Instagram contro il bullismo, messaggi violenti oscurati

Instagram scende in campo contro il cyberbullismo e attiva due nuove funzioni. La prima  si chiama Restrict, e oscura i messaggi dei molestatori senza che questi lo sappiano, mentre la seconda si basa sull’intelligenza artificiale e dà la èossibilità al “bullo” di pensarci bene prima di inviare un messaggio dannoso.

In realtà sul social bloccare i molesti è già possibile, ma dato che “i giovani sono riluttanti a bloccare o segnalare il loro persecutore – spiega Adam Mosseri, a capo di Instagram – poiché ciò potrebbe aggravare la situazione, specialmente se interagiscono con lui nella vita reale”, si è reso necessario implementare questi nuovi strumenti.

Bloccare i messaggi molesti senza che l’autore lo sappia

Con Restrict, una volta che gli utenti decidono di “limitare” un bullo i suoi commenti ai loro post vengono oscurati, risultando leggibili solo al bullo stesso. Gli utenti possono però renderli visibili decidendo di volta in volta se approvarli o meno, riporta Ansa. Utilizzando questa nuova opzione l’utente può quindi limitare l’interazione di un altro utente con il proprio account senza farglielo sapere. Se si decide di limitare qualcuno, i suoi commenti sui propri post saranno visibili praticamente solo al bullo di turno, a meno che l’utente non approvi un commento per essere visto da tutti. Inoltre i potenziali bulli non saranno in grado di vedere se la potenziale vittima è attiva su Instagram o se ha letto i suoi messaggi, riferisce webnews.

“Sei sicuro di voler postare questo contenuto?”

In aggiunta, Instagram sta sperimentando anche una funzione basata sull’intelligenza artificiale, che avverte gli utenti se il commento che stanno per pubblicare rischia di essere considerato offensivo. In pratica si dà modo alle persone di riflettere ed eventualmente fare marcia indietro prima di postare un messaggio. All’utente viene infatti chiesto: “Sei sicuro di voler postare questo contenuto?”, e appare un pulsante per annullare il commento prima della pubblicazione. Secondo Mosseri questa opzione incoraggia gli utenti a ricredersi: se hanno la possibilità di riflettere decidono di postare qualcosa di meno dannoso,.

Due strumenti basati sulla comprensione del fenomeno

“Possiamo fare molto di più per prevenire che il bullismo avvenga su Instagram, anche per responsabilizzare le vittime di bullismo per difendersi da soli – aggiunge Mosseri -. Questi strumenti sono fondati su una profonda comprensione di come le persone bullizzano e come altre rispondono al bullismo su Instagram, ma sono solo due passaggi di un percorso più lungo”.

In ogni caso, i test degli strumenti anti bullo inizieranno nelle prossime settimane, mentre le funzioni saranno disponibili entro la fine del 2019.

 

Un milione di animali e vegetali presto scomparirà dalla Terra

A lanciare l’allarme è l’organismo Onu sulla biodiversità: un ottavo di tutte le specie che popolano il pianeta, ovvero un milione di animali e vegetali, scomparirà dalla Terra in tempi relativamente brevi. Un dato choc, annunciato anche dalla Piattaforma intergovernativa scientifico-politica sulla biodiversità e gli ecosistemi (Ipbes). “La salute degli ecosistemi di cui dipendiamo, così come di tutte le altre specie, si sta deteriorando più velocemente che mai”, denuncia il britannico Robert Watson, presidente dell’Ipbes. L’unica speranza per evitare il peggio è quella di porre fine immediatamente allo sfruttamento intensivo degli ecosistemi per le attività umane.

Alla vigilia della sesta estinzione di massa, la prima attribuita all’uomo

Negli ultimi secoli per mano dell’uomo sono già scomparse 680 specie di vertebrati, e numerosi scienziati affermano che la Terra è all’inizio della sesta estinzione di massa, la prima attribuibile alle attività umane. In Europa le specie più colpite sono l’allodola (meno 50% negli ultimi 40 anni), la piccola farfalla blu, in calo del 38% dagli anni ’70, e un terzo delle api e degli insetti è a rischio estinzione, senza dimenticare scoiattoli rossi, pipistrelli e ricci.

“Stiamo erodendo i pilastri stessi delle nostre economie – avverte Watson -. Non è troppo tardi per agire, ma solo se cominciamo da subito e a tutti i livelli”.

Attività antropiche e riscaldamento globale

La perdita di biodiversità è grave quanto gli effetti del riscaldamento globale, ma si tratta di una “crisi più silenziosa”. Anche se i cambiamenti climatici causati in parte dai comportamenti umani sono responsabili di un’ulteriore accelerazione nella scomparsa di alcune specie. Di fatto, le attività antropiche hanno già “alterato gravemente tre quarti delle superfici terrestri, il 40% degli ecosistemi marini e la metà di quelli di acqua dolce”, avverte il rapporto Onu. Per evitare un disastro ecologico servono rapidi interventi politici per regolamentare lo sfruttamento delle terre e delle risorse naturali, oltre a limitare l’uso di pesticidi, combattere l’inquinamento e attuare una più razionale urbanizzazione.

Dobbiamo cambiare radicalmente stile di vita

Gli esperti avvertono che la perdita di biodiversità avrà un impatto diretto su ciascuno di noi, dal cibo all’energia, dall’acqua potabile alla produzione di farmaci fino all’assorbimento del CO2.

“La quantità di elementi della natura che sfruttiamo a vario titolo è immensa – precisa il rapporto Onu -. Ed è fondamentale per l’esistenza e la prosperità della vita umana”.

Tra gli esempi concreti citati, riporta Agi, la dipendenza dal legno per la produzione di energia per più di due miliardi di persone, le medicine naturali che ne curano 4 miliardi e la necessaria impollinazione del 75% delle colture da parte degli insetti, specie maggiormente a rischio estinzione. A margine della riunione di Parigi 600 attivisti e Ong hanno firmato una lettera aperta promossa dal WWF per chiedere ai governi un’azione urgente. Per i firmatari siamo ancora in tempo per proteggere quanto rimane, ma dobbiamo cambiare radicalmente stile di vita.

Millennials lavorano sempre, anche in bagno e in vacanza

Lavorare sempre, anche quando si è malati, durante i weekend e addirittura in bagno. Per la generazione dei Millennials, cresciuta in un’epoca caratterizzata dall’egemonia della tecnologia e dalla presenza costante sui social network, il tempo dedicato al lavoro si dilata e le ore di libertà si assottiglian, determinando uno scenario stressante e negativo. Tanto che secondo un sondaggio pubblicato su Forbes, il 66% dei nativi digitali ammette di sentirsi affetto da “workhaolism”, l’incontrollabile necessità di lavorare incessantemente, senza concedersi momenti di pausa o relax.

Allarme workhaolism tra i nativi digitali

Lo conferma anche uno studio americano pubblicato sul Washington Examiner, i Millennials soffrono di workhaolism, un termine coniato nel 1971 dal ministro e psicologo Wayne Oates che indica la compulsione incontrollata a lavorare sempre e ovunque. In particolare, riporta Ansa, dalla ricerca emerge che il 63% dei Millennials ammette di essere produttivo anche in condizioni di malattia, il 32% di lavorare addirittura in bagno, e il 70% di rimanere attivo anche durante il weekend. E ancora, il 39% dei nativi digitali sarebbe disposto a lavorare perfino in vacanza, magari all’interno di una vera e propria “workcation”. Ovvero un luogo rilassante, dotato di tutti i confort, e spesso anche di un luogo di lavoro condiviso.

Essere sempre connessi è nel Dna dei Millennials

“Nei geni dei giovani digitali è insita l’attitudine all’utilizzo di ogni apparato tecnologico che permetta una connessione al mondo, senza bisogno di spostarsi dal proprio ufficio e dalla propria casa. Ciò comporta un cambiamento della percezione del tempo e uno stato di trance che li fa diventare incoscienti – spiega Marina Osnaghi, prima Master Certified Coach in Italia – Me lo raccontano spesso i genitori dei ragazzi, facendo un amaro confronto con la generazione precedente”.

Come combattere la dipendenza da lavoro e iperconnessione

Secondo la psicoterapeuta Amy Morin, il 42% dei Millennials che lavorano intensamente più di 9 ore al giorno attaccati allo schermo del pc, hanno avuto riscontri negativi sulla propria salute mentale, peggiorando le condizioni fisiche e le relazioni sociali (fonte: HelpConsumatori). Ma cosa fare per combattere queste forme di dipendenza dalla tecnologia, che possono portare a sintomi quali depressione, ansia e insonnia? Gli esperti consigliano di perseguire un equilibrio consapevole fra i vari aspetti della vita, trovare un mentore che possa trasferire la propria esperienza e concedersi una pausa costruttiva al termine di ogni giornata lavorativa. Cercando sempre di ricordare che il proprio benessere psicofisico è insostituibile

Tariffe cellulari, gli italiani vogliono (tanti) Giga. E il mercato risponde

Almeno 2 GB mensili per navigare dal proprio smartphone sono ormai davvero il minimo da offrire agli utenti. Tuttavia, gli italiani sono affamati di Internet e oggi i pacchetti con almeno 10 GB, così da navigare in serenità dai propri device, sono sempre più richiesti. E gli operatori rispondono con proposte sempre più convenienti.

Quali le tariffe più apprezzate?

Le tariffe mobili con più appeal sono quelle con 5-10 o addirittura 20 giga, che fino a due anni fa erano interessanti solo per pochi. A tal punto che gli operatori propongono tariffe con 20 giga a prezzi più convenienti delle offerte con meno internet, invitando a un uso più massiccio della rete. A rivelarlo è l’ultima indagine SosTariffe.it, che ha preso in esame i dati del proprio comparatore di telefonia nel corso dell’ultimo biennio (2017-18).

Cos’è cambiato negli ultimi due anni

Con buona probabilità ha giocato un ruolo importante nella “liberalizzazione” di internet da dispositivi mobili l’avvento recente di nuovi operatori virtuali, con le loro promozioni a basso costo comprensive di molti GB. Fatto sta che dalla differenza di richieste giunte al comparatore tra il 2017 e il 2018 emerge un dato chiaro: gli italiani vogliono essere iperconnessi e navigare senza pensieri né preoccupazioni per i GB consumati. In due anni le richieste degli utenti di SosTariffe.it di tariffe che comprendono da 1 a 5 gigabyte di internet hanno subito un netto calo (-76,5%), a vantaggio delle comparazioni riguardanti offerte che propongono da 6 a 10 gigabyte almeno (+143%). Ma le più gettonate stanno progressivamente diventando le tariffe con oltre 10 gigabyte (+405%).

Mai senza GB

Nel corso del 2017, la maggior parte degli utenti di SosTariffe.it (il 44,85% del totale) si accontentava di navigare con 2 gigabyte di traffico internet. Accanto ad essi, un gruppo un po’ più ristretto (30,57%) di esigenti che già avevano bisogno del doppio di dati (4 GB al mese). Meno ambite le tariffe con 3 gigabyte (6,85%) o un solo giga (9,79%). Nel 2018 le esigenze sono cambiate. La maggior parte degli utenti (32,42%) tende ad assicurarsi sempre i 2 gigabyte indispensabili per svolgere le proprie attività quotidiane sul web. Ma a seguire c’è anche un gruppo che ha bisogno almeno di 5 Gb (21, 47%). I famelici di dati mobili sono ancora una minoranza: ovvero coloro che hanno bisogno di 10 giga mensili (15,99%) o addirittura 20 gigabyte al mese (16, 14%).

I pacchetti da 5 o 20 GB hanno costi simili

Per chi vuole navigare di più oggi non occorre spendere troppo. I pacchetti con 5 giga inclusi e quelli con 20 gigabyte hannoo grosso modo lo stesso prezzo, cioè in media 15 euro. Un invito, implicito, a navigare di più spendendo lo stesso. Mentre invece, per assurdo, risultano meno convenienti quelle con un traffico internet di 10 gigabyte incluso nell’offerta, le quali si aggirano intorno a 21 euro.

Il digitale conquista la mobilità urbana in Italia

Mobilità urbana sempre più digitale in Italia, anche grazie al crescente fenomeno dei digital payments: la modernizzazione del Paese passa anche da qui. E’ la fotografia recentemente scattata dall’Osservatorio Acquisti Nexi, la PayTech delle banche, che ha diffuso i dati relativi ai pagamenti digitali effettuati nel 2018 tramite carta o app e dedicati agli spostamenti in città. Quest’anno gli italiani hanno speso 246 milioni di euro con strumenti digitali per spostarsi in città, con una crescita del 30%. Grandi investimenti da parte dei nostri connazionali per Car & Bike sharing, Taxi e trasporto privato con autista, trasporto pubblico su gomma o rotaia e parcheggi. Sono i settori in cui, dal dicembre 2017 al novembre 2018, la spesa ha registrato una crescita sostenuta con, in particolare, un delta positivo del 30% nell’ultimo trimestre.

Trasporto pubblico e auto privata con autista guidano le spese di mobilità

Nel dettaglio, nei 12 mesi presi in esame sono stati 114 i milioni di euro spesi nel trasporto pubblico (46.5% del totale), con un incremento nell’ultimo trimestre del +23,4% rispetto allo stesso periodo del 2017. Dei comparti analizzati è il settore più caratterizzato da trend stagionali, in particolare nel mese di settembre, in occasione del rinnovo degli abbonamenti. Con 84.3 milioni di spesi (34.3% del totale) seguono i trasporti tramite Taxi e auto privata con autista, settori che registrano un incremento nell’ultimo trimestre oltre la media (Taxi +34.8%) grazie al contributo significativo apportato dalle aziende di trasporto privato operanti tramite App. La spesa degli italiani effettuata nel 2018 per parcheggi e Car Sharing, che si attesta – rispettivamente – a 24 e 20 milioni di Euro (9.7% e 8.1% del totale). A completare il quadro dei comparti analizzati con una spesa comparata più modesta, ma con trend di crescita più dinamici, i servizi di Bike Sharing: 3.7 milioni di euro (1.5% del totale), +157.1% nell’ultimo trimestre, rispetto allo stesso periodo del 2017.

Il trend di un Paese sempre più digital

Questi dati confermano che l’Italia si sta orientando sempre più verso una trasformazione digitale a 360 gradi.  “La mobilità urbana è rappresentativa di un trend del paese che si sta fortemente digitalizzando in diversi ambiti e processi, grazie anche alla possibilità data dai pagamenti digitali”, ha dichiarato l’Head of market insights Nexi, Francesco Pallavicino, che vede un futuro caratterizzato da “una forte crescita delle piattaforme digitali che abilitano in modo semplice e diretto tutte le attività quotidiane”.

Lavoro: previsti 1.111.550 nuovi contratti, ma permane la difficoltà di reperiment

Se i nuovi contratti di lavoro previsti entro gennaio 2019 sono 1.111.550, permane la difficoltà di reperimento, che arriva al 30% delle entrate previste. Le nuove norme sulla privacy e l’obbligo di fatturazione elettronica, che scatterà da gennaio 2019, fanno crescere inoltre la domanda di addetti all’amministrazione, alla contabilità e all’inserimento dati. Si tratta di alcune delle indicazioni che emergono dai programmi occupazionali delle imprese dell’industria e dei servizi, monitorate dal Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Anpal.

La domanda di lavoro si mantiene in crescita

In Italia la domanda di lavoro si mantiene in crescita rispetto alle previsioni di novembre-gennaio 2017. Sono infatti circa 145mila i contratti in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, riporta Adnkronos, quando erano 966.770.

I settori che più contribuiscono a tale andamento sono le industrie metallurgiche e dei prodotti in metallo (+25,9%), i servizi dei media e della comunicazione e quelli dell’ICT (+23,7% e +23,1%), i servizi alle persone (21,6%), le industrie meccaniche ed elettroniche (19,6%), e le costruzioni (18,3%).

La difficoltà di reperimento sale al 30%

A novembre sono oltre 55mila le opportunità di lavoro in più rispetto a novembre dello scorso anno, sebbene resti invariata la percentuale di imprese che prevedono nuovi ingressi di personale. Aumentano, rispetto allo scorso anno, le assunzioni per impresa (che passano da 1,7 a 2,0) e, in particolare, aumentano le imprese di media dimensione intenzionate ad assumere (dal 25,8 al 28,1% del totale delle medie imprese). Aumenta sensibilmente anche la difficoltà di reperimento dichiarata dalle imprese (dal 25% al 30%), con incrementi più evidenti tra gli operai specializzati, le professioni tecniche e le professioni esecutive nel lavoro d’ufficio (tra +7,3 e + 5,9 punti percentuali).

Cresce il fabbisogno di profili amministrativi

In conseguenza anche della recente entrata in vigore del nuovo regolamento sulla privacy sono circa 30mila le posizioni lavorative a disposizione per gli addetti all’amministrazione e alle attività di back-office. Chi intende candidarsi dovrà possedere competenze digitali (ritenute importanti per il 61,2% dei profili previsti in entrata), capacità matematiche e informatiche (rilevanti per il 43,1% dei profili ricercati). Sono richieste anche competenze trasversali quali flessibilità e adattamento (60,9% dei profili), problem solving (60,5%) e autonomia (57,4%).

Nuove opportunità di lavoro anche nelle aree aziendali più coinvolte dalla fatturazione elettronica, obbligatoria a partire da gennaio 2019. Sono oltre 12mila i candidati fra addetti alla contabilità e addetti all’inserimento ed elaborazione dati ricercati dalle imprese nei prossimi tre mesi.

Instagram punta sull’e-commerce. In arrivo una nuova app di shopping online

Con 19 milioni di utenti solo in Italia, aumentati del 36% in un anno, Instagram non si accontenta. E mette in campo un nuovo progetto di e-commerce per crescere ancora di più. Il social più amato dai giovani sta pensando infatti a una nuova app per fare acquisti online. Forse perché, così come è accaduto a Facebook, sta iniziando a manifestare una tendenza “fisiologica” all’invecchiamento, tipica di tutti i servizi online. Se dopo essersi smarcata dalla capogruppo Facebook si è dimostrata molto più capace di attirare i giovani rispetto al suo concorrente, ora non è più un social per giovanissimi.

Non è (ancora) un social per “vecchi”, ma…

Anche se inizia a subire una sorta di invecchiamento la quota degli over 45 (pari al 23%) è molto inferiore rispetto a quella di Facebook, dove arriva al 37%. Inoltre, il 59% dei suoi utenti ha meno di 36 anni, mentre su Facebook gli under 36 sono il 42%.

Più in dettaglio, i minori di 18 anni su Instagram sono il 9,5%, mentre la fascia d’età più presente è quella dei 19-24enni, che copre un quinto degli utenti. I 25-29enni rappresentano invece circa il 16%, i 30-35enni circa il 13%, i 36-45enni il 18%, i 46-55enni il 14%.

Bassa, invece, la quota degli ultra 56enni (9%), che però sono raddoppiati. E crescono anche gli utenti 36-45enni (+ 42%), e i 46-55enni, cresciuti addirittura del 69%.

Le aziende con un account sono 25 milioni

Con una platea che si amplia, e una composizione (per ora) diversa da quella di Facebook, le aziende hanno drizzato le antenne, riporta AGI. Nel mondo sono 25 milioni le organizzazioni che hanno un account, di cui 2 milioni sono anche inserzioniste. E quattro utenti su cinque seguono almeno un’azienda.

Ecco perché Instagram sta pensando a un modo più strutturato di legare social ed e-commerce. Se già dal novembre 2016 aveva introdotto la possibilità di taggare nelle immagini i singoli prodotti, consentendo poi agli utenti di cliccare e acquistare direttamente dalla foto, più di recente ha avviato test analoghi nelle Storie. Il motto della funzione? Guarda, tocca, acquista. Ma ora sta pensando a una nuova app per l’e-shopping.

Fare acquisti online su Instagram

Da quanto rivela la testata hight-tech TheVerge sembra che la piattaforma stia lavorando a un’app dedicata agli acquisti online, uno strumento efficace per espandere i proventi. Non si tratterebbe di una semplice sezione interna, ma di un’applicazione che potrebbe chiamarsi IG Shopping. E il modello potrebbe essere quello di IGTV, l’app riservata ai video più lunghi accessibile da Instagram tramite un pulsante dedicato. In ogni caso, lo sviluppo di IG Shopping è ancora in corso. Aspettiamo di vedere se e quando arriverà in porto.

 

Nel 2030 la tecnologia trasformerà il lavoro, e lo renderà liquido

Quali scenari apre l’evoluzione delle tecnologie applicata al mondo del lavoro? Spesso viene messo in evidenza il rischio di un potenziale furto di figure specializzate da parte dei robot e vengono tralasciati i vantaggi di una tecnologia avanzata a disposizione della forza lavoro. Michael Page, brand di PageGroup specializzato nella selezione di professionisti qualificati di middle e top management, ha realizzato in partnership con Foresight Factory un approfondimento dedicato ai trend che modelleranno il posto di lavoro di domani. Come Bio-hacking:, blockchain, AI e robot.

Le abilità trasversali che le macchine non potranno replicare

Secondo l’analisi di Michael Page, capacità di giudizio, curiosità, sapere come muoversi in situazioni complesse e curiosità sono le competenze che le macchine non potranno replicare. Queste abilità trasversali si riveleranno il vantaggio chiave per le aziende, e secondo i recruiter di Michael Page, sono tra le caratteristiche imprescindibili per il professionista del futuro.

Si tratta appunto di competenze liquide in grado di adattarsi a diversi contesti. E questo considerando che le persone in futuro arriveranno a sviluppare da 4 a 6 carriere diverse nell’arco della propria vita.

Il curriculum del 2030 lo gestirà l’AI

Nei prossimi decenni cambierà anche la ricerca di lavoro. Il curriculum sarà uno spazio interattivo gestito dall’Intelligenza Artificiale che, come un Assistente Personale, gestirà i dati personali e i collegamenti. Le informazioni saranno conservate su base cloud e rese sicure attraverso la tecnologia blockchain, ma accessibili all’AI che potrà accedervi direttamente per valutare l’adeguatezza di un profilo in relazione a una descrizione di lavoro, e viceversa.

Bio-hacking, blockchain, robot: andare oltre l’umano

I microchip che consentono ai lavoratori di aprire porte, accedere a terminali e pagare sono già realtà. Ma questo è solo il principio dei bio-potenziamenti: il prossimo futuro prevede impianti smart, protesi ad alta performance e componenti potenziatori della memoria. Oltre ai dispositivi “indossabili”, saranno utili supporti per tenere il passo con la tecnologia.

La blockchain poi (la lunga catena di registrazione di dati duplicati attraverso milioni di macchine), avrà un impatto a lungo termine sulla futura forza lavoro destinato a essere profondo. Le relazioni peer-to-peer non saranno più così rischiose come lo sono attualmente su internet, e la capacità dei contratti smart di consentire una rivoluzione pay-as-you-go potenzierà ulteriormente la cosiddetta gig economy.

Inoltre, benché robot e AI siano destinati inevitabilmente ad assumere molte funzioni, ci sarà un cambiamento nelle interazioni tra uomini e macchine che porterà al massimo livello di efficienza. I colleghi robot, o “cobot”, si integreranno. La forza lavoro si baserà sulla coabitazione e ls cooperazione fra uomo e macchina.

La giustizia organizzativa: una motivazione in più per le risorse aziendali

La capacità di motivare le risorse aziendali è al centro delle strategie messe in atto dal management per conquistare i candidati più competenti, e trattenere i dipendenti più validi. Uno di questi strumenti motivazionali è la giustizia organizzativa, ovvero la capacità dei manager di analizzare le decisioni di natura organizzativa, come la distribuzione di un premio tra colleghi, il sistema di valutazione delle performance, la definizione del budget, e la progettazione di un sistema di alleanze tra imprese, basandosi sui principi di giustizia ed equità. L’obiettivo è prevenire l’insoddisfazione nel personale e i contrasti fra gli interessi dei dipendenti e quelli dell’impresa.

I processi di selezione possono essere percepiti come iniqui

La giustizia organizzativa è un concetto basato sulla percezione di quanto equamente si venga trattati sul posto di lavoro. Nei processi di selezione molti strumenti di verifica del profilo, o delle prestazioni del candidato, possono essere percepiti come iniqui. Ovvero, non sufficientemente focalizzati sulla mansione, o parzialmente scorretti, perché non in grado di rappresentare adeguatamente la complessità dell’individuo, riferisce AdnKronos.

“Queste sensazioni – spiega Valentina Sangiorgi, Chief Hr Officer Randstad Italia – rischiano di influenzare negativamente il comportamento organizzativo del personale, con ripercussioni anche gravi per l’azienda”.

Le àncore di carriera

Per mantenere e incrementare la motivazione delle risorse umane è necessario valorizzare le potenzialità di candidati e lavoratori, cogliendone talenti, bisogni e valori. Ma non sempre i manager riescono a creare le condizioni per un’interazione soddisfacente fra le persone e l’organizzazione in cui lavorano. Uno strumento utile sono le cosiddette àncore di carriera di Edgar Schein, un questionario di autoanalisi di 40 domande con cui il candidato o il dipendente valuta la propria vita professionale, i propri talenti, le capacità, i bisogni, i valori e i comportamenti, e scoprire cosa lo motiva maggiormente in un lavoro.

“Ridurre le percezioni distorte e promuovere un clima positivo sul posto di lavoro”

Analizzare le reazioni delle persone coinvolte nelle decisioni di natura organizzativa risulta quindi importante per il successo delle organizzazioni, “perché contribuisce a ridurre le percezioni distorte – aggiunge Sangiorgi – e a promuovere un clima positivo sul posto di lavoro”.

Insomma, quanto più l’organizzazione è in grado di progettare percorsi di sviluppo coerenti con gli orientamenti delle persone coinvolte, “tanto più si alza il livello di motivazione alla vita organizzativa – continua Valentina Sangiorgi -. In quest’ottica, le ancore di carriera sono uno strumento efficace per avvicinare le aspettative dei dipendenti e quelli dell’azienda, migliorando così la soddisfazione dei lavoratori e la loro produttività”.

Il tempo libero? 6 italiani su 10 faticano a concederselo

Quello tracciato dal nuovo Osservatorio mensile Findomestic/Doxa è il ritratto di un Paese che fatica a concedersi svago e relax. Se per il 65% degli intervistati il tempo libero rappresenta un’occasione per rilassarsi e riposarsi quasi 6 italiani su 10 hanno pochissimo tempo libero, e quello che rimane lo dedicano prevalentemente alla famiglia. E i più insoddisfatti sono i 35-44enni: ben il 62% dichiara di avere troppo poco tempo libero, o di non averne affatto.

Il relax fa rima con famiglia, sport e TV

Dopo la famiglia, nella lista delle attività preferite figurano praticare sport (29,1%), guardare la TV (28,8%), leggere (27,6%), navigare su internet o usare i social media (24,7%), stare con gli amici (24,7%), dedicarsi a attività manuali o lavori creativi (17,9%).

Tra gli sportivi, il 24,6% va in palestra, il 18,5% ama camminare, il 14,6% si dedica alla corsa e il 12,3% alla bicicletta. Tra gli appassionati del fai-da-te, il 30,6% pratica il giardinaggio, il 21,9% lavora il legno e realizza piccoli interventi di muratura e il 19,6% si interessa al cucito e al lavoro a maglia.

Le donne preferiscono lo shopping e la lettura

Il 26,8% delle donne riesce a ritagliarsi non più di due ore a settimana di tempo libero, e il 7,3% non trova alcun momento per sé. Tra gli uomini, invece, solo il 3,3% afferma di non avere tempo libero a disposizione. L’indagine dimostra poi che la lettura viene preferita dalle donne rispetto agli uomini: le lettrici abituali sono infatti il 36,9%, mentre gli uomini si fermano al 20,8%. Appannaggio delle donne è anche lo shopping (18,2% contro l’11,1% degli uomini), mentre sono targati al maschile lo sport (33% uomini e 23,8% donne) e il video-gaming (7,1% uomini e 0,9% donne).

I 35-44enni sono i più indaffarati (e insoddisfatti)

In ogni caso, i più insoddisfatti sono i 35-44enni. Il 62% del campione in questa fascia di età dichiara di avere troppo poco tempo libero, o di non averne affatto. La fascia tra i 18-24 anni il 58% afferma invece di averne abbastanza o perfino molto. E se l’età è un fattore che non sembra influire in misura significativa sulla scelta degli hobby, riporta una notizia Agi, nella fotografia scattata dall’Osservatorio Findomestic a sorprendere è un dato in particolare: sono soprattutto i 55-64enni a passare il proprio tempo libero su Internet e sui social network, ben il 31,6%, contro il 21,1% dei 25-34enni.