In Italia a maggio mutui più bassi del mondo

Il lockdown ha determinato uno stop temporaneo alle compravendite di immobili, e con esse alla richiesta di mutui. Uno dei settori più colpiti dagli effetti collaterali del Coronavirus è stato proprio quello immobiliare, anche se con l’allentamento delle restrizioni il settore sta lentamente tornando alla normalità. Ma come sono cambiati i tassi in Italia, in Europa e in alcuni Paesi del mondo? Per rispondere a questa domanda Facile.it e Mutui.it hanno analizzato gli indici in 18 Stati, scoprendo che l’Italia è la nazione dove chiedere un finanziamento costa meno. L’analisi è stata effettuata prendendo in considerazione un immobile di valore pari a 180.000 euro, una richiesta di mutuo di 120.000 euro e un piano di restituzione ventennale.

Azzerata la distanza tra tasso fisso e variabile

Nel nostro Paese questo tipo di finanziamento è indicizzato con TAEG tra 0,75% e 0,80% se fisso, e fra 0,73% e 0,77% se variabile. L’Italia, inoltre, è anche l’unico Paese tra quelli analizzati dove la distanza in termini di punti percentuali tra tasso fisso e variabile si è azzerata, e in alcuni casi, il primo risulta addirittura più conveniente rispetto al secondo. In Europa, guardando al tasso fisso, si avvicinano ai valori italiani solo la Francia, dove il mutuo viene indicizzato allo 0,80%, e la Germania (0,83%). Fanno peggio, invece, alcuni Paesi europei che tradizionalmente avevano tassi di interesse più contenuti, o comunque simili a quelli italiani, come la Spagna, dove il finanziamento è indicizzato all’1,20%.

I mutuatari europei pagano di più

Sempre restando entro i confini europei, le indicizzazioni del tasso fisso (considerando il TAEG) vadano dall’1,40% della Danimarca, al 2,02% della Norvegia fino al 3,20% rilevato nel Regno Unito. Sebbene per la Svizzera e la Grecia sia stato possibile rilevare solo il TAN e non il TAEG, è evidente come anche i mutuatari di queste due nazioni si trovino a pagare tassi notevolmente maggiori, e pari, rispettivamente, all’1,26% e al 4,82%. Anche rispetto al tasso variabile tra i Paesi analizzati in Europa nessuno fa meglio dell’Italia, e le offerte rilevate vanno dallo 0,80% della Spagna fino al 3,10% del Regno Unito.

Negli USA il tasso fisso è sei volte quello italiano

Quali sono le condizioni applicate ai finanziamenti in altre parti del mondo? Considerando come indice di riferimento rilevabile in ogni nazione il TAN, e guardando ai tassi fissi, gli indici variano dall’1,85% di Singapore al 2,60% del Giappone, il 3,24% del Canada e il 4,65% della Cina. Negli USA, nonostante i valori siano scesi ai minimi storici nelle ultime settimane, il fisso resta intorno al 3%, vale a dire sei volte quello italiano (0,50%). Per i tassi variabili, invece, si va dall’1,68% di Singapore al 2,10% in Canada, il 2,50% di Hong Kong e il 2,69% dell’Australia.

Discorso a parte meritano economie emergenti come il Brasile o la Russia, dove i tassi fissi rilevati risultano davvero proibitivi, rispettivamente il 7,15% e il 10%.

I vantaggi dello smart working, più tempo per la famiglia e meno emissioni

Lo smart working conviene a tutti. I vantaggi del lavoro subordinato, ma senza vincoli di orario e di sedi, si traducono in un risparmio di tempo e denaro per i lavoratori, risparmi economici da parte dei datori di lavoro, e circa 42 tonnellate di anidride carbonica in meno per l’ambiente. Più tempo a disposizione per la famiglia, meno inquinamento nell’aria, e meno denaro speso per lavoratori e aziende, quindi. È questo il risultato del progetto Smart Companies Mantova, la  sperimentazione di smart working avviata nel 2017 e condotta dal Comitato imprenditoria femminile della Camera di Commercio di Mantova, in collaborazione con Ats, Regione Lombardia e Comune di Mantova. I risultati dell’esperimento sono stati presentati a Mantova nel corso di un convegno, a cui ha partecipato anche il ministro per la famiglia e le pari opportunità Elena Bonetti.

Quasi 45 ore in più in un anno da reinvestire nel tempo libero

La sperimentazione è durata tre anni, ha coinvolto 21 imprese di varie dimensioni e 250 persone. E per ogni giorno di smart working nel triennio è risultato che lavorando a casa il tragitto così evitato dal proprio domicilio al lavoro e viceversa, ha restituito a ogni lavoratore smart mediamente 56 minuti di tempo. Pari a quasi 45 ore di “tempo vita” in un anno. Il tempo risparmiato è stato reinvestito per il 69% nella famiglia, nel tempo libero e nello sport, e per il restante 31% nel lavoro.

Più di 304 mila chilometri evitati e 42 tonnellate di anidride carbonica in meno nell’aria

Grazie ai chilometri non percorsi, quantificati in più di 304 mila, anche l’aria di Mantova e del suo hinterland è stata meno inquinata. Infatti, sono state evitate emissioni pari a 42 tonnellate di anidride carbonica, per il cui assorbimento sarebbe stata necessaria l’attività di 2.792 alberi, riporta Ansa.

Ogni smart worker fa risparmiare 513 euro all’anno all’azienda

Sotto il profilo economico tutto questo si traduce in un risparmio complessivo, per tutti gli smart workers coinvolti nei tre anni, di 780 mila euro, pari a una media di 22 euro al giorno risparmiato, tra spese di trasporto, servizi scuola, baby sitting e altro. Il beneficio economico per le aziende, inoltre, è stato stimato in 513 euro all’anno risparmiati per ogni smart worker coinvolto, ottenuto grazie al tempo re-investito e alla maggiore concentrazione che porta a una maggiore produttività.

Italia campionessa di eco investimenti: nel 2019 sono 300mila le imprese coinvolte

Le imprese italiane si stanno muovendo sempre più, e sempre meglio, in direzione della sostenibilità. Economia circolare, riciclo, attenzione green sono tutte parole che nell’imprenditoria di casa nostra non restano vuote, ma che anzi si caricano di fatti e concretezza. La conferma di questa tendenza già in atto arriva dai numeri: nel 2019 la quota di imprese tricolore attive negli eco investimenti ha raggiunto il 21,5%, pari a un valore assoluto di quasi 300.000 imprese (una quota superiore del +7,2% rispetto al 2011). I dati sono emersi da Greenitaly 2019, decimo rapporto della Fondazione Symbola e di Unioncamere, promosso in collaborazione con Conai, Ecopneus e Novamont, con la partnership di Fondazione Cariplo, Si.Camera, Ecocerved e il patrocinio del Ministero dell’Ambiente.

Un impresa su tre si sviluppa in ottica green

Dai numeri ai fatti: le imprese italiane dell’industria e dei servizi con dipendenti che hanno investito in prodotti e tecnologie verdi nel periodo 2015-2018 o prevedono di farlo entro la fine del 2019 sono 432.000. Questa quota rappresenta quasi un’impresa italiana su tre, il 31,2% dell’intera imprenditoria extra-agricola. Nel comparto del manufatturiero questa tendenza è ancora più rilevante e arriva a quota 35,8%. Una cifra davvero importante e soprattutto in continua ascesa.

L’Italia più avanti rispetto ad altri Paesi europei

“A differenza del Manifesto dei 181 manager americani, il nostro Manifesto di Assisi – ha dichiarato ad Askanews il presidente di Symbola, Ermete Realacci, parlando del documento che sarà presentato il 24 gennaio 2020 – racconta un Paese che già c’è, un punto di forza per il futuro. Noi per esempio sull’economia circolare siamo molto più avanti della Germania con il 79% di rifiuti totali avviati al riciclo, contro il 55% della Francia, il 49% del Regno Unito e il 43% della Germania. È un’Italia che fa l’Italia, che non perde la propria anima, è insieme innovativa e in grado di affrontare le sfide del futuro senza lasciare indietro nessuno. Inoltre è una partita fondamentale per l’Europa”.

“Finalmente – ha osservato il presidente di Assolombarda, Carlo Bonomi – i numeri sono incontestabili e dicono che l’impresa non è quel modello mordi e fuggi che si vuole far passare quando si parla di nuove Iri. La sostenibilità oggi viene dal basso, la fanno le imprese, anche perché sono obbligate, ma questa è realtà”.

Il lavoro agile fa aumentare la produttività

Lavorare con più flessibilità e libertà, con tempi e ritmi meno rigidi. Insomma, lavorare in maniera più agile. Un nuovo modo di pensare e vivere il lavoro di cui la declinazione più conosciuta è lo smart working, regolamentato per legge dal 13 giugno 2017. Questa nuova modalità di lavorare si sta affermando con sempre più successo, mentre una volta si temeva che penalizzasse la produttività e il coinvolgimento del lavoratore, poiché privo di controllo e punti di riferimento, e a rischio isolamento. Al contrario, lo smart working mostra di non incidere affatto sul rendimento, diffondendosi con maggiore convinzione tra le aziende. E le cifre lo dimostrano.

Una nuova forma di cultura aziendale

Secondo la ricerca di Top Employers Institute, l’ente certificatore globale delle eccellenze in ambito Hr, la galoppata trionfale del lavoro agile dimostra che l’81% delle aziende esaminate lo considera una nuova forma di cultura aziendale, che favorisce la collaborazione tra dipendenti e una loro valutazione efficace e continua. Un nuovo modo di vivere e considerare il lavoro che si riflette anche nella progettazione e sistemazione degli uffici: l’81% delle aziende, infatti, provvede a un restyling degli ambienti, sia fisici sia virtuali per adattarli alle nuove esigenze dei lavoratori agili. E anche la comunicazione tra manager e collaboratori si adegua. Tanto che il 70% delle aziende utilizza i social media e li considera strumenti-chiave per una comunicazione efficace e diretta.

Mobile learning, tecnologie collaborative, e retribuzione smart

Il lavoro agile è una realtà che trova uno dei suoi maggiori punti di forza nell’ambito formazione e sviluppo, dove le soluzioni smart, con l’utilizzo del mobile learning e tecnologie collaborative, sono adottate dal 70% delle aziende. Una cifra inimmaginabile pochi anni fa, se si considera che nel 2015 la percentuale era meno della metà e si fermava al 32%. Ancora più significativi sono i dati nel campo della retribuzione e benefit, dove le modalità smart si sono quasi quintuplicate in soli 4 anni. Oggi per il 57% delle aziende i dipendenti possono scegliere elementi specifici all’interno del loro piano di retribuzione e benefit, mentre nel 2015 la percentuale era ferma al 12%.

Nel 2019 in Italia sono 305.000 i lavoratori agili

“Da una parte il lavoro agile offre adattabilità, flessibilità, agilità e libertà, dall’altra richiede l’aprirsi a nuove categorie concettuali che ribaltano certezze fino a ieri inamovibili. Ecco allora la necessità di saper passare dal concetto top-down di profitto a quello di obiettivo condiviso, dalla gerarchia al networking, dal controllo al coinvolgimento”, osserva Federica Marucci, Research Project manager di Top Employers Institute Italia.

Il dato più eclatante, riporta Adnkronos, però è quello della produttività. Secondo una ricerca presentata dalla School of Management del Politecnico di Milano i 305.000 lavoratori agili in Italia del 2019 (il 60% in più rispetto al 2013) garantiscono un aumento della produttività del +15%.

Migliora l’attività economica nel primo trimestre 2019

”La stima della crescita del Pil contenuta nel quadro programmatico per il 2019, pari a +0,2%, appare verosimile”: lo afferma il presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo, nel corso dell’audizione presso le commissioni Bilancio di Camera e Senato, impegnate nell’esame del Def, il documento di programmazione economico finanziaria. Secondo il presidente Istat, gli ultimi dati disponibili mostrano che il recupero dell’attività industriale di inizio anno sta influenzando in modo rilevante il quadro macroeconomico del primo trimestre. Per il periodo è quindi verosimile “un miglioramento dei livelli complessivi dell’attività economica rispetto a quelli di fine 2018 – continua Blangiardo – con effetti positivi anche sulla performance economica media annua 2019”.

“Cerchiamo di vedere il bicchiere mezzo pieno”

L’incremento dei prezzi, legato all’aumento dell’Iva nel 2020, invece, ”porterebbe a un effetto depressivo sui consumi – sottolinea Blangiardo – che, nel quadro delineato, potrebbe essere nell’ordine di 0,2 punti percentuali”.

Rispetto alla necessità di rilanciare gli investimenti, i provvedimenti simulati, riferiti al ripristino dei super-ammortamenti e alle modifiche della mini-Ires, “sono attesi generare una riduzione del prelievo fiscale per le imprese pari a 2,2 punti percentuali”, spiega ancora il presidente. Per quanto riguarda l’andamento del Pil, riferisce Adnkronos, ”non possiamo essere eccessivamente ottimisti però non possiamo neanche essere decisamente pessimisti cerchiamo di vedere il bicchiere mezzo pieno”, dichiara poi il presidente Blangiardo a margine dell’audizione.

”Lo scenario macroeconomico presentato nel Def è complessivamente condivisibile”

”La sensazione che qualcosa si muova può anche esserci – aggiunge Blangiardo – Dobbiamo essere pazienti e vedere gli ultimi dati che arriveranno, se confermano quello che è il segnale che ci è sembrato di vedere”.

Secondo quanto afferma invece il capo dipartimento Economia e statistica della Banca d’Italia, Eugenio Gaiotti, nel corso dell’audizione, nel nostro paese le informazioni più recenti danno qualche segnale favorevole sulla crescita nel primo trimestre, che potrebbe essere tornata positiva. ”Lo scenario macroeconomico presentato nel Def – spiega Eugenio Gaiotti  -tiene conto in modo realistico della congiuntura ed è complessivamente condivisibile”.

La spesa per interessi dei titoli di Stato potrebbe aumentare di 11 miliardi nel 2019-2021

”L’azione di riequilibrio sui conti pubblici – afferma ancora il capo dipartimento Economia e statistica della Banca d’Italia – è inscindibile da una politica economica volta a creare le condizioni per una crescita duratura”.

La spesa per interessi dei titoli di Stato, rileva la Banca d’Italia, potrebbe aumentare di 11 miliardi nel triennio 2019-2021. Nel 2018, ricorda palazzo Koch, ”il costo medio all’emissione dei titoli pubblici è passato da valori attorno allo 0,5% nel primo trimestre dell’anno all’1,5% nell’ultimo trimestre. Rispetto alla scorsa primavera, qualora i tassi di interesse restassero sui valori attesi dai mercati, gli oneri della spesa per interessi sarebbero più elevati di circa 1,5 miliardi quest’anno, 3,5 miliardi il prossimo e quasi 6 miliardi nel 2021”, per un totale di quasi 11 miliardi.

I mercati e i settori più promettenti del 2019

Quali saranno i paesi e i settori più promettenti per il mercato del 2019? Bulgaria, Vietnam, Indonesia, Marocco e Perù. Questi paesi infatti offriranno le migliori opportunità di sviluppo commerciale agli esportatori. Almeno, secondo l’analisi condotta da Atradius, la società parte del Grupo Catalana Occidente (GCO.MC), l’azienda spagnola di assicurazione e credito commerciale. Per questi paesi Atradius evidenzia un trend di crescita, in decisa  controtendenza rispetto al clima di incertezza che caratterizza la maggior parte dei mercati emergenti.

Bulgaria, buone opportunità nei settori dei beni di consumo durevoli

La Bulgaria, in netta controtendenza rispetto alla contrazione economica che ha colpito l’Europa Orientale, offrirà buone opportunità per gli esportatori internazionali, compresi quelli italiani, in particolare nei settori dei beni di consumo durevoli, degli alimenti e delle bevande. Il paese balcanico nel 2019 vedrà una crescita del Pil del 3,5%. Opportunità di sviluppo commerciale nel mercato bulgaro sono attese anche nei settori chimico e meccanico, che beneficiano delle sovvenzioni dell’UE e del sostegno del governo locale. Anche il settore agricolo, tradizionalmente uno dei settori principali del mercato bulgaro, registrerà una crescita della produzione, il che stimola la domanda d’importazione di fertilizzanti dall’estero.

Vietnam e Indonesia trainano l’export nel Sud-Est asiatico

Nel Sud-Est asiatico le prospettive di crescita commerciale per l’export sono offerte dal Vietnam, che si aspetta una crescita del Pil del +6,7%, soprattutto grazie al settore tessile (+5%), degli alimenti e bevande, e al settore chimico, in particolare, il segmento carburanti Questo, in seguito alla forte diversificazione dei mercati di sbocco al di fuori della Cina, penalizzata dalle tensioni commerciali con gli Usa. La domanda alimentare è motore di crescita anche in Indonesia, che mostra prospettive promettenti nei settori dei beni di consumo durevoli, e in quello degli alimenti e bevande. A mostrare un trend positivo è anche la domanda nel settore chimico, spinto dall’esplosione dell’e-commerce, nelle infrastrutture e nel settore dei macchinari.

Perù, Pil +4% nel 2019, e Marocco +3,3%

In America Latina importanti opportunità di crescita sono attese nel settore dell’industria primaria del Perù (Pil +4% nel 2019), dove l’aumento della pesca delle acciughe e una maggiore produzione di idrocarburi faranno da traino alla crescita del settore. Lo sviluppo del comparto minerario inoltre alimenta la crescita del settore costruzioni e grandi opere, e nei settori alimenti e bevande, e dei beni durevoli di consumo. Che, supportati da un ampio mercato interno e dall’elevata fiducia dei consumatori, rivelano un alto potenziale di crescita.

Tra i Paesi MENA, il Marocco è in corsa con una previsione di crescita del Pil del + 3,3% nel 2019, ed è pronto a offrire promettenti opportunità di crescita per l’export nel settore manifatturiero, in particolare nel comparto dell’industria automobilistica. A sostenere la performance anche i settori del turismo e dell’energia rinnovabile, per il quale l’obiettivo del governo è di aumentare la quota al 42% entro il 2020.

Gli italiani risparmiano poco, e il 25% non accantona nulla

ricchezza delle famiglie italiane dal 2012 rimane stabile, attestandosi a 9 volte il reddito disponibile, il tasso di risparmio lordo continua a calare. E a fine 2017 risultava pari al 9,7%, a fronte dell’11,8% della media dell’Eurozona. Nel 2004 aveva raggiunto il 15%, superando la media area euro di un punto percentuale. La crisi del 2007-2008 ha segnato un punto di caduta che sembrava destinato al recupero tra il 2012 e il 2014, ma che si è rivelato solo temporaneo.

Quanto a indebitamento, si legge nel rapporto della Consob sulle scelte di investimento delle famiglie italiane per il 2018, le famiglie italiane sono le più virtuose d’Europa. A fine 2017 il rapporto debito/Pil era pari al 40%, a fronte di poco meno del 60% per la media europea.

Le componenti di portafoglio, fondi comuni e titoli di Stato in testa

Per quanto riguarda le scelte di portafoglio Italia ed Eurozona continuano a registrare il tradizionale divario nel peso della componente assicurativa e previdenziale, che nel contesto domestico rimane più contenuto (anche se in crescita), e dei titoli obbligazionari, comunque in diminuzione, riferisce Adnkronos.

Alla fine del 2017 il 29% delle famiglie possedeva però almeno un’attività finanziaria. A pesare di più nella composizione di portafoglio sono i fondi comuni e i titoli di Stato italiani (dopo i depositi bancari e postali). Gli investimenti etici e socialmente responsabili (Sri) sono invece ancora poco conosciuti. Più del 60% degli intervistati dichiara di non averne mai sentito parlare, e meno di un terzo manifesta interesse dopo essere stato informato.

Una capacità ancora contenuta di pianificazione e monitoraggio delle scelte finanziarie

Le famiglie intervistate risparmiano in modo regolare in meno del 40% dei casi, in modo occasionale nel 36%, e il 25% non accantona nulla. In generale, il risparmio regolare è più frequente tra i soggetti più abbienti. Determinanti risultano anche le conoscenze finanziarie, le competenze percepite, l’abitudine a pianificare, e alcune inclinazioni, come l’auto-efficacia, l’ansia finanziaria e l’avversione alle perdite. La maggior parte delle famiglie si caratterizza quindi per una capacità contenuta di pianificazione e monitoraggio delle scelte finanziarie. Il 40% circa non tiene un bilancio familiare, e solo un terzo dichiara di avere un piano finanziario e di controllarne gli esiti.

Comportamenti “critici” nel processo di investimento

I comportamenti nel processo di investimento, si legge ancora nel rapporto, mostrano ancora numerose criticità. La maggior parte degli intervistati dichiara di assumere le informazioni utili per l’investimento dal funzionario di banca o ricorre ai consigli di amici e parenti. Poco più del 20% si affida alla consulenza professionale, o delega un esperto, e il 28% sceglie in autonomia. Ma solo il 25% fa riferimento al prospetto finanziario, e il 40% delle famiglie non monitora i propri investimenti.

Contraffazione, servono controlli e procedure uniformi nella Ue

Il Rapporto della Commissione Europea sulla tutela a livello doganale della proprietà intellettuale segnala una diminuzione di oltre il 9% del numero di ispezioni doganali, e una diminuzione del 24% del volume dei beni sequestrati a livello europeo. Che sono passati dagli oltre 41,3 milioni del 2016 ai 31,4 milioni del 2017.

“I dati contenuti nel Report della Commissione – commenta Mario Peserico, Presidente di Indicam, l’associazione italiana per la tutela della proprietà intellettuale – dimostrano quanto sia importante affrontare l’argomento della lotta alla contraffazione quotidianamente, e come sistema, date le ripercussioni economiche e occupazionali nei singoli Paesi”.

Ue: aumentano i prodotti sequestrati, in Italia diminuiscono

Sono però in crescita i prodotti sequestrati e destinati all’uso quotidiano, come alimentari, medicine, elettrodomestici, cosmetici, giochi. Tutti potenzialmente dannosi per la salute e la sicurezza dei consumatori. Lo scorso anno in questa tipologia di prodotti è rientrato il 43,3% del totale dei pezzi sequestrati, mentre nel 2016 questa percentuale era al 34,2%, e nel 2015 al 25,8%. In Italia, a differenza di quanto registrato complessivamente a livello europeo, nel 2017 sono aumentate le ispezioni doganali (3.907 a fronte di 3.278 nel 2016), ma sono drasticamente diminuiti i beni contraffatti sequestrati: 593.487 contro i 1.006.661 dell’anno precedente. Numeri da leggere in relazione all’aumento degli acquisti online, caratterizzati da molti ordini per pochi pezzi ciascuno, riporta Askanews.

Internet è il mercato con i rischi maggiori

“Ancora una volta questi dati dimostrano come sia sempre più necessario sensibilizzare i singoli Paesi dell’Unione ad adottare procedure e approcci di controllo uniformi a livello di dogane, in modo che le analisi di rischio delle merci potenzialmente contraffatte siano uniformi tra loro, e non si presentino più punti di debolezza ai confini dell’Europa” sottolinea Peserico.

Il dato sull’aumento dell’arrivo di questi prodotti con modalità postali non deve però fare abbassare i controlli sul fronte degli arrivi via mare, che ancora oggi ha il peso maggiore. Al contempo non si può sottovalutare il commercio elettronico: finché Internet rimane esente dalla collaborazione dei big player è il mercato con i rischi maggiori.

Da dove arrivano le merci contraffatte?

Dopo la Cina, aggiunge Peserico, “non può farci stare tranquilli la crescita della Turchia, Paese alle porte dell’Unione Europea e primo nel settore degli abiti, capace di produrre prodotti di migliore qualità rispetto a quelli provenienti da altre zone, con prezzi di vendita superiori”.

L’impegno di Indicam, quindi, è quello di rendere consapevole ogni consumatore sui rischi e le conseguenze per la salute e la sicurezza dell’utilizzo di prodotti contraffatti. Senza dimenticare il supporto alle istituzioni nel contribuire affinché si realizzi un sistema virtuoso di controlli e lotta al crimine.

Exploit carpooling aziendale: cresce del 199% in un solo anno

In un anno i carpooler aziendali sono cresciuti del 199%, da 20.000 a 59.738. Sia i lavoratori che optano per la condivisione dell’auto per recarsi al lavoro sia i viaggi condivisi sono in costante aumento. Dal Rapporto Carpooling Aziendale 2017 elaborato da Jojob, operatore online di carpooling aziendale, emerge che i viaggi condivisi sono triplicati, passando da 16.500 ai 45.668 del 2017 (+177%), mentre risultano 1.265.607 i Km percorsi in carpooling. Una scelta che dimostra un’attenzione crescente per la mobilità sostenibile, e che ha permesso di non emettere in atmosfera 222.835 Kg di CO2, pari a un bosco di 11.148 alberi.

I vantaggi del carpooling

In Italia sono oltre 140.000 i lavoratori che scelgono di condividere il tragitto casa-lavoro. Soprattutto per la comodità, la riduzione dello stress e le chiacchiere tra colleghi. Ma anche per il risparmio sul costo dei trasporti: nel 2017 il risparmio totale, tra passeggeri e autisti, è stato di 339.383 euro. Considerando infatti i km risparmiati dai passeggeri coinvolti nell’indagine, si calcolano 257.118 euro risparmiati su base annua. A questi vanno aggiunti gli 82.265 euro risparmiati dai soli autisti, e chi ha percorso la tratta media con 4 persone (autista incluso) è arrivato a risparmiare fino a 1.821,6 euro l’anno.

Al Nord si condividono più viaggi

Il servizio di carpooling viene utilizzato in tutta Italia, con una concentrazione maggiore al Nord (50%) dove a farla da padrone è la regione Lombardia, seguita da Emilia Romagna, Piemonte e Veneto.

Al Centro si trova il 35% delle aziende che promuovono il servizio di carpooling per i propri dipendenti, con Toscana e Lazio tra le regioni più virtuose. Migliora la concentrazione nel Sud e nelle Isole, che dal 10% del 2016 sale al 15%, grazie soprattutto alla forte crescita che si è registrata da parte delle aziende in Sardegna. I bolognesi risultano i più virtuosi d’Italia in fatto di condivisione, seguiti dai colleghi di Modena e Milano. Si distinguono anche i dipendenti delle province di Torino, Firenze, Roma, Venezia, Belluno e Parma.

Le aziende italiane sono sempre più carpooler

Sono sempre di più le imprese che scelgono il carpooling aziendale come soluzione e opzione per i propri dipendenti. Attualmente, rivela l’autore della ricerca, le “sue” sono più di 1.700, di cui 160 grandi aziende: a nomi come Mutti, Bulgari, Ducati, Lavazza, Salvatore Ferragamo, Aeroporti Di Roma, OVS, Philip Morris, Consorzio Coop Nord Ovest, Saipem, Reale Group e Findomestic nell’ultimo anno si sono aggiunti, tra gli altri, EAV, Laika, Gruppo MutuiOnline, CNH Industrial, Lima Corporate, ABS Acciaierie Bertoli Safau. Il principale consorzio attivo è quello del Carnia Industrial Park, in provincia di Udine.

Nel corso del 2017 l’azienda più attiva è stata Bulgari, di cui i dipendenti hanno condiviso 22.557 viaggi, risparmiando 43.574 kg di CO2.

Sul podio delle migliori aziende anche Philip Morris (8.676 viaggi e 15.119 kg di CO2 risparmiata) e Ducati (3.164 viaggi e 5.724 kg di CO2 risparmiata).

Italiani, come ci spostiamo? Per studenti e lavoratori l’auto resta il mezzo preferito

Cambiano i tempi, cambiano gli stili di consumo, cambia anche la mobilità. Specie in alcune città, come Milano, dove si fanno scelte di qualità attente anche all’ambiente e in generale alle sostenibilità. Insomma, che sia a piedi, con i mezzi pubblici, la bici o con i sistemi di sharing, la mobilità cambia faccia. Ma resta sempre una costante: l’automobile è il mezzo più diffuso.

Anche nel 2016, molti in macchina

L’automobile è il mezzo di trasporto preferito dall’68,9% degli occupati, come conducenti, e il 37,3% di scolari e studenti, come passeggeri. Lo rileva l’edizione 2017 dell’Annuario statistico italiano dell’Istat. I mezzi di trasporto collettivo sono utilizzati in misura maggiore dagli studenti, ma la percentuale resta comunque inferiore rispetto ai mezzi privati. In generale, gli studenti si spostano di più a piedi rispetto ai lavoratori (26,6% contro l’11,4%), ma entrambi preferiscono o devono utilizzare dei mezzi di trasporto: lo fa il 72,8% degli studenti e l’87,9% degli occupati.

Gli altri mezzi per spostarsi: la bici vince sulla moto

Il 13,1% di studenti raggiunge il luogo di studio in tram o bus (contro il 5,5% di occupati), l’11% in pullman o corriera (contro il 2,0% degli occupati) mentre è più bassa l’utenza degli altri mezzi pubblici. Risicata anche la percentuale di chi opta per le due ruote, anche se studenti e lavoratori sembrano preferire la bici alla moto tra gli occupati, il 3,6% usa una moto e il 3,7% la bicicletta; tra gli studenti, il 2,0% usa la moto e il 2,4% la bicicletta.

“I dati Istat mostrano un Paese molto arretrato nelle politiche per la mobilità e ancora in balia di una tragica insicurezza stradale”. Lo afferma Alberto Fiorillo, responsabile Aree Urbane di Legambiente. Secondo i dati Istat, infatti, in Italia nel 2015 si sono registrati 174.539 incidenti stradali con lesioni a persone. E se rispetto al 2014 gli incidenti sono diminuiti dell’1,4% e i feriti dell’1,7%, le vittime sono aumentate dell’1,4%.

Cambiamenti profondi nelle città maggiori, come Milano

“Tuttavia se dall’analisi delle percentuali nazionali ci si sposta su alcune situazioni particolari si scopre che in diverse città è in atto un cambiamento profondo degli stili di mobilità: Milano, ad esempio, è sempre più la città del trasporto pubblico, dello sharing e della ciclabilità ed è il centro urbano che ha visto il più consistente calo di auto private in circolazione nel nuovo millennio” spiega Fiorillo. “Segno evidente che l’Italia non è condannata al traffico e all’inefficienza dei mezzi pubblici: dove si fanno scelte di qualità a favore dei cittadini e dell’efficienza degli spostamenti i risultati si raggiungono in tempi relativamente brevi”.