Nel 2020 è boom di proposte di matrimonio durante il lockdown e le vacanze

La quarantena e le vacanze estive sembrano aver creato lo scenario ideale per le coppie che hanno deciso di convolare a nozze. Il confinamento ha infatti rovesciato tutte le statistiche, che vedono l’inverno, e in particolare il Natale, come il periodo in cui si verifica il maggior numero di proposte di matrimonio.

Quest’anno l’aver vissuto circostanze eccezionali come il lockdown lo ha reso simile alle vacanze, ovvero quando si verificano più fidanzamenti ufficiali.

Ma quali fattori hanno reso simili questi periodi? Forse, durante la quarantena si sono presentati fattori propizi all’aumento di proposte. Come l’avere vissuto un momento di riflessione e di relax, ideale per poter trascorrere più tempo con il partner.

Fare un passo avanti all’interno della storia d’amore

Durante il lockdown, così come durate le vacanze estive, passare insieme al partner più tempo del solito è un’occasione per riflettere e ha portato molte coppie alla decisione che segnerà il resto della loro vita. Una proposta di matrimonio lontana da ciò che siamo abituati a vedere, ma che continua a confermare che l’amore è generoso, testardo, non si preoccupa delle circostanze o delle situazioni, e può superare tutto. Secondo il Libro Bianco del Matrimonio di Matrimonio.com, pubblicato in collaborazione con Google ed Esade, per la stragrande maggioranza delle coppie (75,5%), la ragione principale che spinge a sposarsi e a consolidare un progetto di vita comune è proprio il desiderio di fare un passo avanti all’interno della storia d’amore.

La tradizionale proposta di matrimonio in Italia

Anche se può sembrare un cliché hollywoodiano, la scena di inginocchiarsi per proporre il matrimonio è una scena che si svolge ancora nel nostro Paese. Sempre secondo il Libro Bianco del Matrimonio nel 55% dei casi la proposta di matrimonio avviene mentre la coppia è sola, cercando di creare un’atmosfera romantica e intima in cui siano presenti solo i due innamorati. Il 7% festeggia il fatidico sì con i genitori e il 4% con gli amici, riporta Adnkronos. Ma di chi è l’iniziativa? Sempre secondo il Libro Bianco del Matrimonio, l’iniziativa non è più solo del futuro marito come vuole la tradizione: nel 42% delle coppie l’iniziativa è di entrambi, anche se solo nel 3% dei casi arriva da lei.

Nel 2019 il periodo natalizio è il momento più gettonato per dire sì

In Italia, secondo un sondaggio condotto da Matrimonio.com, alle coppie che si sono sposate nel 2019 il periodo natalizio è il momento più gettonato dell’anno per fare la proposta, gli stessi fattori di relax, disconnessione e riflessione ben presenti durante i mesi di quarantena. Queste condizioni, oltre al fatto che il 68% delle coppie italiane convive già prima del matrimonio, o che passare del tempo di qualità con il partner sia l’aspetto che fa sentire più amati (fondamentale per il 57% delle coppie), fanno pensare che la quarantena sia diventato il luogo e il momento perfetto per prendere la decisione di andare all’altare.

Per gli italiani il cibo è buono se è sano e fa bene

Mangiare bene significa prendersi cura di se stessi e degli altri. Il concetto di bontà per gli italiani è un circolo virtuoso, senza per questo dover rinunciare al gusto. Per gli italiani infatti il cibo è buono se è sano e fa bene, non solo alla salute, ma anche agli altri e all’ambiente. Una ricerca Bva Doxa per W.K. Kellogg mostra infatti che per il 35% degli italiani l’aspetto più influente al momento dell’acquisto di beni alimentari è legato ai benefici per la salute, seguito dalla solidarietà verso gli altri (25%) e dal gusto (22%). In ultima posizione, il prezzo e la convenienza, ritenuti fondamentali dal 18% degli intervistati.

La responsabilità sociale, un valore in crescita

Ma la pandemia sembra aver accresciuto la sensibilità degli italiani nei confronti della responsabilità sociale. Due italiani su 3 dichiarano di essere più sensibili al tema, soprattutto al Sud e nelle Isole (73%). Per il 95% degli italiani è poi importante sapere che i prodotti acquistati provengano da aziende e brand attenti alla sostenibilità in generale. Non solo. Otto italiani su 10 sarebbero “certamente” e “probabilmente” disposti a riconoscere un valore, ad esempio un sovrapprezzo,– per comprare prodotti di brand impegnati in prima linea con iniziative e progetti ad hoc per supportare e tutelare gli altri.

Il ruolo delle aziende

Dalla ricerca di W.K. Kellogg, riporta Askanews, emerge anche un forte interesse nel conoscere e venire aggiornati sulle diverse attività di responsabilità sociale messe in campo dalle aziende. Per il 95% del totale è, infatti, importante che le iniziative vengano comunicate e il 91% è interessato a venirne a conoscenza. Soprattutto attraverso la promozione sulle confezioni (81%), in televisione (49%), sul sito dell’azienda (39%), tramite materiali nei punti vendita (37%) e sui social network (35%). La responsabilità sociale mette dunque d’accordo gli italiani, anche se poi si dividono tra una colazione nel silenzio della casa vuota alle prime ore del mattino (47%), e un pasto del risveglio in compagnia del proprio partner o dei propri figli (38%).

Benefici nutrizionali, e attenzione per l’ambiente

Kellogg, in linea con questi trend, ha avviato una campagna in partnership con Banco Alimentare negli store Coop in diverse regioni italiane, che porterà alla donazione di 500.000 colazioni ai più bisognosi. “Avere dei prodotti semplici, poco processati, ma gustosi e con un ruolo nel sociale è quello che ci chiedono i consumatori – commenta Elisa Tudino, brand activation Lead di Kellogg Italy – oggi è fondamentale che un prodotto abbia chiari benefici nutrizionali, ma sia attento all’ambiente e, soprattutto per noi italiani, piacevole al gusto”.

Casa più green e conviviale. Le nuove abitudini post Covid-19

Gli italiani hanno maturato nuove abitudini e nuove esigenze legate al modo di vivere la propria abitazione. E se il tempo dedicato alla cucina è in crescita, il 29% degli italiani ora invita spesso gli amici a mangiare a casa. Ma è sempre più diffusa anche la passione per la cura delle piante, con il 39% degli italiani che dedica più tempo al giardinaggio, e il 27% che possiede un orto. Durante il lockdown avere una casa con uno sfogo all’aperto si è rivelata una risorsa fondamentale. Balconi, terrazzi, e per i più fortunati, anche giardini e orti, sono stati un vero salvavita durante questo periodo così duro. Questi spazi però rimangono centrali anche nella nuova fase dell’emergenza, in cui la casa rimane un punto di riferimento, ma con la bella stagione e le giornate calde si ha voglia di trascorrere più tempo all’aria aperta e in compagnia, continuando a sentirsi al sicuro e protetti.

La cura delle piante è un trend in crescita

Secondo i dati GfK Sinottica il 74% ha almeno un balcone, e quasi uno su due (47%) un terrazzo. Ancora più fortunato quel 42%  che vive in una casa con giardino. In questi spazi all’aperto si esprime la voglia di stare a contatto con il verde, tanto che uno dei trend in crescita negli ultimi anni è quello della cura delle piante: il 39% degli italiani dedica tempo al giardinaggio. Un dato in crescita del +3% rispetto al 2012 e del +13% tra i Baby Boomer. Ma non solo fiori e piante d’appartamento. Un quarto della popolazione (27%) possiede e coltiva un orto. Insieme allo smart working la maggiore richiesta di spazi green, possibilmente all’aperto, sarà sicuramente uno dei trend che influenzerà la nuova concezione di casa nei prossimi anni.

Comoda e accogliente, la casa deve raccontare di sé

Non più luogo da frequentare pienamente solo nei fine settimana, ma spazi e ambienti disegnati per rispondere alle esigenze di chi la abita durante tutto l’arco della giornata, quindi. Ma quali sono le attitudini e le aspettative degli italiani nei confronti della propria abitazione? In generale, dovrebbe essere un luogo caldo, fatto per la comodità e l’espressione del sé, per l’accoglienza di chi lo vive e per coltivare le relazioni. Il 58% degli italiani desidera infatti una casa dove gli oggetti e gli arredi raccontino la propria personalità. Un’ambizione particolarmente forte tra Millennial e Generazione X.

Cresce l’abitudine di invitare gli amici a cena

Il 29% degli italiani inoltre invita spesso gli amici a mangiare a casa propria (un’abitudine consolidata soprattutto tra i Millennial) e oltre la metà (55%) dichiara di dedicare molto tempo alla cucina. Anche questo un trend in crescita: +5% rispetto al 2012. La casa, il suo vissuto e i sui spazi verdi, offrono però anche interessanti spunti operativi alle aziende che lavorano in questi settori. 

Cibo e innovazione, italiani divisi fra tradizione e curiosità

Per i consumatori italiani l’innovazione alimentare è importante, anche se c’è chi preferisce non prendersi troppi rischi. Per molti un prodotto innovativo è un cibo già pronto, ma buono e sano, e alcuni mettono l’accento sulla sostenibilità e sulla proposta di nuovi sapori, prodotti però a partire dalla riscoperta di materie prime antiche o dimenticate. In ogni caso, la curiosità verso nuovi sapori e nuove emozioni associate al cibo riveste un ruolo fondamentale per la maggioranza dei consumatori. È quanto emerge dalla ricerca BVA/Doxa dal titolo L’innovazione nel food dal punto di vista del consumatore, secondo la quale per i più giovani è centrale l’apertura ad altre culture, e l’attenzione nei confronti della sostenibilità.

Il gusto resta una componente fondamentale

L’innovazione alimentare è una cosa seria per il 76% degli italiani, e 1 consumatore su 4 la considera molto importante. Anche perché non è soltanto una questione di scienza e tecnica, ma riguarda una dimensione emozionale. Per il 60% degli intervistati, infatti, innovazione è sinonimo di curiosità o esplorazione. Ma che cosa s’intende per innovazione alimentare? Secondo la ricerca il gusto resta una componente fondamentale. Al quale va però associato il legame con la tradizione alimentare italiana in un’ottica di ibridazione che punta alla rielaborazione e alla creazione di sapori nuovi e sorprendenti.

Innovativi, ma non troppo

Il 69% dei consumatori, però, è diviso fra esigenze contrastanti, come la necessità di seguire una dieta variata ed equilibrata e avere a disposizione cibi pratici da utilizzare e cucinare. Tra questi innovatori moderati rientrano gli “esploratori del giardino” (42%) e gli “esploratori curiosi” (27%). Per i primi, prevalentemente donne con figli, l’innovazione è un modo per portare novità nella cucina quotidiana, mentre per i secondi, composto in maggioranza da uomini, l’innovazione è un modo per stupirsi e aprirsi a esperienze inedite.

Ma oltre la maggioranza si presentano due poli opposti. Da un lato, ci sono gli “innovatori spinti” (15%), principalmente giovani attenti alle nuove tendenze in campo alimentare, dall’altro, i “tradizionalisti convinti” (16%), per cui le ricette tradizionali e familiari costituiscono un patrimonio da rispettare e tramandare.

New ready to eat, eco & safe e new tradition

Per il 37% il prodotto innovativo deve essere “new ready to eat”. L’innovazione è quindi associata a un alimento già pronto e facile da consumare. Per il 23% invece l’innovazione è qualcosa di “eco & safe”, ovvero un cibo prodotto con metodi di coltivazione o allevamento sostenibili. Un altro 23% poi guarda alla cosiddetta “new tradition”, una produzione alimentare che punta alla scoperta e alla diffusione di nuovi sapori che però mantengono una continuità con la tradizione. In questa categoria rientrano, ad esempio, i prodotti da forno che usano farine derivate dalla macinazione di grani antichi, o proposte alternative come la “carne non carne” e il mondo del plant based. Ma il 17% considera innovativa “la natura nel piatto”, con al centro il biologico e i cibi salutari.

Facebook e YouTube bloccano più fake news di Twitter

Bufale sui social legate al Coronavirus: Facebook e YouTube se la cavano meglio di Twitter nella lotta alla disinformazione sull’epidemia. A renderlo noto è uno studio dell’università di Oxford e del Reuters Institute, che ha esaminato 225 post pubblicati sui social media e sottoposti a fact checking. Dei 225 post, giudicati falsi, ben il 59% è rimasto indenne su Twitter, riuscita quindi a bloccare, o comunque a etichettare come bufala, solo 4 fake news su 10 (41%). YouTube invece ha fermato il 73% dei post, e Facebook il 76%, lasciandone passare circa 1 su 4, il 24%.

Fake news, il 59% sono notizie manipolate e il 38% inventate di sana pianta

Da gennaio a marzo, si legge nello studio, il numero di controlli sulle notizie in circolazione in lingua inglese è aumentato del 900%. Nel merito delle fake news, per il 59% si tratta di notizie spesso vere che vengono manipolate, distorte, ricontestualizzate e rielaborate, mentre il 38% sono inventate di sana pianta. Sui social, tuttavia, a circolare di più sono le notizie manipolate, che danno vita all’87% delle interazioni, ovvero a un coinvolgimento maggiore da parte degli utenti, mentre le notizie completamente inventate rappresentano il 12%, riporta Ansa.

Il 20% delle bufale proviene da politici o celebrità

Per quanto riguarda le fonti della disinformazione, le notizie provenienti da politici, celebrità e altre figure di spicco costituiscono il 20% delle bufale prese in esame, ma danno vita al 69% del coinvolgimento sui social. Quanto ai contenuti, la categoria più presente, il 39%, riguarda dichiarazioni manipolate o inventate in merito ad azioni e norme di autorità pubbliche, compresi rappresentanti dei governi e autorità internazionali, come l’Oms e l’Onu.

Ma la maggior parte di contenuti falsi è generato da persone comuni  

La maggior parte di contenuti falsi però viene generato da persone comuni. In alcuni casi non è stato possibile analizzare a fondo la portata della notizia diffusa, in quanto l’analisi non è in grado di tracciare la diffusione tramite canali privati o le applicazioni di messaggistica istantanea, riferisce Tomshw.it.

In ogni caso, questo dimostra che la lotta alla disinformazione è più importante che mai. Anche perché le bufale legate alla diffusione del Covid-19 hanno portato in alcuni casi anche a gesti estremi. Come è accaduto in Gran Bretagna, dove sono state bruciate alcune centraline di rete per la credenza a una correlazione fra il Coronavirus e il 5G.

WhatsApp a quota 2 miliardi di utenti. La sicurezza è la priorità

WhatsApp raggiunge i due miliardi di utenti, ed è seconda solo a Facebook, che ne conta 2 miliardi e mezzo. Al centro dell’impegno dell’app di messaggistica più usata in tutto il mondo resta però, ora più che mai, il tema della sicurezza.

“Siamo consapevoli che con l’aumentare delle connessioni tra gli utenti cresce anche la necessità di protezione – si legge in una nota rilasciata dalla società di Mark Zuckerberg -. Trascorriamo sempre più tempo online ogni giorno e, per questo motivo, proteggere le nostre conversazioni è più importante che mai. Ecco perché ogni messaggio privato inviato tramite WhatsApp è protetto con la crittografia end-to-end per impostazione predefinita”.

La crittografia forte agisce come un blocco digitale indistruttibile

 “Le conversazioni private che una volta erano possibili solo di persona, possono ora avvenire su grandi distanze attraverso chat istantanee e videochiamate – continua la nota -. La crittografia forte agisce come un blocco digitale indistruttibile che mantiene al sicuro le informazioni inviate sulla chat aiutandoti a proteggerti da hacker e criminali. I messaggi vengono conservati solo sul tuo telefono e nessuno altro può leggere cosa scrivi o ascoltare le tue chiamate, nemmeno noi. Le vostre conversazioni private restano tra di voi”, assicura la società, che ha anche lanciato un sito dedicato alla privacy, riporta Ansa.

Fermare l’uso improprio dell’applicazione senza sacrificare la privacy

Con la crittografia forte le informazioni inviate quindi restano al sicuro, e gli utenti sono protetti da hacker e criminali. I messaggi inoltre vengono conservati soltanto sugli smartphone degli utenti, e nessun altro può leggere cosa viene scritto o ascoltare le chiamate. D’altronde, “La crittografia forte è una necessità nella vita moderna – spiega la società -. Non scenderemo a compromessi sulla sicurezza perché ciò renderebbe le persone meno sicure. Per una protezione ancora maggiore, collaboriamo con i migliori esperti di sicurezza, impieghiamo tecnologie leader del settore per fermare l’uso improprio della nostra applicazione e mettiamo a disposizione controlli e modi per segnalare problemi, senza sacrificare la privacy”, riferisce CorriereComunicazioni.

Come proteggere l’account ancora di più

Sono tante le opzioni di WhatsApp per proteggere privacy e aumentare sicurezza del proorpio account. La verifica in due passaggi, ad esempio, aggiunge un ulteriore livello di protezione, richiedendo il pin a sei cifre durante il ripristino e la verifica dell’account. Questo aiuta a prevenire l’accesso all’account in caso di furto della scheda sim o nel caso in cui il numero di telefono venga compromesso, si legge su la Repubblica.  
Inoltre, WhatsApp offre agli utenti la possibilità di aumentare la sicurezza del proprio account con il Touch ID e il Face ID per iPhone e il Fingerprint lock per Android. Come con molte app bancarie, si può anche decidere di permettere a WhatsApp di bloccare automaticamente l’app non appena viene chiusa, o dopo prolungati periodi di inattività.

Minacce persistenti, nel 2020 gli attacchi saranno più sofisticati

Il panorama degli attacchi mirati cambierà nei prossimi mesi. Il trend mostra che le Advanced Persistent Threats (APT), le minacce persistenti, cresceranno in termini di sofisticazione e diventeranno più mirate, diversificandosi sotto l’influenza di fattori esterni, come lo sviluppo e la diffusione del machine learning, l’aumento di tecnologie per il deepfake o le tensioni sulle rotte commerciali tra Asia e Europa.

I ricercatori di Kaspersky hanno condiviso le previsioni per il 2020, sviluppate sulla base dei cambiamenti osservati dal Global Research and Analysis Team nel corso del 2019, allo scopo di supportare la community di sicurezza informatica con linee guida e insight utili.

Violazione delle informazioni personali, dal deep fake alle violazioni del DNA

Dopo il numero elevato di violazioni dei dati avvenute negli ultimi anni, la quantità di informazioni personali trapelate e rese accessibili ha reso più semplici gli attacchi mirati. Lo standard si è quindi elevato, e nel 2020 i criminali informatici si immergeranno più in profondità alla ricerca di dati sempre più sensibili, come ad esempio quelli biometrici.

I ricercatori di Kaspersky hanno evidenziato una serie di tecnologie chiave che potrebbero attirare le vittime nelle trappole degli attaccanti. Tra queste, l’uso di video e audio di tipo Deep Fake, che oltre a poter essere automatizzati supportano il profiling e la creazione di truffe e schemi di ingegneria sociale.

Attacchi false flag e minacce mirate

Gli attacchi false flag verranno perfezionati e i threat actor proveranno non solo a evitarne l’attribuzione, ma cercheranno attivamente di far ricadere la responsabilità su altri. Commodity malware, script, strumenti di sicurezza pubblicamente disponibili o software gestionali, combinati a un paio di false flag per i quali i ricercatori cercando indizi, potrebbero essere sufficienti per dirottare la “paternità” della minaccia verso altri gruppi criminali.

Invece di concentrarsi su attività che rendono irrecuperabili i dati, una novità a cui potremmo assistere è inoltre quella che vede i criminali concentrati su attività di intimidazione, ovvero i criminali potrebbero minacciare le aziende vittime di esporre pubblicamente i loro dati.

Nuove capacità di intercettazione e metodi di esfiltrazione dei dati

Nuove regolamentazioni bancarie nell’UE aprono la strada a nuovi vettori di attacco, e si assisterà a un numero più elevato di attacchi alle infrastrutture e a dispositivi diversi dai PC.

Inoltre, i cybercriminali stanno sviluppando nuove capacità di intercettazione e metodi di esfiltrazione dei dati. E l’uso di supply chain continuerà a essere uno dei metodi di consegna più complessi da contrastare. Al contempo, gli APT mobile si svilupperanno più velocemente, e l’abuso delle informazioni personali crescerà, armato di IA. Un po’ come alcune tecniche discusse per influenzare le preferenze di voto attraverso i social media. Questa tecnologia è già in uso ed è solo questione di tempo prima che qualche attaccante ne approfitti.

Pubblica amministrazione, quella italiana spende di più

Più di 100 miliardi: questo l’ammontare nel 2018 delle spese ordinarie della Pubblica amministrazione italiana, che secondo l’Ufficio studi della Cgia è la più spendacciona d’Europa. Più in particolare, per la manutenzione ordinaria, gli acquisti di cancelleria, le spese energetiche e di esercizio dei mezzi di trasporto, i servizi di ricerca-sviluppo e di formazione del personale acquistati all’esterno, la quota annuale per l’acquisto dei macchinari e altre spese ordinarie nel 2018 lo Stato centrale, le sue articolazioni periferiche, le Regioni e gli Enti locali hanno speso 100,2 miliardi di euro.

Nel 2017 la spesa per i consumi intermedi si è attestata al 5,5% del Pil

Nel 2017, l’ultimo anno in cui è possibile la comparazione tra i Paesi, la media dei Paesi dell’area dell’euro per i consumi intermedi si è attestata al 5,1% del Pil, mentre la nostra Pa ha speso il 5,5%, la Spagna il 5%, la Francia il 4,9%, e la Germania il 4,8%. Tra il 2010 e il 2014 la dinamica delle uscite relative a questa tipologia di spesa si era pressoché arrestata. Tuttavia, con il superamento della fase più critica dei conti pubblici, tale aggregato di costo è tornato ad aumentare. Negli ultimi 5 anni, ad esempio, la crescita è stata del 9,2% (+8,5 miliardi in valore assoluto), mentre l’inflazione, sempre nello stesso periodo di tempo, è aumentata solo del 2%.

“Rendere più efficiente l’utilizzo delle risorse pubbliche ha funzionato poco”

”Malgrado il grande lavoro svolto dalla Consip per rendere più efficiente e trasparente l’utilizzo delle risorse pubbliche il contenimento della spesa ha funzionato poco o, addirittura, non è stato conseguito”, sottolinea il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo. Non è da escludere, inoltre, che la ripresa della spesa per consumi intermedi avvenuta in Italia negli ultimi anni sia riconducibile “agli effetti restrittivi che gli uffici preposti agli acquisti hanno subito tra il 2010 e il 2014 – aggiunge il segretario della Cgia Renato Mason -. È altresì utile ricordare che dopo anni in cui le manutenzioni ordinarie e le riparazioni sono rimaste pressoché bloccate, una volta ridata la possibilità di riattivarle, si è tornati a spendere in misura copiosa, anche perché gli interventi lo richiedevano”.

I servizi ospedalieri registrano l’uscita più importante

Quanto alla spesa delle principali voci a cui fanno capo le diverse funzioni sono i servizi ospedalieri a registrare l’uscita più importante, pari, nel 2017, a 16,4 miliardi di euro. Tale voce include gli acquisti di beni e servizi per gestire il sistema sanitario ospedaliero (funzionamento, ispezione e amministrazione). Segue la gestione dei rifiuti, con 10,1 miliardi di euro, compresivi dei costi di raccolta, trattamento, smaltimento, e dei servizi di amministrazione, vigilanza, funzionamento o supporto a queste attività. La terza voce di spesa si riferisce invece ai servizi ambulatoriali, costati 8,9 miliardi di euro. Un’uscita che ha coperto l’acquisto di beni e servizi per gestire il sistema sanitario non ospedaliero, il suo funzionamento, l’ispezione e l’amministrazione.

Le grandi imprese evadono più di quelle piccole

L’entità dell’evasione contestata alle grandi imprese è assai maggiore di quella delle piccole aziende e dei lavoratori autonomi. Secondo la Cgia di Mestre, la maggiore imposta media accertata per ogni singola grande azienda nel 2018 è stata pari a poco più di 1 milione di euro, per la media impresa di 365.111 euro e per la piccola di 63.606 euro. In pratica, le grandi aziende evadono 16 volte in più rispetto alle imprese minori.

“Una maggiore attenzione verso questi soggetti sarebbe auspicabile – dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo – visto che le modalità di evasione delle holding non è ascrivibile alla mancata emissione di scontrini o ricevute, bensì al ricorso alle frodi doganali, alle frodi carosello, alle operazioni estero su estero e alle compensazioni indebite”.

Quasi il 40% delle società di capitali registra un reddito in perdita o in pareggio

La Cgia ricorda che secondo i dati delle dichiarazioni dei redditi relativi al 2018, il reddito medio dichiarato delle persone fisiche è stato di 25.290 euro, quello delle società di persone 34.260 euro e quello delle società di capitali solo 34.670 euro. Un dato condizionato al ribasso, poiché poco meno del 40% del totale delle società di capitali registra un reddito in perdita o in pareggio.

L’accertamento fiscale scatta quindi quando i dati forniti da aziende e contribuenti sono diversi rispetto a quelli in possesso dall’Amministrazione finanziaria. Che si attiva quando ritiene che l’impresa, ad esempio, abbia sottostimato il reddito o usufruito di detrazioni/deduzioni non dovute.

Nel 2018 accertati 3% piccoli imprenditori, 14% medi e 32% grandi

Il numero di accertamenti fiscali sul totale delle imprese presenti in ogni singola tipologia dimensionale mostra che nel 2018 l’attività del fisco ha interessato il 3% dei piccoli, il 14% dei medi e il 32% dei grandi imprenditori. Secondo la Cgia, poiché il numero delle piccole e micro imprese è maggiore rispetto a quello delle medie e grandi imprese, parrebbe più sensato rafforzare l’attività accertativa sulle prime. “Anche perché l’attività accertativa su una piccola impresa è più semplice – aggiunge Zabeo – richiede meno tempo, meno costi e un numero più contenuto di personale rispetto alle risorse e allo sforzo che si devono impiegare quando si controlla una media e grande impresa”.

“Con una pressione fiscale inferiore molti evasori marginali diventerebbero onesti”

“Grandi o piccoli che siano – aggiunge il segretario della Cgia Renato Mason – gli evasori vanno perseguiti ovunque si nascondino. Tuttavia, se il nostro fisco fosse meno esigente, lo sforzo richiesto sarebbe più contenuto e probabilmente ne trarrebbe beneficio anche l’Erario. Con una pressione fiscale inferiore, molti che oggi sono evasori marginali diventerebbero contribuenti onesti. Ricordo che la nostra giustizia civile è lentissima, la burocrazia ha raggiunto livelli ormai insopportabili e la Pubblica amministrazione rimane la peggiore pagatrice d’Europa: nonostante queste inefficienze, la richiesta del nostro fisco si colloca su livelli elevatissimi e, per tali ragioni, appare del tutto ingiustificata”.

Il clima cambia, e modifica l’entità delle alluvioni in Europa

I fiumi che inondano le pianure alluvionali causano danni enormi in tutto il mondo, stimati in oltre 100 miliardi di dollari all’anno. La relazione tra cambiamenti climatici e gravità delle piene fluviali finora però non era stata accertata, e a livello globale sembra non esistano tendenze coerenti. Ma un progetto di ricerca internazionale guidato dalla Vienna University of Technology per la prima volta ha dimostrato che su scala europea questa tendenza è reale. Lo studio dimostra infatti che i mutamenti nell’entità delle piene alluvionali osservate negli ultimi decenni possono essere attribuiti ai cambiamenti climatici.

Uno studio basato su dati rilevati negli ultimi 50 anni in tutta Europa

Il professor Günter Blöschl della Vienna University of Technology, esperto di piene fluviali, ha diretto un studio internazionale in cui sono stati coinvolti 35 gruppi di ricerca europei, tra i quali l’Università di Padova e il Politecnico di Torino. Lo studio ha analizzato i dati provenienti da 3738 stazioni di misura di portate fluviali in tutta Europa per il periodo dal 1960 al 2010.

“Un’atmosfera più calda può immagazzinare più acqua – spiega Günter Blöschl -. Tuttavia questo non è l’unico aspetto rilevante del fenomeno”, perché i cambiamenti delle piene sono molto più complessi.

Gli effetti non sono ovunque i medesimi

L’effetto del cambiamento nel clima non è lo stesso ovunque, riporta Askanews. Nell’Europa centrale e nordoccidentale l’entità delle piene è in aumento perché aumentano le precipitazioni e l’umidità del suolo. In Europa meridionale invece livelli di piena tendono a diminuire, poiché i cambiamenti climatici si traducono in una riduzione delle precipitazioni e una maggiore evaporazione dell’acqua dal suolo per l’aumento delle temperature.

Tuttavia, per i piccoli corsi d’acqua le piene potrebbero diventare più severe a causa di una maggiore frequenza di temporali e per effetto della deforestazione.

Anche nell’Europa orientale le piene stanno diminuendo di entità, principalmente a causa delle più elevate temperature, che riducono lo spessore dello strato di neve durante la stagione invernale.

In Italia a rischio i corsi d’acqua più piccoli e quelli urbani

Esistono quindi scenari coerenti, in linea con le previsioni degli impatti del cambiamento climatico. “Questo indica che il cambiamento climatico è già in atto”, afferma Blöschl.

Per quanto riguarda la situazione italiana lo studio evidenzia come l’entità delle alluvioni dei corsi d’acqua di dimensione medio-grande, fatta eccezione per l’arco alpino, risulti in media ridotta negli ultimi 50 anni. Una tendenza però non ancora accertata sui corsi d’acqua di ridotte dimensioni e sui tratti urbani dei corsi d’acqua, ovvero quelli che hanno creato i recenti disastri nel nostro Paese. Per questi ultimi, sensibili a piogge intense di breve durata, ci si aspetta un quadro decisamente più complesso. Soprattutto a causa del trend degli eventi temporaleschi evidenziati dal Politecnico di Torino.