavia, per i piccoli corsi d’acqua le piene potrebbero diventare più severe a causa di una maggiore frequenza di temporali e per effetto della deforestazione.

Anche nell’Europa orientale le piene stanno diminuendo di entità, principalmente a causa delle più elevate temperature, che riducono lo spessore dello strato di neve durante la stagione invernale.

In Italia a rischio i corsi d’acqua più piccoli e quelli urbani

Esistono quindi scenari coerenti, in linea con le previsioni degli impatti del cambiamento climatico. “Questo indica che il cambiamento climatico è già in atto”, afferma Blöschl.

Per quanto riguarda la situazione italiana lo studio evidenzia come l’entità delle alluvioni dei corsi d’acqua di dimensione medio-grande, fatta eccezione per l’arco alpino, risulti in media ridotta negli ultimi 50 anni. Una tendenza però non ancora accertata sui corsi d’acqua di ridotte dimensioni e sui tratti urbani dei corsi d’acqua, ovvero quelli che hanno creato i recenti disastri nel nostro Paese. Per questi ultimi, sensibili a piogge intense di breve durata, ci si aspetta un quadro decisamente più complesso. Soprattutto a causa del trend degli eventi temporaleschi evidenziati dal Politecnico di Torino.

Instagram contro il bullismo, messaggi violenti oscurati

Instagram scende in campo contro il cyberbullismo e attiva due nuove funzioni. La prima  si chiama Restrict, e oscura i messaggi dei molestatori senza che questi lo sappiano, mentre la seconda si basa sull’intelligenza artificiale e dà la èossibilità al “bullo” di pensarci bene prima di inviare un messaggio dannoso.

In realtà sul social bloccare i molesti è già possibile, ma dato che “i giovani sono riluttanti a bloccare o segnalare il loro persecutore – spiega Adam Mosseri, a capo di Instagram – poiché ciò potrebbe aggravare la situazione, specialmente se interagiscono con lui nella vita reale”, si è reso necessario implementare questi nuovi strumenti.

Bloccare i messaggi molesti senza che l’autore lo sappia

Con Restrict, una volta che gli utenti decidono di “limitare” un bullo i suoi commenti ai loro post vengono oscurati, risultando leggibili solo al bullo stesso. Gli utenti possono però renderli visibili decidendo di volta in volta se approvarli o meno, riporta Ansa. Utilizzando questa nuova opzione l’utente può quindi limitare l’interazione di un altro utente con il proprio account senza farglielo sapere. Se si decide di limitare qualcuno, i suoi commenti sui propri post saranno visibili praticamente solo al bullo di turno, a meno che l’utente non approvi un commento per essere visto da tutti. Inoltre i potenziali bulli non saranno in grado di vedere se la potenziale vittima è attiva su Instagram o se ha letto i suoi messaggi, riferisce webnews.

“Sei sicuro di voler postare questo contenuto?”

In aggiunta, Instagram sta sperimentando anche una funzione basata sull’intelligenza artificiale, che avverte gli utenti se il commento che stanno per pubblicare rischia di essere considerato offensivo. In pratica si dà modo alle persone di riflettere ed eventualmente fare marcia indietro prima di postare un messaggio. All’utente viene infatti chiesto: “Sei sicuro di voler postare questo contenuto?”, e appare un pulsante per annullare il commento prima della pubblicazione. Secondo Mosseri questa opzione incoraggia gli utenti a ricredersi: se hanno la possibilità di riflettere decidono di postare qualcosa di meno dannoso,.

Due strumenti basati sulla comprensione del fenomeno

“Possiamo fare molto di più per prevenire che il bullismo avvenga su Instagram, anche per responsabilizzare le vittime di bullismo per difendersi da soli – aggiunge Mosseri -. Questi strumenti sono fondati su una profonda comprensione di come le persone bullizzano e come altre rispondono al bullismo su Instagram, ma sono solo due passaggi di un percorso più lungo”.

In ogni caso, i test degli strumenti anti bullo inizieranno nelle prossime settimane, mentre le funzioni saranno disponibili entro la fine del 2019.

 

Il lavoro agile fa aumentare la produttività

Lavorare con più flessibilità e libertà, con tempi e ritmi meno rigidi. Insomma, lavorare in maniera più agile. Un nuovo modo di pensare e vivere il lavoro di cui la declinazione più conosciuta è lo smart working, regolamentato per legge dal 13 giugno 2017. Questa nuova modalità di lavorare si sta affermando con sempre più successo, mentre una volta si temeva che penalizzasse la produttività e il coinvolgimento del lavoratore, poiché privo di controllo e punti di riferimento, e a rischio isolamento. Al contrario, lo smart working mostra di non incidere affatto sul rendimento, diffondendosi con maggiore convinzione tra le aziende. E le cifre lo dimostrano.

Una nuova forma di cultura aziendale

Secondo la ricerca di Top Employers Institute, l’ente certificatore globale delle eccellenze in ambito Hr, la galoppata trionfale del lavoro agile dimostra che l’81% delle aziende esaminate lo considera una nuova forma di cultura aziendale, che favorisce la collaborazione tra dipendenti e una loro valutazione efficace e continua. Un nuovo modo di vivere e considerare il lavoro che si riflette anche nella progettazione e sistemazione degli uffici: l’81% delle aziende, infatti, provvede a un restyling degli ambienti, sia fisici sia virtuali per adattarli alle nuove esigenze dei lavoratori agili. E anche la comunicazione tra manager e collaboratori si adegua. Tanto che il 70% delle aziende utilizza i social media e li considera strumenti-chiave per una comunicazione efficace e diretta.

Mobile learning, tecnologie collaborative, e retribuzione smart

Il lavoro agile è una realtà che trova uno dei suoi maggiori punti di forza nell’ambito formazione e sviluppo, dove le soluzioni smart, con l’utilizzo del mobile learning e tecnologie collaborative, sono adottate dal 70% delle aziende. Una cifra inimmaginabile pochi anni fa, se si considera che nel 2015 la percentuale era meno della metà e si fermava al 32%. Ancora più significativi sono i dati nel campo della retribuzione e benefit, dove le modalità smart si sono quasi quintuplicate in soli 4 anni. Oggi per il 57% delle aziende i dipendenti possono scegliere elementi specifici all’interno del loro piano di retribuzione e benefit, mentre nel 2015 la percentuale era ferma al 12%.

Nel 2019 in Italia sono 305.000 i lavoratori agili

“Da una parte il lavoro agile offre adattabilità, flessibilità, agilità e libertà, dall’altra richiede l’aprirsi a nuove categorie concettuali che ribaltano certezze fino a ieri inamovibili. Ecco allora la necessità di saper passare dal concetto top-down di profitto a quello di obiettivo condiviso, dalla gerarchia al networking, dal controllo al coinvolgimento”, osserva Federica Marucci, Research Project manager di Top Employers Institute Italia.

Il dato più eclatante, riporta Adnkronos, però è quello della produttività. Secondo una ricerca presentata dalla School of Management del Politecnico di Milano i 305.000 lavoratori agili in Italia del 2019 (il 60% in più rispetto al 2013) garantiscono un aumento della produttività del +15%.

Un milione di animali e vegetali presto scomparirà dalla Terra

A lanciare l’allarme è l’organismo Onu sulla biodiversità: un ottavo di tutte le specie che popolano il pianeta, ovvero un milione di animali e vegetali, scomparirà dalla Terra in tempi relativamente brevi. Un dato choc, annunciato anche dalla Piattaforma intergovernativa scientifico-politica sulla biodiversità e gli ecosistemi (Ipbes). “La salute degli ecosistemi di cui dipendiamo, così come di tutte le altre specie, si sta deteriorando più velocemente che mai”, denuncia il britannico Robert Watson, presidente dell’Ipbes. L’unica speranza per evitare il peggio è quella di porre fine immediatamente allo sfruttamento intensivo degli ecosistemi per le attività umane.

Alla vigilia della sesta estinzione di massa, la prima attribuita all’uomo

Negli ultimi secoli per mano dell’uomo sono già scomparse 680 specie di vertebrati, e numerosi scienziati affermano che la Terra è all’inizio della sesta estinzione di massa, la prima attribuibile alle attività umane. In Europa le specie più colpite sono l’allodola (meno 50% negli ultimi 40 anni), la piccola farfalla blu, in calo del 38% dagli anni ’70, e un terzo delle api e degli insetti è a rischio estinzione, senza dimenticare scoiattoli rossi, pipistrelli e ricci.

“Stiamo erodendo i pilastri stessi delle nostre economie – avverte Watson -. Non è troppo tardi per agire, ma solo se cominciamo da subito e a tutti i livelli”.

Attività antropiche e riscaldamento globale

La perdita di biodiversità è grave quanto gli effetti del riscaldamento globale, ma si tratta di una “crisi più silenziosa”. Anche se i cambiamenti climatici causati in parte dai comportamenti umani sono responsabili di un’ulteriore accelerazione nella scomparsa di alcune specie. Di fatto, le attività antropiche hanno già “alterato gravemente tre quarti delle superfici terrestri, il 40% degli ecosistemi marini e la metà di quelli di acqua dolce”, avverte il rapporto Onu. Per evitare un disastro ecologico servono rapidi interventi politici per regolamentare lo sfruttamento delle terre e delle risorse naturali, oltre a limitare l’uso di pesticidi, combattere l’inquinamento e attuare una più razionale urbanizzazione.

Dobbiamo cambiare radicalmente stile di vita

Gli esperti avvertono che la perdita di biodiversità avrà un impatto diretto su ciascuno di noi, dal cibo all’energia, dall’acqua potabile alla produzione di farmaci fino all’assorbimento del CO2.

“La quantità di elementi della natura che sfruttiamo a vario titolo è immensa – precisa il rapporto Onu -. Ed è fondamentale per l’esistenza e la prosperità della vita umana”.

Tra gli esempi concreti citati, riporta Agi, la dipendenza dal legno per la produzione di energia per più di due miliardi di persone, le medicine naturali che ne curano 4 miliardi e la necessaria impollinazione del 75% delle colture da parte degli insetti, specie maggiormente a rischio estinzione. A margine della riunione di Parigi 600 attivisti e Ong hanno firmato una lettera aperta promossa dal WWF per chiedere ai governi un’azione urgente. Per i firmatari siamo ancora in tempo per proteggere quanto rimane, ma dobbiamo cambiare radicalmente stile di vita.

Migliora l’attività economica nel primo trimestre 2019

”La stima della crescita del Pil contenuta nel quadro programmatico per il 2019, pari a +0,2%, appare verosimile”: lo afferma il presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo, nel corso dell’audizione presso le commissioni Bilancio di Camera e Senato, impegnate nell’esame del Def, il documento di programmazione economico finanziaria. Secondo il presidente Istat, gli ultimi dati disponibili mostrano che il recupero dell’attività industriale di inizio anno sta influenzando in modo rilevante il quadro macroeconomico del primo trimestre. Per il periodo è quindi verosimile “un miglioramento dei livelli complessivi dell’attività economica rispetto a quelli di fine 2018 – continua Blangiardo – con effetti positivi anche sulla performance economica media annua 2019”.

“Cerchiamo di vedere il bicchiere mezzo pieno”

L’incremento dei prezzi, legato all’aumento dell’Iva nel 2020, invece, ”porterebbe a un effetto depressivo sui consumi – sottolinea Blangiardo – che, nel quadro delineato, potrebbe essere nell’ordine di 0,2 punti percentuali”.

Rispetto alla necessità di rilanciare gli investimenti, i provvedimenti simulati, riferiti al ripristino dei super-ammortamenti e alle modifiche della mini-Ires, “sono attesi generare una riduzione del prelievo fiscale per le imprese pari a 2,2 punti percentuali”, spiega ancora il presidente. Per quanto riguarda l’andamento del Pil, riferisce Adnkronos, ”non possiamo essere eccessivamente ottimisti però non possiamo neanche essere decisamente pessimisti cerchiamo di vedere il bicchiere mezzo pieno”, dichiara poi il presidente Blangiardo a margine dell’audizione.

”Lo scenario macroeconomico presentato nel Def è complessivamente condivisibile”

”La sensazione che qualcosa si muova può anche esserci – aggiunge Blangiardo – Dobbiamo essere pazienti e vedere gli ultimi dati che arriveranno, se confermano quello che è il segnale che ci è sembrato di vedere”.

Secondo quanto afferma invece il capo dipartimento Economia e statistica della Banca d’Italia, Eugenio Gaiotti, nel corso dell’audizione, nel nostro paese le informazioni più recenti danno qualche segnale favorevole sulla crescita nel primo trimestre, che potrebbe essere tornata positiva. ”Lo scenario macroeconomico presentato nel Def – spiega Eugenio Gaiotti  -tiene conto in modo realistico della congiuntura ed è complessivamente condivisibile”.

La spesa per interessi dei titoli di Stato potrebbe aumentare di 11 miliardi nel 2019-2021

”L’azione di riequilibrio sui conti pubblici – afferma ancora il capo dipartimento Economia e statistica della Banca d’Italia – è inscindibile da una politica economica volta a creare le condizioni per una crescita duratura”.

La spesa per interessi dei titoli di Stato, rileva la Banca d’Italia, potrebbe aumentare di 11 miliardi nel triennio 2019-2021. Nel 2018, ricorda palazzo Koch, ”il costo medio all’emissione dei titoli pubblici è passato da valori attorno allo 0,5% nel primo trimestre dell’anno all’1,5% nell’ultimo trimestre. Rispetto alla scorsa primavera, qualora i tassi di interesse restassero sui valori attesi dai mercati, gli oneri della spesa per interessi sarebbero più elevati di circa 1,5 miliardi quest’anno, 3,5 miliardi il prossimo e quasi 6 miliardi nel 2021”, per un totale di quasi 11 miliardi.

Millennials lavorano sempre, anche in bagno e in vacanza

Lavorare sempre, anche quando si è malati, durante i weekend e addirittura in bagno. Per la generazione dei Millennials, cresciuta in un’epoca caratterizzata dall’egemonia della tecnologia e dalla presenza costante sui social network, il tempo dedicato al lavoro si dilata e le ore di libertà si assottiglian, determinando uno scenario stressante e negativo. Tanto che secondo un sondaggio pubblicato su Forbes, il 66% dei nativi digitali ammette di sentirsi affetto da “workhaolism”, l’incontrollabile necessità di lavorare incessantemente, senza concedersi momenti di pausa o relax.

Allarme workhaolism tra i nativi digitali

Lo conferma anche uno studio americano pubblicato sul Washington Examiner, i Millennials soffrono di workhaolism, un termine coniato nel 1971 dal ministro e psicologo Wayne Oates che indica la compulsione incontrollata a lavorare sempre e ovunque. In particolare, riporta Ansa, dalla ricerca emerge che il 63% dei Millennials ammette di essere produttivo anche in condizioni di malattia, il 32% di lavorare addirittura in bagno, e il 70% di rimanere attivo anche durante il weekend. E ancora, il 39% dei nativi digitali sarebbe disposto a lavorare perfino in vacanza, magari all’interno di una vera e propria “workcation”. Ovvero un luogo rilassante, dotato di tutti i confort, e spesso anche di un luogo di lavoro condiviso.

Essere sempre connessi è nel Dna dei Millennials

“Nei geni dei giovani digitali è insita l’attitudine all’utilizzo di ogni apparato tecnologico che permetta una connessione al mondo, senza bisogno di spostarsi dal proprio ufficio e dalla propria casa. Ciò comporta un cambiamento della percezione del tempo e uno stato di trance che li fa diventare incoscienti – spiega Marina Osnaghi, prima Master Certified Coach in Italia – Me lo raccontano spesso i genitori dei ragazzi, facendo un amaro confronto con la generazione precedente”.

Come combattere la dipendenza da lavoro e iperconnessione

Secondo la psicoterapeuta Amy Morin, il 42% dei Millennials che lavorano intensamente più di 9 ore al giorno attaccati allo schermo del pc, hanno avuto riscontri negativi sulla propria salute mentale, peggiorando le condizioni fisiche e le relazioni sociali (fonte: HelpConsumatori). Ma cosa fare per combattere queste forme di dipendenza dalla tecnologia, che possono portare a sintomi quali depressione, ansia e insonnia? Gli esperti consigliano di perseguire un equilibrio consapevole fra i vari aspetti della vita, trovare un mentore che possa trasferire la propria esperienza e concedersi una pausa costruttiva al termine di ogni giornata lavorativa. Cercando sempre di ricordare che il proprio benessere psicofisico è insostituibile

Studio Franco Guerrieri | Immobili di Prestigio a Monza

La zona della Brianza è risaputo essere una delle più ambite in Italia per tutti quelli che desiderano andare a vivere laddove vi sia benessere ma soprattutto qualità della vita, grazie anche ad un territorio meraviglioso ed un patrimonio storico, artistico e culturale che non teme paragoni. Oggi l’intera zona è arricchita dalla presenza di immobili di grande pregio, così come tantissime ville storiche, che si trovano anche nei pressi del famoso Parco di Monza, e che fanno gola a quanti desiderano spostarsi proprio qui per vivere e desiderano per questo poter acquisire un immobile di grande pregio o dal valore storico di un certo tipo. Essi vedono per questo una risorsa molto importante nello studio di mediazione immobiliare Franco Guerrieri, il quale dispone di tantissime proposte d’alto profilo in tutta la Brianza, e tra le quali non sarà difficile individuare quella maggiormente in grado di incontrare i propri desideri e soddisfare le esigenze della famiglia.

Lo studio Franco Guerrieri si trova a Monza, in Viale Italia 39, ed offre i suoi servizi sia a quanti desiderano acquistare che vendere. Individuare immobili di prestigio Monza non è mai stato così semplice grazie a questa importante risorsa, e già sul sito internet ufficiale è possibile dare un’occhiata ad alcune delle soluzioni abitative disponibili e farsi un’idea grazie alle esaurienti gallerie fotografiche, nonché grazie alle tante informazioni che accompagnano ciascuna inserzione e che consentono di farsi una idea molto precisa in attesa di un primo sopralluogo. I servizi proposti vanno anche oltre la compravendita, e si estendono ad esempio anche ad eventuali lavori di progettazione o ristrutturazione, ma anche tutte quelle procedure burocratiche che bisogna espletare e per le quali è bene avere al proprio fianco un professionista qualificato che possa fornire un valido contributo e tutta l’assistenza necessaria in ogni fase.

I mercati e i settori più promettenti del 2019

Quali saranno i paesi e i settori più promettenti per il mercato del 2019? Bulgaria, Vietnam, Indonesia, Marocco e Perù. Questi paesi infatti offriranno le migliori opportunità di sviluppo commerciale agli esportatori. Almeno, secondo l’analisi condotta da Atradius, la società parte del Grupo Catalana Occidente (GCO.MC), l’azienda spagnola di assicurazione e credito commerciale. Per questi paesi Atradius evidenzia un trend di crescita, in decisa  controtendenza rispetto al clima di incertezza che caratterizza la maggior parte dei mercati emergenti.

Bulgaria, buone opportunità nei settori dei beni di consumo durevoli

La Bulgaria, in netta controtendenza rispetto alla contrazione economica che ha colpito l’Europa Orientale, offrirà buone opportunità per gli esportatori internazionali, compresi quelli italiani, in particolare nei settori dei beni di consumo durevoli, degli alimenti e delle bevande. Il paese balcanico nel 2019 vedrà una crescita del Pil del 3,5%. Opportunità di sviluppo commerciale nel mercato bulgaro sono attese anche nei settori chimico e meccanico, che beneficiano delle sovvenzioni dell’UE e del sostegno del governo locale. Anche il settore agricolo, tradizionalmente uno dei settori principali del mercato bulgaro, registrerà una crescita della produzione, il che stimola la domanda d’importazione di fertilizzanti dall’estero.

Vietnam e Indonesia trainano l’export nel Sud-Est asiatico

Nel Sud-Est asiatico le prospettive di crescita commerciale per l’export sono offerte dal Vietnam, che si aspetta una crescita del Pil del +6,7%, soprattutto grazie al settore tessile (+5%), degli alimenti e bevande, e al settore chimico, in particolare, il segmento carburanti Questo, in seguito alla forte diversificazione dei mercati di sbocco al di fuori della Cina, penalizzata dalle tensioni commerciali con gli Usa. La domanda alimentare è motore di crescita anche in Indonesia, che mostra prospettive promettenti nei settori dei beni di consumo durevoli, e in quello degli alimenti e bevande. A mostrare un trend positivo è anche la domanda nel settore chimico, spinto dall’esplosione dell’e-commerce, nelle infrastrutture e nel settore dei macchinari.

Perù, Pil +4% nel 2019, e Marocco +3,3%

In America Latina importanti opportunità di crescita sono attese nel settore dell’industria primaria del Perù (Pil +4% nel 2019), dove l’aumento della pesca delle acciughe e una maggiore produzione di idrocarburi faranno da traino alla crescita del settore. Lo sviluppo del comparto minerario inoltre alimenta la crescita del settore costruzioni e grandi opere, e nei settori alimenti e bevande, e dei beni durevoli di consumo. Che, supportati da un ampio mercato interno e dall’elevata fiducia dei consumatori, rivelano un alto potenziale di crescita.

Tra i Paesi MENA, il Marocco è in corsa con una previsione di crescita del Pil del + 3,3% nel 2019, ed è pronto a offrire promettenti opportunità di crescita per l’export nel settore manifatturiero, in particolare nel comparto dell’industria automobilistica. A sostenere la performance anche i settori del turismo e dell’energia rinnovabile, per il quale l’obiettivo del governo è di aumentare la quota al 42% entro il 2020.