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Tag: fondi obbligazionari

BTP, conto deposito o fondo obbligazionario, quale scegliere

BTP, conto deposito o fondo obbligazionario, quale scegliere

Arriva un momento in cui il conto corrente smette di essere un luogo di passaggio e diventa un problema. Succede quando la giacenza supera ciò che serve per le spese dei mesi successivi e resta lì, ferma, mentre i prezzi salgono un po’ ogni anno. Può essere una liquidazione, un’eredità, la vendita di un immobile o semplicemente anni di risparmio. Prendiamo una cifra qualsiasi, diciamo 30.000 euro. Le strade più battute sono tre: il conto deposito, i BTP e il fondo obbligazionario. Nessuna vince in assoluto. Dipende da quando servono i soldi e da quanto fastidio dà vedere un saldo scendere, anche solo sulla carta.

Il conto deposito: semplice, ma il tasso non è per sempre

È lo strumento più facile da capire. Si versa una somma, la banca riconosce un interesse, e il capitale è protetto dal fondo di garanzia dei depositi fino a 100.000 euro per depositante e per istituto. Esistono i conti liberi, da cui si può prelevare in ogni momento, e quelli vincolati a sei, dodici o ventiquattro mesi, che pagano di più ma penalizzano chi esce prima.

Il rendimento segue, con un certo ritardo, l’andamento dei tassi decisi dalla Banca centrale europea. Quando i tassi salgono i conti deposito diventano interessanti, quando scendono le offerte si sgonfiano in fretta. Attenzione ai tassi promozionali: spesso valgono per i primi mesi e poi tornano a livelli modesti. Gli interessi sono tassati al 26% e sul saldo si paga l’imposta di bollo dello 0,2% annuo.

Chi sa che il denaro servirà entro uno o due anni, per un acconto o dei lavori in casa, di solito trova qui il posto più comodo. Per orizzonti più lunghi il difetto è evidente: non si può sapere quanto renderà il deposito al momento del rinnovo.

I BTP: scadenza certa e fisco più leggero

Un titolo di Stato italiano paga una cedola periodica e restituisce il valore nominale alla scadenza. Chi lo tiene fino a quel giorno sa in anticipo quanto incasserà, al netto del rischio che lo Stato non onori il debito. Per l’Italia quel rischio non è zero, come ricordano gli anni in cui lo spread dominava i telegiornali, ma resta una possibilità remota nel breve e medio periodo.

Il vantaggio fiscale è reale: cedole e plusvalenze sono tassate al 12,5% anziché al 26%, e i titoli di Stato sono esenti dall’imposta di successione. Anche qui c’è il bollo dello 0,2%. Il prezzo, però, oscilla. Se si vende prima della scadenza, dopo un rialzo dei tassi, si può incassare meno di quanto si è speso. Per questo conviene scegliere una scadenza che coincida con il momento in cui servirà il denaro, così le oscillazioni intermedie restano rumore di fondo.

C’è poi un tema di concentrazione. Chi ha già lavoro, casa e futura pensione in Italia e mette anche i risparmi in debito italiano lega tutto allo stesso Paese. La capacità di completare i progetti finanziati con i fondi europei del PNRR, entro i termini previsti, è uno degli elementi che gli investitori osservano per giudicare la crescita e la sostenibilità dei conti pubblici. Non è una ragione per evitare i BTP, ma per non farne l’unico paniere.

Il fondo obbligazionario: diversificazione senza data di scadenza

Un fondo raccoglie decine o centinaia di obbligazioni, di Stati e imprese, anche di Paesi diversi. Il rischio di un singolo emittente pesa poco. In cambio, il fondo non ha una scadenza: il valore della quota sale e scende ogni giorno, e il capitale non è garantito in nessuna data.

L’indicatore da guardare è la duration, cioè la sensibilità del fondo ai tassi. Come regola approssimativa, un fondo con duration di sette anni perde circa il 7% del valore se i tassi salgono di un punto percentuale, e guadagna altrettanto se scendono. Poi ci sono i costi annui, che erodono il rendimento anche nei periodi tranquilli, e una tassazione del 26% sui guadagni, ridotta per la parte investita in titoli di Stato.

Esistono fondi a scadenza definita, che imitano in parte il comportamento di un’obbligazione: si punta a restare fino a una certa data e il portafoglio viene gestito di conseguenza. Sono una via di mezzo ragionevole per chi vuole diversificare ma ha comunque un orizzonte preciso. In generale il fondo obbligazionario ha più senso con cinque anni o più davanti, quando le oscillazioni hanno il tempo di rientrare.

Come decidere senza complicarsi la vita

Prima di confrontare i rendimenti conviene rispondere a tre domande, perché il resto ne discende.

  • Quando mi serviranno davvero questi soldi, e per cosa?
  • Come reagirei a un calo temporaneo del 5% sul valore?
  • Quanta parte della mia vita economica dipende già dall’Italia?

Chi ha un’esigenza entro due anni guarderà soprattutto al conto deposito o a un BTP a breve scadenza. Chi ha una data fissa più lontana, per esempio tre o quattro anni, può costruire il proprio orizzonte con un BTP o un fondo a scadenza. Chi non ha scadenze e vuole ridurre la dipendenza da un solo emittente troverà più naturale il fondo diversificato.

Nulla vieta di usarli insieme. Con i 30.000 euro dell’esempio, una famiglia potrebbe lasciare 8.000 euro su un conto libero per gli imprevisti, destinare 12.000 a un BTP che scade quando partiranno i lavori in casa e investire il resto in un fondo obbligazionario da tenere a lungo. È uno schema, non una raccomandazione, e le proporzioni cambiano da persona a persona.

L’errore più frequente, comunque, non è scegliere male tra le tre. È non scegliere. Un conoscente, per anni, ha lasciato 40.000 euro sul conto corrente con la scusa di voler prima capire bene. Quando ha deciso di muoversi, il tempo perso era costato più di qualsiasi differenza tra le tre opzioni.