Menu Close

Categoria: Lo sapevi che…

Economia del design in Italia: la sfida della sostenibilità 

In Italia il settore del design conta 30mila imprese e 61mila occupati, che nel 2020 hanno generato un valore aggiunto pari a 2,5 miliardi di euro. Imprese distribuite su tutto il territorio nazionale, con una particolare concentrazione nelle aree di specializzazione del Made in Italy: tra Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna e Veneto si localizza il 60% delle imprese. Secondo il rapporto sulla Design Economy della Fondazione Symbola, con Deloitte Private e POLI.design, tra le provincie primeggiano Milano (15% imprese e 18% valore aggiunto nazionale), Roma (6,7% e 5,3%), Torino (5% e 7,8%).

Milano si conferma capitale

La capitale del design italiano è Milano, capace di concentrare il 18% del valore aggiunto del settore sul territorio nazionale. Milano è anche sede del Salone del Mobile e del Fuorisalone, una delle più grandi manifestazioni al mondo dedicate al design, che quest’anno celebra la sua sessantesima edizione. Questa tendenza fa il paio con quella generale, visto che le imprese e i professionisti del design svolgono le loro attività prevalentemente nei centri metropolitani, dove hanno la possibilità di godere di una maggiore visibilità. Infatti, quattro su dieci realtà operano all’estero (44%, 8,9% extra UE), mentre la restante quota opera soprattutto a livello nazionale (45%) o solo su scala locale (10,8%).

La transizione ecologica

Essere davvero sostenibili implicherà saper uscire da una dimensione focalizzata solo sulla progettazione e sull’ottimizzazione di prodotti. Se la maggioranza dei progettisti e delle imprese del design si sente complessivamente preparato sul tema, dichiarando competenze di alto (33,9%) e medio livello (55,1%), l’offerta per la sostenibilità attualmente si concentra sulla durabilità (57,6%) e sulla riduzione dell’impiego di materie prime ed energia (43,4%). Il punto d’incontro tra domanda e offerta dei servizi di design si concretizza già oggi nella progettazione con materie prime più sostenibili e nell’ottimizzazione dell’utilizzo delle risorse. Tra i settori che trainano la domanda di servizi di design sostenibile ci sono soprattutto i comparti del Made In Italy. A primeggiare, il settore arredo (70%), seguito da automotive (56%), immobiliare (ceramiche, pavimenti, elementi strutturali, 38%), abbigliamento (30%) e agroalimentare (13,3%).  

La formazione
Quanto alla formazione dei futuri designer italiani, si tratta di un sistema formativo distribuito lungo tutto il Paese, con 81 istituti accreditati per un totale di 291 corsi di studio. Complessivamente, i designer formati sono 9.362, di cui due terzi risiedono al Nord, in particolare in Lombardia (49,8%).
La stima sul tasso di occupazione dei laureati magistrali in design a cinque anni restituisce un valore del 90%, superiore alla media del complesso dei laureati magistrali biennali in Italia. Di questi, l’84% svolge una professione coerente con l’ambito del design.

Comunicare durante la pandemia. Una ricerca di Eumetra

Oltre all’impatto negativo sull’economia, la pandemia ha influito sul benessere mentale dei cittadini. Le ricerche sociali condotte negli ultimi due anni hanno infatti analizzato i problemi e i cambiamenti provocati dalla pandemia. E in particolare, la nuova ricerca di Eumetra dal titolo Comunicare durante le emergenze, fa notare i progressivi turbamenti all’equilibrio psicologico di fasce sempre più ampie di popolazione.
Sono problemi non facili da rilevare, perché nelle dichiarazioni sullo status emotivo le persone tendono a difendersi, e a comunicare una discreta sopportazione. Negli approfondimenti, però, si manifestano insicurezze e bisogno di aiuto. Ciò però non avviene in tutti i segmenti, o quantomeno, non in modo analogo. Per capirlo non è sufficiente analizzare gli individui attraverso le caratteristiche strutturali sociodemografiche, perché queste creano segmenti omogenei solo per ‘una variabile’, quella in analisi.

Serve un approccio “multivariato”

La reattività dell’individuo è connessa al suo modo di pensare e di vedere la vita nelle sue varie manifestazioni. Per definizione, l’analisi della verità, e la comprensione, si devono affidare a un approccio ‘multivariato’. Attraverso questo approccio metodologico lo studio ha rilevato dati molto interessanti. Uno su tutti è che all’interno del 31% di popolazione che si di chiara ‘molto preoccupata’, la maggior parte si concentra nel segmento più elitario della popolazione. Questo dato risulta particolarmente sorprendente, perché significa che il cambiamento e lo stato di incertezza che i recenti eventi hanno prodotto hanno eroso anche le sicurezze di chi solitamente ha sufficienti strumenti culturali ed economici per superare i momenti di crisi. 

Un senso di abbandono e di isolamento

Questo senso di abbandono e di isolamento che è tuttora avvertito in modo particolare dal segmento più benestante della popolazione, ha dato luogo a un atteggiamento molto positivo nei confronti della pubblicità. Durante i mesi di isolamento è emerso che alcune tipologie di avvisi pubblicitari risultassero profondamente stonati, a fronte invece dell’apprezzamento di contenuti considerati empatici e autentici. Bisognosa di informazioni e aggiornamenti, i mezzi di comunicazione vengono percepiti dalla popolazione come strumento di connessione con il mondo e con gli altri.

Una predisposizione positiva nei confronti della pubblicità

E, anche a scopo compensatorio, si ha una predisposizione positiva anche nei confronti della pubblicità. Siamo stati isolati e ci siamo sentiti un po’ soli, abbiamo visto più televisione, e in generale, fruito di più mezzi. Abbiamo bisogno da una parte di colmare la distanza nelle nostre relazioni personali, dall’altra di sentire anche le aziende più vicine, dalla nostra parte. Comunicare durante un’emergenza è quindi complesso, ma anche molto apprezzato: è cruciale capire quali siano gli elementi valutati più positivamente e quali sono i target più affini a un determinato tipo di comunicazione.

Riscatto laurea agevolato: come richiederlo?

Come fare domanda per il Riscatto laurea agevolato? Basta andare sul sito dell’Inps, dove la procedura per arrivare prima alla pensione con un costo ridotto è piuttosto semplice. La recente realizzazione del portale Riscatti e ricongiunzioni, permette di ottenere una simulazione dell’onere di riscatto, cioè del costo del ‘recupero’, ai fini della pensione, degli anni del corso di studi universitario, ricorda laleggepertutti.it. 
Innanzitutto, è necessario verificare se il corso legale di laurea si colloca in un periodo da valutare con sistema retributivo di calcolo della pensione, nella maggior parte dei casi, se raggiunti 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995 il calcolo retributivo si applica fino al 31 dicembre 2011, e l’onere del riscatto si calcola col sistema della riserva matematica.

Come si invia la domanda?

Se, invece, il corso legale di laurea si colloca in un periodo da valutare con sistema contributivo di calcolo della pensione, si può utilizzare per il calcolo dell’onere sia il sistema percentuale sia il sistema forfettario-agevolato, che comporta un costo di 5.264,49 euro per ogni anno da riscattare. Qualora il periodo del corso di studi debba essere valutato con sistema di calcolo retributivo si può comunque utilizzare il sistema forfettario agevolato. La domanda di riscatto degli anni del corso di studi universitario può essere inviata: tramite il sito web dell’Inps, il call center dell’Inps, chiamando il numero 803.164 o 06.164.164 da cellulare, o tramite un patronato.
Se si desidera presentare una domanda di riscatto autonomamente, bisogna accedere al portale web dell’istituto tramite le proprie credenziali dispositive (Spid, Coe o Cns) e seguire il percorso: ‘Prestazioni e servizi’, ‘Servizi’, ‘Portale riscatti -ricongiunzioni’.

Modalità di calcolo dell’onere di riscatto

Utilizzando la sezione ‘Modalità di calcolo’, si può impostare la modalità di determinazione dell’onere di riscatto.
Si può richiedere che il costo del riscatto sia determinato con sistema percentuale (la retribuzione assoggettata a contribuzione negli ultimi 12 mesi viene moltiplicata per l’aliquota contributiva vigente nella gestione interessata dall’operazione, alla data di presentazione della domanda, nonché per il numero di anni da riscattare), o con sistema forfettario-agevolato (il livello minimo imponibile annuo presso la gestione Commercianti viene moltiplicato per l’aliquota di computo vigente presso il Fondo pensione dei lavoratori dipendenti, pari al 33%, nonché per il numero di anni da riscattare).

Come pagare il costo del riscatto?

L’onere di riscatto si può pagare utilizzando l’Avviso di pagamento pagoPA, stampabile attraverso il Portale dei pagamenti, accedendo al sito dell’Inps tramite le proprie credenziali di autenticazione dal percorso: ‘Prestazioni e servizi, Servizi, Portale dei pagamenti, Riscatti Ricongiunzioni e Rendite, Entra nel servizio’.
In alternativa, si può richiedere l’invio tramite posta o e-mail dell’avviso di pagamento pagoPA al call center dell’istituto.
L’avviso di pagamento pagoPA si può saldare online dal sito dell’Inps, utilizzando la carta di credito/debito, l’addebito in conto corrente o altri metodi di pagamento. Oppure, in banca, tramite home banking, alle Poste o presso esercenti convenzionati, o con addebito diretto sul conto.

La solitudine è la pandemia che ha colpito di più gli studenti

È la solitudine la pandemia che ha colpito maggiormente gli student italiani, che hanno sofferto la mancanza di interazioni sociali più dei coetanei europei (70% vs 60%). In particolare, le ragazze (74%) più dei ragazzi (68%), e fra le fasce di età, quella degli studenti tra i 16 e i 18 anni (76% contro 68% 10-12 anni e 67% 13-15 anni). Inoltre, quasi 9 ragazzi italiani su 10 (88%) hanno riscontrato difficoltà durante l’ultimo anno scolastico, un dato più alto rispetto alla media europea (80%). È quanto è emerso dall’indagine sull’istruzione condotta dalla piattaforma di apprendimento online GoStudent, in collaborazione con Kantar market research. I dati sono stati rilevati attraverso un sondaggio online (Cawi) condotto in sette mercati europei tra cui l’Italia su 6.276 genitori e 5.767 studenti di età compresa tra i 10 e i 18 anni.

Le difficoltà della Dad

Oltre alla solitudine, i fattori che più hanno causato disagi agli studenti italiani ed europei sono stati la difficoltà a concentrarsi in un contesto di didattica a distanza (43%), e la difficoltà a comprendere il materiale fornito durante le lezioni online (37%). Il 96% degli studenti italiani ha infatti fatto ricorso alla didattica online durante lo scorso anno scolastico, un dato che supera di ben sette punti la media europea (89%). Quasi la metà degli studenti italiani (47%) ed europei (48%) ha inoltre lamentato lacune in una o più materie. Più pessimistica la visione dei genitori: in Italia il 59% ritiene che i figli abbiano lacune nell’apprendimento dovute alla pandemia. Un risultato di poco superiore alla media dei genitori del resto d’Europa (57%).

Matematica e inglese le materie più a rischio

Mentre un genitore italiano su 2 pensa che le lacune potrebbero continuare anche durante quest’anno scolastico, gli studenti hanno una visione più positiva. L’Italia infatti, dopo la Spagna, è il secondo Paese in Europa che si dichiara fiduciosa (45%) o che comunque non esclude di riuscire a recuperare (43%) nel corso di quest’anno accademico. In ogni caso, in Italia, come nel resto d’Europa, le materie che hanno dato più filo da torcere agli studenti sono state matematica (25%) e inglese (11%). E i ragazzi hanno avuto maggiori difficoltà in inglese (14%), rispetto alle ragazze (7%).

Solo l’8%ha fatto ricorso alle ripetizioni per recuperare

Malgrado le difficoltà nell’apprendimento riscontrate durante la pandemia, riporta Adnkronos, gli studenti italiani rappresentano il fanalino di coda in Europa per quanto riguarda le ripetizioni. Solo l’8% delle famiglie italiane infatti ha optato per un supporto esterno durante lo scorso anno, la metà rispetto alla media europea (16%). Nonostante l’Italia abbia fatto poco ricorso alle ripetizioni gli studenti del Bel Paese detengono però il primato in fatto di tempo dedicato all’apprendimento al di fuori dell’orario scolastico. I ragazzi italiani sostengono, infatti, di trascorrere 21 ore a settimana sui libri. Con sole 14 ore a settimana, i giovani dei Paesi Bassi sono, invece, i meno studiosi d’Europa.

Il 57% dei dipendenti italiani non si sente isolato lavorando da remoto

Uno studio di Kaspersky rileva che il 57% dei dipendenti italiani non si sente isolato quando lavora da remoto, al contrario: il 28% di chi lavora da casa riesce a comunicare ancora meglio con i propri colleghi. La situazione epidemiologica e le conseguenti restrizioni hanno influenzato la comunicazione a livello privato e lavorativo. I problemi più discussi tra i dipendenti che lavorano da remoto includono le sfide generate dalle nuove condizioni, l’isolamento sociale e la mancanza di comunicazione tra colleghi. Ma mentre lavorano da remoto i dipendenti italiani si sentono più connessi, perché per semplificare le comunicazioni utilizzano servizi non aziendali o ‘shadow IT’. 

L’adattamento alle comunicazioni digitali

Secondo la ricerca, l’utilizzo di servizi di comunicazione non aziendali è aumentato, un fattore che spiega la miglior connessione tra colleghi, segnalata da più della metà dei dipendenti intervistati. Nonostante la maggior parte dei dipendenti italiani si è adattata con successo alle comunicazioni digitali, il 43% però si sente ancora isolato quando lavora da casa. Tenuto conto che la solitudine, così come altri fattori demotivanti come stanchezza e ansia, contribuiscono al burnout, questo dato dovrebbe essere motivo di preoccupazione per i dirigenti aziendali.

Aumentano i servizi di comunicazione non aziendali

A livello europeo, solo l’utilizzo di servizi di posta elettronica non aziendale è diminuito dal 66% al 63%, ma sono in aumento altri servizi non aziendali come quelli di messaggistica (dal 56% al 58%), i software non aziendali di pianificazione delle risorse (dal 42% al 45%), le piattaforme di web conferencing (dal 79% all’82%) e i social network (dal 62% al 67%). L’interazione informale tra colleghi tramite software non aziendali facilita la comunicazione e dà la sensazione di essere più connessi, ma al contempo fa aumentare i rischi informatici per l’azienda. I cosiddetti servizi ‘shadow IT’ non sono infatti implementati e controllati dai dipartimenti IT aziendali, e potrebbero essere potenzialmente pericolosi.

I rischi legati all’utilizzo di strumenti shadow IT

“Le persone solitamente utilizzano strumenti aggiuntivi per motivi leciti, e non c’è niente di sbagliato se i dipendenti cercano di rendere più semplice il loro lavoro e la comunicazione tra colleghi – commenta Andrey Evdokimov, Head of Information Security di Kaspersky -. Questa situazione si traduce in un aumento del rischio perché durante lo sviluppo di modelli di minaccia, diagrammi di flusso di dati e pianificazione i difensori non prendono in considerazione gli strumenti non autorizzati. Inoltre, i reparti IT non controllano l’accesso ai servizi shadow e i dipendenti rischiano di compromettere preziose informazioni aziendali”.

Festività natalizie: da Google nuove soluzioni per le vetrine italiane online

Secondo uno studio Google-Ipsos condotto nella regione Emea, il 56% delle persone afferma che durante il periodo che precede Natale prediligerà acquisti nelle piccole imprese locali. E ora che le festività natalizie sono alle porte Google lancia nuove soluzioni per le Pmi e le piccole imprese locali. Questo per aiutarle a farsi individuare online più facilmente dagli utenti. È infatti sul web che spesso le persone iniziano il loro percorso di ricerca e di esplorazione quando desiderano fare acquisti. Più in particolare, per agevolare lo shopping natalizio Google ha rinominato la vetrina digitale senza costi Google My Business.

Da Google My Business a Profilo dell’attività 

Una di queste soluzioni riguarda appunto la vetrina digitale Google My Business. A partire dalla seconda settimana di novembre, i titolari di esercizi commerciali, negozi, ristoranti e aziende potranno rivendicare e verificare facilmente il profilo della propria attività direttamente sulla Ricerca Google, o sull’app Google Maps. Per rendere il tutto più semplice, Google My Business verrà quindi rinominato Profilo dell’attività su Google. La scelta di ribattezzare Google My Business deriva delle analisi sulle ricerche che gli utenti compiono su Google. Da marzo 2020, complice soprattutto la pandemia, le ricerche legate allo shopping online e a come acquistare online sono cresciute in tutto il mondo. Come dimostra Google Trends, si legge su retorica.net, solo in Italia ad esempio l’interesse di ricerca relativo a ‘shopping online’ è cresciuto del 50%.

Con le Campagne locali è possibile promuovere i propri punti vendita

Oltre al Profilo dell’attività, sono diversi gli strumenti e le funzionalità che Google mette a disposizione delle piccole imprese. Una di queste riguarda le Campagne locali, che consentono di promuovere i propri punti vendita, ad esempio sulla Ricerca Google, su Maps, YouTube e sulla Rete Display di Google.

Tre piccole attività di successo grazie a Google

Il colosso del web sottolinea inoltre, riporta Adnkronos, che si possono trovare maggiori informazioni sul Profilo dell’attività, sulle Campagne locali e nel blogpost pubblicato al link italia.googleblog.com/2021/11/la-stagione-delle-festivita-2021.html, in cui si raccontano anche tre storie di successo italiane di piccole attività che utilizzano con successo il Profilo dell’attività su Google. Ovvero, la Libreria Verso a Milano, l’impresa sociale Progetto Quid di Verona, e la pasticceria di Brescia, Le Torte di Giada.

Gen Z, monogami ma diffidenti verso il matrimonio

Spesso, prima di creare una famiglia, ai giovani viene detto di dimenticarsi delle relazioni affettive libere, contribuendo a dipingere il matrimonio come quel periodo della vita in cui ‘finisce il divertimento’ e si impone la realtà della vita. La Generazione Z, ovvero gli under 24, sono però determinati a trovare ‘la persona giusta’, e se credono nella monogamia sono diffidenti verso il matrimonio. Tanto che secondo un’indagine condotta da Ashley Madison, la piattaforma online di love affaire extraconiugali, emerge che gli iscritti sotto i 24 anni sono alla ricerca della loro metà, ma in modo diverso dalle generazioni precedenti. 

L’aspirazione è trovare un partner con cui impegnarsi per tutta la vita

La maggior parte degli iscritti alla piattaforma appartenenti alla Gen Z è single e il 55% dichiara di non volersi sposare. Questo però non significa che non aspirino a un partner con cui impegnarsi per tutta la vita: infatti, il 41% degli utenti under 24 cerca una relazione monogama, e il 59% si aspetta di avere un rapporto di totale esclusività. Al contrario, gli iscritti di età più matura si sono rivolti alla piattaforma per trovare un love affaire extraconiugale, dimostrando che ne hanno abbastanza della monogamia. Tanto che il 49% di loro preferirebbe avere una relazione aperta, contro solo il 32% degli iscritti della Gen Z.

Il matrimonio non è il coronamento di un sogno d’amore

“I ragazzi che appartengono alla Generazione Z sono molto più pratici e concreti di quanto possiamo immaginare – commenta la psicologa Marinella Cozzolino, Presidente dell’Associazione Italiana di sessuologia -. Non sono poco romantici, ma semplicemente, non vedono nel matrimonio il coronamento di un sogno d’amore. È più probabile che per loro il matrimonio sia una formalità burocratica che toglie poesia invece di aggiungerla. Di contro – aggiunge Cozzolino – le persone più mature ritengono difficile separarsi, spesso per questioni economiche o sociali. Inoltre in alcuni contesti separarsi è ancora considerato una vergogna”.

Gli under 24 vogliono l’esclusività romantica

Il 45% degli iscritti appartenenti alla Gen Z afferma che la monogamia è la tipologia di relazione ideale, mentre solo il 33% degli iscritti più maturi è dello stesso parere. Mentre gli under 24 pensano all’esclusività romantica, le generazioni più mature sono infatti amareggiate per aver scoperto che il matrimonio non è la favola perfetta per cui si sono impegnati a vita, e gli iscritti più maturi hanno cominciato ad apprezzare l’idea di relazioni aperte o poliamorose. Il 71% preferirebbe, infatti, una relazione più fluida rispetto a quella monogama, facendo leva su tre principali benefici: nuove esperienze eccitanti, meno pressione sul coniuge, più libertà di esprimersi. Secondo la Gen Z, riporta Italpress, quando si tratta di non-monogamia consensuale, i rischi superano i benefici, e sono preoccupati della gelosia (77%), del dolore emotivo (50%) e dei problemi di autostima (41%) che potrebbero derivare dall’avere più partner.

Acqua, alleata a scuola: aiuta la concentrazione

Una corretta idratazione migliora l’attenzione durante le ore di scuola. Lo afferma la scienza: e l’informazione è più importante che mai in questo momento, quando i bambini e i ragazzi hanno potuto finalmente tornare in aula dopo lunghi mesi di Dad. E, dopo aver vissuto un periodo non proprio facilissimo, i più giovani hanno davvero bisogno di tutti i supporti – acqua compresa – per riprendere le normali attività con il piede giusto e rendere al meglio sui banchi.

I ragazzi hanno più bisogno di acqua

Poiché nel corpo dei ragazzi la percentuale di acqua è maggiore rispetto a quella degli adulti, è evidente che i giovani devono consumarne di più. Perché, come confermano numerosi studi scientifici, non bere sufficientemente acqua durante il giorno può incidere negativamente non solo sulle performance fisiche, ma anche e soprattutto su quelle cognitive. Lo spiega ancor meglio il Professor Solimene dell’Università degli Studi di Milano ed esperto dell’Osservatorio Sanpellegrino, come riporta Adnkronos: “Una moderata disidratazione, con una perdita di circa il 2% del peso corporeo, può portare a sintomi come mal di testa e stanchezza, cui si possono associare riduzione della concentrazione, dell’attenzione, della memoria a breve termine e di esecuzione anche di compiti semplici mentre un calo di acqua del 5% del nostro peso può avere effetti negativi anche sulle performance fisiche”.

Controllare i livelli di idratazione anche a scuola

Un recente studio svolto in 13 Paesi ha rivelato che il 61% dei bambini e il 75% degli adolescenti non bevono a sufficienza (ma assumono liquidi prevalentemente dagli alimenti) rispetto alle raccomandazioni per l’assunzione giornaliera di acqua (1.700 mL/giorno per i ragazzi dai 9 ai 13 anni e 1.520 mL/giorno per le ragazze dai 9 ai 13 anni) fornite dall’EFSA (Autorità europea per la sicurezza alimentare). L’EFSA raccomanda un’assunzione totale di acqua (TWI) al giorno più elevata per i ragazzi che per le ragazze dai 9 ai 13 anni: 44 mL/kg contro 39 mL/kg, rispettivamente. Controllare la quantità di liquidi assunti nell’orario scolastico è un’arma efficace contro i danni causati dalla disidratazione e porta gli studenti ad avere un aiuto in più per raggiungere una concentrazione ottimale. “I più giovani vanno educati sull’importanza di una corretta e regolare idratazione, da integrare ad una sana alimentazione ed una buona dose di attività fisica, tutti elementi fondamentali per un corretto sviluppo fisico e cognitivo”, conclude il Professor Solimene. Quindi sì all’acqua anche durante le ore di lezione, anche perché bevendo si assumono minerali quali ferro, magnesio e calcio essenziali per il benessere psico fisico e per la crescita dei giovani.

Competenze digitali solo per 1 italiano su 2

Gli italiani sono esperti di competenze digitali? Ancora no, tanto che solo il 50% della popolazione ha dimestichezza con il web. A dirlo è il Digital Skill Voyager,  il nuovo strumento per la valutazione delle competenze digitali offerto gratuitamente dai PID – Punti Impresa Digitale delle Camere di commercio. Più nel dettaglio, se uno su due conosce gli strumenti digitali, solo 3 su 10 possono definirsi coach e addirittura un minimo 3,8% è leader e vanta competenze digitali avanzate.

C’è ancora strada da fare

“L’Italia sta affrontando a grande velocità la transizione digitale”, sottolinea il presidente di Unioncamere, Andrea Prete. “Per portarla a pieno compimento, però, non bastano le tecnologie, serve il capitale umano che sappia utilizzarle, arricchendo ed innovando il proprio lavoro quotidiano. Occorre lavorare ancora di più, quindi, sulle competenze dei singoli cittadini e delle imprese, ambito prioritario di intervento dei Pid delle Camere di commercio”. Insomma, di strada da fare moltissimi degli oltre 2mila tra studenti, lavoratori e manager che hanno portato a termine il test online ne hanno ancora tanta. 

Più competenze per i laureati

Analizzando i titoli di studio e le competenze digitali, l’analisi rivela che i laureati sono quelli con più capacità: in 4 casi su 10 rientrano nelle categorie dei coach digitali o degli e-leader a fronte del 21,6% dei diplomati. Certo è che anche tra quanti posseggono un titolo di studio elevato o addirittura un post-laurea i neofiti e gli allievi digitali sono ancora oltre la metà. Se il 51,3% degli impiegati, che rappresentano il gruppo più cospicuo di persone che si sono cimentate con il Digital Skill Voyager (43,5%), è solo “allievo” digitale, oltre un terzo vanta competenze di medio-alto livello. I manager (che sono il 9,2% dei partecipanti al test) mostrano una preparazione più avanzata, con il 43,7% che raggiunge i livelli di coach e e-leader (ma anche un 44,3% di “allievi”). Peggiore il posizionamento degli imprenditori (che sono l’11% dei 2mila partecipanti): più del 70% è alle prime armi con Internet (20,5% i neofiti, 51,5% gli allievi) e solo il 28% ha abilità superiori.

Il lavoro delle Camere di Commercio

Digital Skill Voyager fa parte degli strumenti di assessment digitale dei PID e si va ad affiancare al “SELFI 4.0” e allo “ZOOM 4.0” strumenti di valutazione della maturità digitale specifici per le imprese oltre che ai numerosi servizi diretti ad accrescere le competenze digitali dei lavoratori e degli imprenditori messi in pista dai Pid e oggi fruiti complessivamente già da oltre 380.000 imprese. Sono circa 3.000 i percorsi info-formativo organizzati in circa quattro anni di attività, a cui hanno preso parte 196.000 imprese. Inoltre sono stati realizzati dei tutorial informativi, che hanno raggiunto oltre 172.000 imprese ed erogati voucher che, tra le altre cose, hanno consentito alle imprese di acquistare servizi di formazione e consulenza per la digitalizzazione. 

Italia campionessa di riciclo degli imballaggi

L’Italia si sta confermando una campionessa dell’economia circolare, almeno per quanto riguarda il riciclo degli imballaggi. E, anche con l’emergenza sanitaria che ha contraddistinto gli ultimi mesi, il trend non si è fermato. Nel 2020, infatti, è stato avviato a riciclo il 73% dei pack immessi sul mercato, 3,3 punti percentuali in più rispetto al 2019. E’ quanto emerge dalla relazione generale del Conai, il Consorzio Nazionale Imballaggi. 
Commenta così il presidente del Conai Luca Ruini: “E’ un record. Il tasso di riciclo più alto che il nostro Paese abbia conosciuto. Le nostre prime stime, a inizio anno, parlavano di un 71%: alcuni di noi lo vedevano come un eccesso di ottimismo per un anno difficile come il 2020. Invece, le previsioni si sono rivelate addirittura troppo prudenti”. 

Oltre 9 milioni di tonnellate riciclate

Nel corso dell’anno passato sono state riciclate più di 9 milioni e mezzo di tonnellate di imballaggi sul totale delle 13 milioni immesse al consumo. Una performance “green” resa possibile dalla crescita della raccolta differenziata urbana, che ha fatto da traino e non è stata messa in crisi dalle difficoltà seguite al lockdown e alle restrizioni, le quantità riciclate non sono diminuite. Entrando nel merito dei materiali maggiormente riciclati, hanno avuto una nuova vita 371mila tonnellate di acciaio, 47mila e 400 di alluminio, 4 milioni e 48mila di carta, un milione e 873mila di legno, un milione e 76mila di plastica, 2 milioni e 143mila di vetro. Con questi numeri, inoltre, l’Italia ha già raggiunto gli obiettivi di riciclo complessivi che l’Europa impone ai suoi Stati membri entro il 2025, ovvero il 65% degli imballaggi riciclati. E il nostro Paese ci è arrivato con cinque anni di anticipo. Resta indietro solo la plastica, ma di meno di due punti percentuali: nel 2020 in Italia ne è stata riciclata il 48,7%, ma “raggiungere il 50% richiesto dall’Unione in cinque anni non rappresenta un problema. Oggi siamo secondi solo alla Germania in termini di quantitativi di imballaggi riciclati” commenta Ruini.

Grazie a convenzioni con i comuni italiani

Nel 2020 sono stati oltre 7.400 i Comuni italiani che hanno stipulato convenzioni con il sistema consortile, affidando quindi gli imballaggi provenienti dalle loro raccolte differenziate a Conai: una copertura della popolazione italiana che raggiunge il 97%. Per coprire i maggiori costi che i Comuni sostengono nel ritirare i rifiuti in modo differenziato (affinchè smaltirli tutti in discarica), nel 2020 Conai ha riconosciuto alle amministrazioni locali italiane 654 milioni: 452 milioni, invece, sono stati destinati dal sistema al finanziamento di attività di trattamento, riciclo e recupero.