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Categoria: Lo sapevi che…

Il 57% dei dipendenti italiani non si sente isolato lavorando da remoto

Uno studio di Kaspersky rileva che il 57% dei dipendenti italiani non si sente isolato quando lavora da remoto, al contrario: il 28% di chi lavora da casa riesce a comunicare ancora meglio con i propri colleghi. La situazione epidemiologica e le conseguenti restrizioni hanno influenzato la comunicazione a livello privato e lavorativo. I problemi più discussi tra i dipendenti che lavorano da remoto includono le sfide generate dalle nuove condizioni, l’isolamento sociale e la mancanza di comunicazione tra colleghi. Ma mentre lavorano da remoto i dipendenti italiani si sentono più connessi, perché per semplificare le comunicazioni utilizzano servizi non aziendali o ‘shadow IT’. 

L’adattamento alle comunicazioni digitali

Secondo la ricerca, l’utilizzo di servizi di comunicazione non aziendali è aumentato, un fattore che spiega la miglior connessione tra colleghi, segnalata da più della metà dei dipendenti intervistati. Nonostante la maggior parte dei dipendenti italiani si è adattata con successo alle comunicazioni digitali, il 43% però si sente ancora isolato quando lavora da casa. Tenuto conto che la solitudine, così come altri fattori demotivanti come stanchezza e ansia, contribuiscono al burnout, questo dato dovrebbe essere motivo di preoccupazione per i dirigenti aziendali.

Aumentano i servizi di comunicazione non aziendali

A livello europeo, solo l’utilizzo di servizi di posta elettronica non aziendale è diminuito dal 66% al 63%, ma sono in aumento altri servizi non aziendali come quelli di messaggistica (dal 56% al 58%), i software non aziendali di pianificazione delle risorse (dal 42% al 45%), le piattaforme di web conferencing (dal 79% all’82%) e i social network (dal 62% al 67%). L’interazione informale tra colleghi tramite software non aziendali facilita la comunicazione e dà la sensazione di essere più connessi, ma al contempo fa aumentare i rischi informatici per l’azienda. I cosiddetti servizi ‘shadow IT’ non sono infatti implementati e controllati dai dipartimenti IT aziendali, e potrebbero essere potenzialmente pericolosi.

I rischi legati all’utilizzo di strumenti shadow IT

“Le persone solitamente utilizzano strumenti aggiuntivi per motivi leciti, e non c’è niente di sbagliato se i dipendenti cercano di rendere più semplice il loro lavoro e la comunicazione tra colleghi – commenta Andrey Evdokimov, Head of Information Security di Kaspersky -. Questa situazione si traduce in un aumento del rischio perché durante lo sviluppo di modelli di minaccia, diagrammi di flusso di dati e pianificazione i difensori non prendono in considerazione gli strumenti non autorizzati. Inoltre, i reparti IT non controllano l’accesso ai servizi shadow e i dipendenti rischiano di compromettere preziose informazioni aziendali”.

Festività natalizie: da Google nuove soluzioni per le vetrine italiane online

Secondo uno studio Google-Ipsos condotto nella regione Emea, il 56% delle persone afferma che durante il periodo che precede Natale prediligerà acquisti nelle piccole imprese locali. E ora che le festività natalizie sono alle porte Google lancia nuove soluzioni per le Pmi e le piccole imprese locali. Questo per aiutarle a farsi individuare online più facilmente dagli utenti. È infatti sul web che spesso le persone iniziano il loro percorso di ricerca e di esplorazione quando desiderano fare acquisti. Più in particolare, per agevolare lo shopping natalizio Google ha rinominato la vetrina digitale senza costi Google My Business.

Da Google My Business a Profilo dell’attività 

Una di queste soluzioni riguarda appunto la vetrina digitale Google My Business. A partire dalla seconda settimana di novembre, i titolari di esercizi commerciali, negozi, ristoranti e aziende potranno rivendicare e verificare facilmente il profilo della propria attività direttamente sulla Ricerca Google, o sull’app Google Maps. Per rendere il tutto più semplice, Google My Business verrà quindi rinominato Profilo dell’attività su Google. La scelta di ribattezzare Google My Business deriva delle analisi sulle ricerche che gli utenti compiono su Google. Da marzo 2020, complice soprattutto la pandemia, le ricerche legate allo shopping online e a come acquistare online sono cresciute in tutto il mondo. Come dimostra Google Trends, si legge su retorica.net, solo in Italia ad esempio l’interesse di ricerca relativo a ‘shopping online’ è cresciuto del 50%.

Con le Campagne locali è possibile promuovere i propri punti vendita

Oltre al Profilo dell’attività, sono diversi gli strumenti e le funzionalità che Google mette a disposizione delle piccole imprese. Una di queste riguarda le Campagne locali, che consentono di promuovere i propri punti vendita, ad esempio sulla Ricerca Google, su Maps, YouTube e sulla Rete Display di Google.

Tre piccole attività di successo grazie a Google

Il colosso del web sottolinea inoltre, riporta Adnkronos, che si possono trovare maggiori informazioni sul Profilo dell’attività, sulle Campagne locali e nel blogpost pubblicato al link italia.googleblog.com/2021/11/la-stagione-delle-festivita-2021.html, in cui si raccontano anche tre storie di successo italiane di piccole attività che utilizzano con successo il Profilo dell’attività su Google. Ovvero, la Libreria Verso a Milano, l’impresa sociale Progetto Quid di Verona, e la pasticceria di Brescia, Le Torte di Giada.

Gen Z, monogami ma diffidenti verso il matrimonio

Spesso, prima di creare una famiglia, ai giovani viene detto di dimenticarsi delle relazioni affettive libere, contribuendo a dipingere il matrimonio come quel periodo della vita in cui ‘finisce il divertimento’ e si impone la realtà della vita. La Generazione Z, ovvero gli under 24, sono però determinati a trovare ‘la persona giusta’, e se credono nella monogamia sono diffidenti verso il matrimonio. Tanto che secondo un’indagine condotta da Ashley Madison, la piattaforma online di love affaire extraconiugali, emerge che gli iscritti sotto i 24 anni sono alla ricerca della loro metà, ma in modo diverso dalle generazioni precedenti. 

L’aspirazione è trovare un partner con cui impegnarsi per tutta la vita

La maggior parte degli iscritti alla piattaforma appartenenti alla Gen Z è single e il 55% dichiara di non volersi sposare. Questo però non significa che non aspirino a un partner con cui impegnarsi per tutta la vita: infatti, il 41% degli utenti under 24 cerca una relazione monogama, e il 59% si aspetta di avere un rapporto di totale esclusività. Al contrario, gli iscritti di età più matura si sono rivolti alla piattaforma per trovare un love affaire extraconiugale, dimostrando che ne hanno abbastanza della monogamia. Tanto che il 49% di loro preferirebbe avere una relazione aperta, contro solo il 32% degli iscritti della Gen Z.

Il matrimonio non è il coronamento di un sogno d’amore

“I ragazzi che appartengono alla Generazione Z sono molto più pratici e concreti di quanto possiamo immaginare – commenta la psicologa Marinella Cozzolino, Presidente dell’Associazione Italiana di sessuologia -. Non sono poco romantici, ma semplicemente, non vedono nel matrimonio il coronamento di un sogno d’amore. È più probabile che per loro il matrimonio sia una formalità burocratica che toglie poesia invece di aggiungerla. Di contro – aggiunge Cozzolino – le persone più mature ritengono difficile separarsi, spesso per questioni economiche o sociali. Inoltre in alcuni contesti separarsi è ancora considerato una vergogna”.

Gli under 24 vogliono l’esclusività romantica

Il 45% degli iscritti appartenenti alla Gen Z afferma che la monogamia è la tipologia di relazione ideale, mentre solo il 33% degli iscritti più maturi è dello stesso parere. Mentre gli under 24 pensano all’esclusività romantica, le generazioni più mature sono infatti amareggiate per aver scoperto che il matrimonio non è la favola perfetta per cui si sono impegnati a vita, e gli iscritti più maturi hanno cominciato ad apprezzare l’idea di relazioni aperte o poliamorose. Il 71% preferirebbe, infatti, una relazione più fluida rispetto a quella monogama, facendo leva su tre principali benefici: nuove esperienze eccitanti, meno pressione sul coniuge, più libertà di esprimersi. Secondo la Gen Z, riporta Italpress, quando si tratta di non-monogamia consensuale, i rischi superano i benefici, e sono preoccupati della gelosia (77%), del dolore emotivo (50%) e dei problemi di autostima (41%) che potrebbero derivare dall’avere più partner.

Acqua, alleata a scuola: aiuta la concentrazione

Una corretta idratazione migliora l’attenzione durante le ore di scuola. Lo afferma la scienza: e l’informazione è più importante che mai in questo momento, quando i bambini e i ragazzi hanno potuto finalmente tornare in aula dopo lunghi mesi di Dad. E, dopo aver vissuto un periodo non proprio facilissimo, i più giovani hanno davvero bisogno di tutti i supporti – acqua compresa – per riprendere le normali attività con il piede giusto e rendere al meglio sui banchi.

I ragazzi hanno più bisogno di acqua

Poiché nel corpo dei ragazzi la percentuale di acqua è maggiore rispetto a quella degli adulti, è evidente che i giovani devono consumarne di più. Perché, come confermano numerosi studi scientifici, non bere sufficientemente acqua durante il giorno può incidere negativamente non solo sulle performance fisiche, ma anche e soprattutto su quelle cognitive. Lo spiega ancor meglio il Professor Solimene dell’Università degli Studi di Milano ed esperto dell’Osservatorio Sanpellegrino, come riporta Adnkronos: “Una moderata disidratazione, con una perdita di circa il 2% del peso corporeo, può portare a sintomi come mal di testa e stanchezza, cui si possono associare riduzione della concentrazione, dell’attenzione, della memoria a breve termine e di esecuzione anche di compiti semplici mentre un calo di acqua del 5% del nostro peso può avere effetti negativi anche sulle performance fisiche”.

Controllare i livelli di idratazione anche a scuola

Un recente studio svolto in 13 Paesi ha rivelato che il 61% dei bambini e il 75% degli adolescenti non bevono a sufficienza (ma assumono liquidi prevalentemente dagli alimenti) rispetto alle raccomandazioni per l’assunzione giornaliera di acqua (1.700 mL/giorno per i ragazzi dai 9 ai 13 anni e 1.520 mL/giorno per le ragazze dai 9 ai 13 anni) fornite dall’EFSA (Autorità europea per la sicurezza alimentare). L’EFSA raccomanda un’assunzione totale di acqua (TWI) al giorno più elevata per i ragazzi che per le ragazze dai 9 ai 13 anni: 44 mL/kg contro 39 mL/kg, rispettivamente. Controllare la quantità di liquidi assunti nell’orario scolastico è un’arma efficace contro i danni causati dalla disidratazione e porta gli studenti ad avere un aiuto in più per raggiungere una concentrazione ottimale. “I più giovani vanno educati sull’importanza di una corretta e regolare idratazione, da integrare ad una sana alimentazione ed una buona dose di attività fisica, tutti elementi fondamentali per un corretto sviluppo fisico e cognitivo”, conclude il Professor Solimene. Quindi sì all’acqua anche durante le ore di lezione, anche perché bevendo si assumono minerali quali ferro, magnesio e calcio essenziali per il benessere psico fisico e per la crescita dei giovani.

Competenze digitali solo per 1 italiano su 2

Gli italiani sono esperti di competenze digitali? Ancora no, tanto che solo il 50% della popolazione ha dimestichezza con il web. A dirlo è il Digital Skill Voyager,  il nuovo strumento per la valutazione delle competenze digitali offerto gratuitamente dai PID – Punti Impresa Digitale delle Camere di commercio. Più nel dettaglio, se uno su due conosce gli strumenti digitali, solo 3 su 10 possono definirsi coach e addirittura un minimo 3,8% è leader e vanta competenze digitali avanzate.

C’è ancora strada da fare

“L’Italia sta affrontando a grande velocità la transizione digitale”, sottolinea il presidente di Unioncamere, Andrea Prete. “Per portarla a pieno compimento, però, non bastano le tecnologie, serve il capitale umano che sappia utilizzarle, arricchendo ed innovando il proprio lavoro quotidiano. Occorre lavorare ancora di più, quindi, sulle competenze dei singoli cittadini e delle imprese, ambito prioritario di intervento dei Pid delle Camere di commercio”. Insomma, di strada da fare moltissimi degli oltre 2mila tra studenti, lavoratori e manager che hanno portato a termine il test online ne hanno ancora tanta. 

Più competenze per i laureati

Analizzando i titoli di studio e le competenze digitali, l’analisi rivela che i laureati sono quelli con più capacità: in 4 casi su 10 rientrano nelle categorie dei coach digitali o degli e-leader a fronte del 21,6% dei diplomati. Certo è che anche tra quanti posseggono un titolo di studio elevato o addirittura un post-laurea i neofiti e gli allievi digitali sono ancora oltre la metà. Se il 51,3% degli impiegati, che rappresentano il gruppo più cospicuo di persone che si sono cimentate con il Digital Skill Voyager (43,5%), è solo “allievo” digitale, oltre un terzo vanta competenze di medio-alto livello. I manager (che sono il 9,2% dei partecipanti al test) mostrano una preparazione più avanzata, con il 43,7% che raggiunge i livelli di coach e e-leader (ma anche un 44,3% di “allievi”). Peggiore il posizionamento degli imprenditori (che sono l’11% dei 2mila partecipanti): più del 70% è alle prime armi con Internet (20,5% i neofiti, 51,5% gli allievi) e solo il 28% ha abilità superiori.

Il lavoro delle Camere di Commercio

Digital Skill Voyager fa parte degli strumenti di assessment digitale dei PID e si va ad affiancare al “SELFI 4.0” e allo “ZOOM 4.0” strumenti di valutazione della maturità digitale specifici per le imprese oltre che ai numerosi servizi diretti ad accrescere le competenze digitali dei lavoratori e degli imprenditori messi in pista dai Pid e oggi fruiti complessivamente già da oltre 380.000 imprese. Sono circa 3.000 i percorsi info-formativo organizzati in circa quattro anni di attività, a cui hanno preso parte 196.000 imprese. Inoltre sono stati realizzati dei tutorial informativi, che hanno raggiunto oltre 172.000 imprese ed erogati voucher che, tra le altre cose, hanno consentito alle imprese di acquistare servizi di formazione e consulenza per la digitalizzazione. 

Italia campionessa di riciclo degli imballaggi

L’Italia si sta confermando una campionessa dell’economia circolare, almeno per quanto riguarda il riciclo degli imballaggi. E, anche con l’emergenza sanitaria che ha contraddistinto gli ultimi mesi, il trend non si è fermato. Nel 2020, infatti, è stato avviato a riciclo il 73% dei pack immessi sul mercato, 3,3 punti percentuali in più rispetto al 2019. E’ quanto emerge dalla relazione generale del Conai, il Consorzio Nazionale Imballaggi. 
Commenta così il presidente del Conai Luca Ruini: “E’ un record. Il tasso di riciclo più alto che il nostro Paese abbia conosciuto. Le nostre prime stime, a inizio anno, parlavano di un 71%: alcuni di noi lo vedevano come un eccesso di ottimismo per un anno difficile come il 2020. Invece, le previsioni si sono rivelate addirittura troppo prudenti”. 

Oltre 9 milioni di tonnellate riciclate

Nel corso dell’anno passato sono state riciclate più di 9 milioni e mezzo di tonnellate di imballaggi sul totale delle 13 milioni immesse al consumo. Una performance “green” resa possibile dalla crescita della raccolta differenziata urbana, che ha fatto da traino e non è stata messa in crisi dalle difficoltà seguite al lockdown e alle restrizioni, le quantità riciclate non sono diminuite. Entrando nel merito dei materiali maggiormente riciclati, hanno avuto una nuova vita 371mila tonnellate di acciaio, 47mila e 400 di alluminio, 4 milioni e 48mila di carta, un milione e 873mila di legno, un milione e 76mila di plastica, 2 milioni e 143mila di vetro. Con questi numeri, inoltre, l’Italia ha già raggiunto gli obiettivi di riciclo complessivi che l’Europa impone ai suoi Stati membri entro il 2025, ovvero il 65% degli imballaggi riciclati. E il nostro Paese ci è arrivato con cinque anni di anticipo. Resta indietro solo la plastica, ma di meno di due punti percentuali: nel 2020 in Italia ne è stata riciclata il 48,7%, ma “raggiungere il 50% richiesto dall’Unione in cinque anni non rappresenta un problema. Oggi siamo secondi solo alla Germania in termini di quantitativi di imballaggi riciclati” commenta Ruini.

Grazie a convenzioni con i comuni italiani

Nel 2020 sono stati oltre 7.400 i Comuni italiani che hanno stipulato convenzioni con il sistema consortile, affidando quindi gli imballaggi provenienti dalle loro raccolte differenziate a Conai: una copertura della popolazione italiana che raggiunge il 97%. Per coprire i maggiori costi che i Comuni sostengono nel ritirare i rifiuti in modo differenziato (affinchè smaltirli tutti in discarica), nel 2020 Conai ha riconosciuto alle amministrazioni locali italiane 654 milioni: 452 milioni, invece, sono stati destinati dal sistema al finanziamento di attività di trattamento, riciclo e recupero. 

Firmato il decreto per il Bonus rottamazione Tv

Il bonus rottamazione Tv è la misura che sostiene i cittadini nell’acquisto di televisori compatibili con i nuovi standard tecnologici di trasmissione del digitale terrestre Dvbt-2/Hevc Main 10. E il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti ha firmato il decreto attuativo che lo rende operativo.
La nuova tecnologia consentirà di migliorare la qualità del segnale e dare spazio alle trasmissioni in alta definizione. L’agevolazione consiste in uno sconto del 20% sul prezzo d’acquisto di un apparecchio televisivo, fino a un massimo di 100 euro, che si può ottenere rottamando un televisore acquistato prima del 22 dicembre 2018.

Stanziati 250 milioni di euro destinati alla misura

Il bonus rottamazione Tv ha l’obiettivo di favorire la sostituzione di apparecchi televisivi che non saranno più idonei ai nuovi standard tecnologici, al fine di garantire la tutela ambientale e la promozione dell’economia circolare attraverso un loro corretto smaltimento. A differenza del precedente incentivo, che resta comunque in vigore ed è pertanto cumulabile per coloro che sono in possesso di tutti i requisiti, il bonus rottamazione Tv si rivolge a tutti i cittadini in quanto non prevede limiti di Isee. In particolare, verrà riconosciuto un bonus per l’acquisto di un televisore per ogni nucleo familiare fino al 31 dicembre 2022. Le risorse destinate alla misura sono complessivamente 250 milioni di euro.

I tre requisiti per beneficiare dell’incentivo

Il provvedimento individua tre requisiti per beneficiare dell’incentivo: residenza in Italia, rottamazione di un televisore e il pagamento del canone di abbonamento al servizio di radiodiffusione. A tal riguardo è previsto che potranno accedere all’agevolazione anche i cittadini, di età pari o superiore a settantacinque anni, che sono esonerati dal pagamento del suddetto canone. La rottamazione potrà essere effettuata in sede di acquisto del nuovo televisore, consegnando al rivenditore quello vecchio, che si occuperà poi dello smaltimento dell’apparecchio e di ottenere un credito fiscale pari allo sconto riconosciuto al cliente al momento dell’acquisto del nuovo apparecchio. Un’altra modalità per rottamare la vecchia tv è consegnarla direttamente in una isola ecologica autorizzata. In questo caso un modulo certificherà l’avvenuta consegna dell’apparecchio, con la relativa documentazione per richiedere lo sconto sul prezzo di acquisto.

Come verificare la compatibilità dei televisori in proprio possesso?

In vista del passaggio agli standard di trasmissione del digitale terrestre di nuova generazione Dvbt-2/Hevc Main 10, riporta Askanews, i cittadini possono verificare la compatibilità dei televisori in proprio possesso e gli elenchi delle apparecchiature idonee seguendo le informazioni e le procedure indicate sul sito nuovatvdigitale.mise.gov.it. Il decreto, controfirmato dal ministro dell’economia e delle finanze, è stato inviato alla Corte dei Conti per la registrazione.

Gli immobili di lusso in affitto in Italia fanno gola agli stranieri

L’Italia fa gola agli stranieri, soprattutto come meta per le vacanze estive. Non ferie qualsiasi, però, ma soggiorno extralusso in case da sogno. Giusto per dare un’idea del fenomeno, basti considerare che ci sono turisti disposti a spendere anche 400.000 euro al mese pur di accaparrarsi le migliori location nel nostro Paese. A fare un identikit dell’Italia più esclusiva è Luxforsale, portale specializzato nella promozione di immobili di lusso, che come ogni anno pubblica l’Osservatorio immobiliare dedicato al settore. I dati che ne emergono sono davvero molto interessanti. Le statistiche riferite all’ultimo semestre evidenziano la straordinaria attrazione che ha il nostro paese nei confronti di clienti alto spendenti interessati ad affittare immobili di lusso per le vacanze estive. I budget sono davvero giganteschi, se si considera che ci sono potenziali locatori pronti a spendere oltre 100 mila mese, fino ad arrivare addirittura a 400 mila, pur di poter soggiornare in una location di assoluto prestigio.  

Castelli e ville con panorama mozzafiato

Ma cosa cercano questi viaggiatori altospendenti e disposti a firmare assegni a molti zero pur di passare del tempo in una dimora da sogno? La ricerca è variegata, ma principalmente si concentra su location particolari come ad esempio i castelli, tipologia di immobile difficile da trovare nel resto del mondo, oppure le più “semplici” ville. Chi cerca questo tipo di prodotto ha però richieste particolari, che vanno dalle grandi metrature, un numero elevato di camere da letto e di bagni (per poter accontentare anche i collaboratori) fino alle location prestigiose o con affacci spettacolari su lago e mare. Ma non mancano naturalmente richieste più particolari e “strane”, come ad esempio campi da tennis o addirittura eliporti all’interno della proprietà.
“Le richieste si concentrano principalmente in città d’arte o in prossimità del mare o dei laghi” dichiara Claudio Citzia Ceo di Luxfrosale, che continua “è la prima volta che registriamo un impennata così radicale di immobili di lusso in affitto, considerando che rispetto allo scorso anno il nostro portale rileva un incremento del 79%”.

Sardegna, Liguria, Lombardia tra le Regioni più ricercate

E per quanto riguarda la destinazione? La ricerca mette in luce che le Regioni predilette sono Sardegna, Liguria, Lombardia, Toscana, Puglia e Sicilia. Per quanto riguarda i locatari, si tratta di Paperoni provenienti da ogni parte del mondo: oltre che dall’Italia, questi fortunati vacanzieri arrivano da Stati Uniti, Svizzera, Russia e Germania. Insomma, un business – non per tutti, evidentemente – ma che si rivela in fortissima crescita. 

Facebook e Instagram contro la disinformazione sul Covid-19

Facebook e Instagram, i due social di Mark Zuckerberg, sono in prima linea contro la disinformazione legata al Covid-19, e rimuovono i contenuti che possono nuocere all’informazione corretta. “Il Covid-19 continua a essere un importante problema di salute pubblica, per questo ci impegniamo a dare accesso alle persone a informazioni autorevoli, comprese quelle sui vaccini”, afferma Guy Rosen, vicepresidente Integrity di Facebook. Dall’inizio della pandemia fino al mese di aprile 2021 Facebook e Instagram si sono dati da fare, e hanno rimosso a livello globale più di 18 milioni di contenuti in violazione delle policy sulla disinformazione e sui danni legati al Covid-19.

L’Intelligenza Artificiale aiuta a scovare anche i contenuti che incitano all’odio

Oltre ai contenuti dannosi sul Covid-19, riguardo più in generale all’applicazione degli standard della comunità, nel suo report trimestrale Facebook spiega come sulla piattaforma siano diminuiti i contenuti che incitano all’odio. Questo, grazie anche all’uso dell’Intelligenza Artificiale, che aiuta a trovare questi contenuti prima ancora che vengano segnalati dagli utenti. Nel primo trimestre 2021 il dato era pari dello 0,05-0,06%, in pratica 5-6 visualizzazioni ogni 10.000 contenuti. La diffusione di contenuti di immagini violente è stata invece dello 0,01-0,02% su Instagram e dello 0,03-0,04% su Facebook, in calo rispetto allo 0,05% dello scorso trimestre.

Eliminati 8,8 milioni di post con bullismo e molestie

Secondo il rapporto, poi, nel primo trimestre 2021 Facebook è intervenuta su 8,8 milioni di contenuti di bullismo e molestie, in aumento rispetto ai 6,3 milioni del quarto trimestre 2020. Instagram è invece intervenuta su un numero pari a 5,5 milioni di contenuti di bullismo e molestie, che nel quarto trimestre 2020 erano 5 milioni.
Facebook ha anche agito su 9,8 milioni di contenuti di odio organizzato, in aumento rispetto ai 6,4 milioni nel trimestre precedente, e su 25,2 milioni di contenuti di incitamento all’odio, 26,9 milioni nel trimestre precedente. Instagram invece è intervenuta su 324.500 contenuti di odio organizzato (308.000 nel quarto trimestre 2020) e su 6,3 milioni di contenuti di incitamento all’odio, un po’ meno rispetto ai 6,6 milioni del trimestre precedente. Anche in questi casi, ciò è stato possibile grazie ai miglioramenti della tecnologia di rilevamento proattivo.

Più di 5 milioni di utenti usano cornici e adesivi per indicare chi si è vaccinato

Secondo Facebook, inoltre, più di 5 milioni di persone in tutto il mondo hanno usato cornici e adesivi del profilo che caratterizzano chi si è vaccinato. Si tratta di stikers sviluppati in Usa in collaborazione con il Department of Health and Human Services and the Centers for Disease Control and Prevention. Su Instagram questi adesivi sono stati utilizzati più di 7 milioni di volte.

Le imprese alimentari non risentono della crisi da Covid. Ed è boom dell’online

Se prima della crisi sanitaria il 13% delle imprese alimentari accettava prenotazioni della spesa tramite social network o Whatsapp oggi sono il 31%. Inoltre, se prima della crisi l’11% delle imprese offriva ai consumatori la possibilità di effettuare la spesa online sul proprio sito o tramite posta elettronica, oggi lo fa il 27%. Le imprese alimentari della distribuzione organizzata e della distribuzione al dettaglio sembrano non avere risentito per la crisi Covid, anzi, la metà di queste nel 2020 ha addirittura migliorato il proprio andamento economico. È quanto evidenzia l’indagine dell’Osservatorio 2021 FIDA Confcommercio, da cui emerge anche un vero boom sul lato digitalizzazione, fortemente accelerata dalla pandemia.

Si afferma la vendita digitale e cambiano i comportamenti di acquisto

Sul fronte dei consumatori, poi, la pandemia ha profondamente modificato i comportamenti di acquisto, e in questi mesi si è assistito a un vero e proprio boom sul lato della digitalizzazione. Oggi quasi il 20% acquista prodotti alimentari online almeno una volta al mese, e lo fa principalmente perché in questo modo può fare la spesa a qualsiasi orario, e nel 50% dei casi presso un negozio dove precedentemente non acquistava di persona.  E il progressivo affermarsi della vendita online è stato direttamente proporzionale al cambiamento di comportamento di acquisto da parte dei consumatori, riporta Ansa.

Durante il lockdown solo l’alimentare ha continuato a “funzionare”

“Il dettaglio alimentare ha dimostrato una capacità di adattamento alla pandemia e alle conseguenti nuove richieste dei consumatori, encomiabile”, afferma Donatella Prampolini, presidente Fida e vice presidente di Confcommercio. Se da un lato questo andamento così positivo si può spiegare con il fatto che durante il lockdown praticamente solo il settore alimentare ha continuato a funzionare e a garantire un servizio essenziale, è importante sottolineare che il mondo del dettaglio alimentare ha saputo cogliere le opportunità di sviluppo anche in questo terribile periodo.

Cashback non piace alle imprese: commissioni troppo alte

“Gli imprenditori hanno colto la necessità di nuovi servizi da parte dei clienti e sono stati capaci di colmare in poche settimane in gap infrastrutturale – sottolinea la presidente Fida -. Ma per far crescere il sistema imprenditoriale non servono le lotterie degli scontrini, ma semplificazioni nei processi di cambiamento”. Infatti, per quanto riguarda iniziative come cashback e lotteria degli scontrini, il primo è bocciato senza appello dall’82,1% delle imprese del settore, principalmente a causa delle commissioni per le transazioni troppo elevate. Quanto alla lotteria degli scontrini, solo il 3,2% delle imprese ha visto aumentare le visite da parte dei propri clienti abituali. E solo l’1,2% delle imprese afferma di avere aumentato i propri ricavi grazie a questa iniziativa.