Menu Close

Categoria: Lo sapevi che…

Amazon dice stop al servizio Prova Prima, Paga Poi

Il servizio Prova Prima, Paga Poi di Amazon Prime sta per giungere al capolinea.
Lanciato in Italia nell’ottobre del 2021, Prova Prima, Paga Poi ha debuttato inizialmente negli Stati Uniti, nel corso del 2018, con il nome Wardrobe.
Tre anni più tardi, è stato ribattezzato Try Bifore You Buy, ed è arrivato con questo nome anche nel nostro paese.

L’opzione, riservata agli abbonati Prime, in questi anni ha permesso agli utenti di ricevere a casa i capi di abbigliamento e di indossarli senza alcuna spesa, scegliendo poi quali acquistare e quali invece restituire, a costo zero.
Ma come si legge nella pagina dedicata sull’e-commerce della piattaforma, il servizio sarà interrotto a fine mese, il 31 gennaio 2025.

“I clienti continueranno a godere di spedizioni rapide e gratuite e resi facili”

A spiegare la ragione per cui la società ha deciso di abbandonare il programma è una portavoce, Maxine Tagay, attraverso la dichiarazione affidata al sito The Verge. 

“Considerata la combinazione tra la possibilità di provare prima di acquistare solo per un numero limitato di articoli, e l’utilizzo sempre più frequente da parte dei clienti delle nostre nuove funzionalità basate sull’Intelligenza artificiale – spiega Tagay -, a partire dal 31 gennaio 2025 stiamo eliminando gradualmente l’opzione Prova prima di acquistare. Naturalmente, i clienti continueranno a godere di spedizioni rapide e gratuite, con resi facili e gratuiti su tutta la nostra selezione di abbigliamento”, aggiunge Tala portavoce.

C’è lo zampino dell’AI

In pratica, il servizio ha funzionato per un numero limitato di articoli e i clienti stanno utilizzando sempre più le funzionalità potenziate dall’AI per scegliere cosa acquistare. come Tra queste funzionalità, la prova virtuale, i consigli personalizzati sulle taglie, le recensioni in evidenza e le tabelle delle taglie migliorate per poter assicurarsi di trovare la giusta vestibilità del capo.

Insomma, ancora una volta, ci sarebbe di mezzo lo zampino dell’Intelligenza artificiale.
Più nel dettaglio, il riferimento è alle funzionalità AI che suggeriscono i prodotti da acquistare sulla base delle recensioni scritte da ogni cliente.

Con Virtual Try On la prova si fa con lo smartphone

A quanto pare, starebbe poi prendendo piede anche Virtual Try On, la funzionalità lanciata nell’estate 2022 che attraverso l’impiego della realtà aumentata e sfruttando la fotocamera dello smartphone permette di vedere come stanno addosso le scarpe o gli occhiali da sole.

In ogni caso, riporta Punto Informatico, ancora fino al 31 gennaio 2025 Prova Prima, Paga Poi permetterà di scegliere e di ricevere direttamente a casa o presso un punto di ritiro un massimo di sei capi di abbigliamento idonei e tenerli fino a sette giorni, provandoli e restituendo poi quelli non desiderati, e pagando esclusivamente gli altri.
Trattandosi appunto di una funzionalità Prime, non prevede costi legati alle spedizioni.

Come sono cambiati negli anni i consumi mediatici degli italiani?

Tra il 2019 e il 2023, l’Italia ha visto un’evoluzione significativa nei consumi mediatici. La televisione si conferma il mezzo di comunicazione più diffuso, con un’utenza stabile al 95,9% nel 2023 (+0,8% rispetto al 2022). Crescono sia la tv via internet (+3,3%) sia la mobile tv, utilizzata oggi dal 33,6% degli italiani.

Anche la radio mantiene un buon livello di ascolto (78,9%), benché in leggero calo (-1,1%). L’autoradio è il mezzo preferito (69,1%), mentre la radio tradizionale subisce una flessione (45,6%). I podcast, invece, raggiungono il 10,1% della popolazione. I dati emergono dal capitolo “Comunicazione e media” del 58° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese.

Internet e social media, presenza quotidiana 
Internet è utilizzato dall’89,1% degli italiani, con un incremento dell’1,1% in un anno. Gli smartphone sono lo strumento principale per accedere alla rete (88,2%), spesso associati ai social network, utilizzati dall’82,0% della popolazione.

Tra i giovani (14-29 anni), spiccano WhatsApp (93,0%), YouTube (79,3%) e Instagram (72,9%). In lieve calo Facebook (50,3%) e Spotify (49,6%), mentre Telegram e Snapchat perdono decisamente terreno.

Non si ferma la crisi della stampa
La stampa tradizionale continua a soffrire. I quotidiani cartacei, letti dal 67,0% degli italiani nel 2007, scendono al 22,0% nel 2023 (-3,4% in un anno). Anche settimanali e mensili registrano cali, rispettivamente del -1,7% e -2,8%. I quotidiani online perdono lettori (-2,5%) e si fermano al 30,5% della popolazione, mentre i siti d’informazione restano stabili al 58,1%.

Nuovi format per gli amanti della lettura
Nel 2023, il 45,8% degli italiani legge libri cartacei, segnando un incremento del 3,1% rispetto all’anno precedente, ma una diminuzione del 13,6% rispetto al 2007. Gli e-book rimangono fermi al 12,7%, mentre gli audiolibri raggiungono il 5,3%. I fumetti e le graphic novel conquistano l’8,0% degli italiani, con prevalenza tra i maschi e i più istruiti.

Informarsi con lo smartphone: messaggi testuali o visivi?
L’83,7% degli italiani usa lo smartphone per informarsi. Tra questi, il 37,9% preferisce ricerche mirate, mentre il 28,2% consulta più fonti. Crescono i contenuti visivi, come video (12,1%) e immagini (8,1%), soprattutto tra i giovani, segnalando un graduale spostamento verso una comunicazione più immediata.

Cosa cambia con l’Intelligenza artificiale?
L’intelligenza artificiale solleva più di un interrogativo sul futuro del lavoro. Il 65,5% teme un impatto negativo sull’occupazione, ma il 37,4% vede opportunità nel segno della creatività.

Chi si aspetta dei vantaggi dall’Ia, ritiene che ci saranno miglioramenti nella sanità (55,9%) e nella ricerca scientifica (45,4%). L’82,0% degli italiani chiede però una regolamentazione rigorosa per garantire un uso etico e sicuro.

Gli italiani e l’energia: sì alle rinnovabili, dubbi sul nucleare

Gli italiani sono decisamente favorevoli alle energie rinnovabili mentre mostrano una decisa resistenza all’energia nucleare da fissione. La maggior parte degli intervistati (74%) esprime infatti preoccupazione per le scorie radioattive e il rischio legato alla fissione, mentre il 73% considera la fusione nucleare un’opzione più sicura e meno impattante.

Lo rivela un recente sondaggio condotto dalla Fondazione UniVerde e Noto Sondaggi, i cui dati sono stati presentati durante un convegno a Ecomondo, confermando le preferenze dei nostri connazionali per un futuro energetico sostenibile.

Energia rinnovabile: crescono solare ed eolico

Il rapporto evidenzia che per la sicurezza energetica del Paese, il 72% degli italiani considera l’eolico offshore una soluzione importante, purché si rispettino alcune priorità ecologiche, come la tutela della biodiversità marina (47%), delle aree protette (46%) e delle rotte migratorie degli uccelli (38%). Gli intervistati sottolineano anche l’importanza di ridurre i tempi di autorizzazione (38%) e aumentare i fondi per questa tecnologia (37%), oltre a creare una filiera nazionale per la produzione dei componenti.

Quando si parla di rinnovabili, gli italiani indicano che le fonti principali dovrebbero essere il solare (79%) e l’eolico (65%), ritenute non solo sicure (rispettivamente 75% e 69%), ma anche compatibili con l’ambiente. Inoltre, per il 73% è preferibile installare impianti eolici a terra in aree vocate, mentre il 44% suggerisce di sfruttare le coperture di grandi edifici per i pannelli solari.

La sfida del nucleare

La fusione nucleare, vista come una delle sfide tecnologiche più importanti per il futuro, ottiene largo consenso tra gli italiani, che indicano come priorità la ricerca e sviluppo (44%), la formazione di personale specializzato (20%) e la costruzione di impianti pilota (19%). Al contrario, la percentuale di chi sostiene l’investimento nell’idrogeno per la transizione energetica è calata al 64%.

Efficienza energetica nelle case: quanta burocrazia

Il sondaggio evidenzia l’interesse per l’efficienza energetica nelle abitazioni: il 21% degli intervistati considera prioritario installare impianti fotovoltaici domestici, seguito dai pannelli solari per acqua calda e dall’isolamento degli infissi (15%). Tuttavia, il 79% degli italiani ritiene che passare al solare sia ancora troppo costoso e complesso dal punto di vista tecnico e burocratico.

Necessario semplificare le procedure 

In un videomessaggio, Paolo Zangrillo, Ministro per la Pubblica Amministrazione, ha sottolineato l’importanza di semplificare le procedure burocratiche, in linea con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Un recente decreto legislativo propone regimi amministrativi semplificati per gli impianti a energia rinnovabile, riducendo i costi e i tempi per le aziende e le amministrazioni coinvolte.

Questi risultati mostrano come gli italiani siano favorevoli a un sistema energetico basato su fonti rinnovabili, con una chiara apertura verso l’innovazione sostenibile e il rispetto ambientale, a conferma della necessità di politiche volte a semplificare l’adozione di queste tecnologie.

Il Platform Thinking interessa il 90% delle aziende quotate

L’Osservatorio Platform Thinking HUB del Politecnico di Milano definisce le piattaforme come gruppi di clienti multipli e interdipendenti ed effetti di rete trasversali, per cui la presenza di un gruppo di utenti aumenta il valore della piattaforma di un altro.

Le piattaforme, quindi, non sono solo strumenti per trasformare il business lineare in un modello più efficiente, scalabile e con costi marginali pari quasi a zero. Sono un meccanismo più ampio per rivoluzionare qualsiasi processo. E il Platform Thinking è proprio la capacità di utilizzare meccanismi basati su piattaforme per la trasformazione del business di un’azienda di qualsiasi tipo.
Una strategia di innovazione che in Italia interessa già 9 imprese su 10 dell’indice FTSE MIB.

Non sono solo big tech della Silicon Valley

Amazon, Spotify, Facebook, Google non sono solo aziende tech della Silicon Valley, ma possono diventare lo strumento per abilitare la trasformazione digitale delle imprese. 
L’88% delle aziende quotate al principale listino italiano ha sviluppato un’iniziativa in qualche modo legata a una piattaforma. Anche se in realtà in molti casi si tratta semplicemente di servizi lineari digitali, senza le caratteristiche che identificano le vere e proprie piattaforme.

Inoltre, il 46% delle aziende dell’indice FTSE MIB, una percentuale comunque significativa, sta sfruttando appieno le opportunità derivanti dal Platform Thinking.
Esaminando le iniziative promosse da queste aziende come ‘piattaforme’ si contano 107 progetti, ma di questi solo il 22%, ovvero, 23 progetti, possono essere classificati come reali piattaforme.

Approccio e strategie di Platform Thinking

L’Osservatorio ha identificato tre approcci e 18 strategie che le aziende possono mettere in atto per attuare il Platform Thinking.
La prima è quella della piattaforma come nuovo servizio, che può comportare un nuovo approccio al mercato, una ‘scatola degli attrezzi’ per gli sviluppatori, un’espansione dei servizi esistenti o un nuovo servizio, iniziative di sostenibilità o sviluppo di piattaforme attorno a un prodotto.

La seconda strategia riguarda innovare un’attività primaria dell’azienda, con un’estensione dal lato dell’offerta, piattaforme di seconda generazione, estensioni multilaterali, pubblicità avanzata, apertura a complementi esterni o digitalizzazione dei servizi.
Il terzo approccio è la piattaforma per innovare un’attività di supporto, come raccolta di dati per l’innovazione, piattaforme di open innovation, sistemi di gestione della conoscenza, processo di sostegno all’estensione dell’offerta, progetti di sostenibilità interna e piattaforme di training.

Uno strumento per tutte le realtà aziendali

“Le piattaforme sono uno strumento adatto non solo alle startup tecnologiche, ma anche alle aziende di ogni dimensione e settore per creare valore reinventando prodotti e processi aziendali – spiega Daniel Trabucchi, Responsabile Scientifico e Direttore dell’Osservatorio -. La ricerca dimostra come siano molto diffuse e addirittura pervasive anche nelle aziende nel nostro Paese, creando valore e portando efficienza, efficacia e allineamento all’interno. Ma le piattaforme si rivelano alleate anche in alcune grandi sfide della modernità, come quello della sostenibilità, basti pensare a realtà come Vinted o ToGoodToGoo, che stanno facendo molto per abbattere gli sprechi e favorire l’economia circolare”.

I Crypto-asset sono sempre più diffusi, non solo per investimenti leciti

Se n’è parlato durante il convegno ‘Utilizzo lecito e illecito dei crypto-asset’, organizzato dall’Osservatorio Blockchain and Web3 della School of Management del Politecnico di Milano, in collaborazione con l’Arma dei Carabinieri e la Guardia di Finanza.

In Italia i crypto-asset sono sempre più utilizzati, sia per scopi legittimi, come transazioni finanziarie, investimenti, pagamento di beni/servizi, tokenizzazione di asset e partecipazione a progetti DeFi, sia per attività illegali (riciclaggio di denaro, finanziamento del terrorismo, traffico di droga, compravendita di beni illeciti su dark web e social network).
Sono infatti già 3,6 milioni gli italiani in possesso di crypto-asset, il 41% come forma di investimento, il 18% per acquistare prodotti/servizi online, e solo il 10% per interagire con altri asset/applicazioni digitali. Ma in generale solo un italiano su tre dichiara di conoscerli bene.

Ottimo investimento, ma non mancano i problemi

Se per alcuni i crypto-asset sono stati un ottimo investimento, per altri non sono mancati i problemi. Il 50% riferisce esperienze negative: il 20% per problemi nel pagamento con criptovalute, il 18% durante l’acquisto, e il 13% per cyberattacchi (ad esempio, phishing).

“Le transazioni digitali e i crypto-asset hanno avviato negli ultimi anni una vera e propria rivoluzione finanziaria – commenta Donatella Sciuto, rettrice del Politecnico di Milano -. Parliamo di temi che sono al centro di importanti dibattiti a livello nazionale e che chiamano a raccolta una larga fetta di attori economici e sociali: dalle banche alle imprese ai soggetti che agiscono a tutela e nell’interesse della collettività, quali le Forze dell’Ordine e le autorità giudiziarie”.

Un nuovo modello economico che garantisca trasparenza e legittimità

“L’adozione dei crypto-asset rappresenta un’opportunità significativa per la trasformazione del settore finanziario e la nascita di nuovi modelli economici – spiega Valeria Portale, direttrice dell’Osservatorio Blockchain & Web3 del Politecnico di Milano -. Tuttavia, per garantire una crescita sostenibile, è essenziale che il loro utilizzo avvenga all’interno di un quadro normativo ben definito, che promuova trasparenza e sicurezza e garantisca la legittimità dell’operato”.

Secondo Francesco Bruschi, direttore dell’Osservatorio Blockchain & Web3, “La blockchain è uno strumento potente anche per il monitoraggio delle attività illecite, grazie alla trasparenza e all’immutabilità dei dati che essa garantisce. Il nostro obiettivo è rendere sempre più efficace la collaborazione tra attori del mercato e autorità di controllo per creare un ambiente sicuro e legale per lo sviluppo dei crypto-asset”.

I metodi per contrastare il cybercrimine

Durante il convegno, esponenti delle Forze dell’Ordine e dell’Autorità Giudiziaria hanno affrontato il tema del contrasto al cybercrime legato ai crypto-asset. Sono stati discussi i metodi utilizzati dalle organizzazioni criminali per riciclare denaro tramite criptovalute e DeFi, così come l’utilizzo illecito delle criptovalute nel dark web e nei social network.

Un faro è stato acceso anche sulle tecniche e gli strumenti impiegati per il sequestro e la confisca delle criptovalute, con particolare attenzione alle sfide investigative legate agli attacchi ransomware e al monitoraggio delle transazioni sospette.
Insomma, nonostante l’entusiasmo per l’innovazione, non mancano infatti le criticità.

Rientro a scuola: quanto costa alle famiglie italiane?

Con l’approssimarsi della riapertura delle scuole, molte famiglie italiane stanno affrontando l’onere economico dell’acquisto di materiali scolastici e libri di testo. Quest’anno, i costi per il corredo scolastico e i libri hanno subito un notevole incremento rispetto al 2023, mettendo ulteriormente sotto pressione i bilanci familiari.

La spesa media per il corredo tocca i 647 euro

Secondo l’Osservatorio Nazionale Federconsumatori (O.N.F.), la spesa media per il corredo scolastico di ogni studente, che include zaini, astucci e altri materiali, si attesta intorno ai 647,00 euro, con un aumento del 6,6% rispetto all’anno precedente. In particolare, zaini con caratteristiche speciali, come quelli con trolley o con power bank integrato, risultano essere tra gli articoli più costosi. La crescente diffusione degli acquisti online ha permesso alle famiglie di risparmiare fino al 20% rispetto ai prezzi delle cartolibrerie tradizionali, sebbene la spesa rimanga comunque significativa.

Il caro libri

Il costo dei libri di testo rappresenta un’altra voce di spesa importante per le famiglie. Per l’anno scolastico in corso, l’investimento medio per i libri, inclusi due dizionari, è di circa 591,44 euro per studente, con un aumento del 18% rispetto al 2023. Questo incremento è più marcato per i libri delle scuole superiori, mentre i testi per le scuole medie hanno visto una leggera diminuzione dei prezzi. L’acquisto di libri usati può rappresentare una valida alternativa per ridurre i costi, consentendo un risparmio superiore al 28%.

Dispositivi tecnologici e altri voci di spesa

Oltre ai costi per il materiale scolastico e i libri, le famiglie devono considerare l’acquisto di dispositivi tecnologici, ormai indispensabili per la didattica moderna. Un computer, completo di webcam, microfono, software antivirus e programmi base, può costare almeno 413,44 euro, con un incremento del 5% rispetto all’anno scorso. Anche i costi di connessione a internet devono essere aggiunti a questa spesa. Tuttavia, l’acquisto di dispositivi rigenerati può offrire un risparmio significativo, riducendo la spesa del 38%.

Le difficoltà delle famiglie italiane  

I costi elevati, tuttavia, rischiano di compromettere il diritto allo studio, specialmente per le famiglie con reddito medio-basso. Per alleviare questa situazione, alcuni comuni e regioni italiane offrono agevolazioni o buoni per l’acquisto di libri e materiali scolastici, destinati alle famiglie con difficoltà economiche. Sebbene queste iniziative siano utili, spesso non sono sufficienti a coprire l’intera spesa, soprattutto in un contesto di aumento generale dei prezzi.

Conclusioni

Le spese scolastiche, tra corredo, libri e dispositivi tecnologici, rappresentano un impegno economico sempre più gravoso per le famiglie italiane. È essenziale che le istituzioni continuino a supportare le famiglie attraverso misure di aiuto e incentivi, per garantire a tutti i ragazzi l’accesso a un’istruzione adeguata.

Fisco: a Milano, Roma e Monza i contribuenti più “vessati” 

Secondo l’Ufficio studi della CGIA sono i residenti della Città metropolitana di Milano i contribuenti Irpef più tartassati d’Italia.
Nel 2022 hanno versato all’erario un’imposta media sui redditi delle persone fisiche pari a 8.527 euro. Seguono i soggetti Irpef di Roma, con 7.092, di Monza-Brianza ( 6.574), di Bolzano ( 6.472) e di Bologna (6.323).
I meno ‘vessati’ sono i residenti della Sardegna del Sud, che hanno versato un’Irpef media pari a 3.338 euro.

I dati vanno letti con attenzione, poiché come afferma il comma 2 dell’articolo 53 della Costituzione, il nostro sistema tributario è fondato sul criterio di progressività. Pertanto, i territori dove il prelievo Irpef medio è più importante sono anche quelli dove i livelli di reddito sono più elevati.

Ma dove si paga di più la qualità dei servizi pubblici è superiore

Va altresì segnalato che dove si paga di più la qualità e la quantità dei servizi erogati dalle Amministrazioni pubbliche spesso sono superiori rispetto a quelli somministrati dove si pagano meno tasse. 
Insomma, a Milano, Roma, Monza, Bolzano, Bologna, Parma il prelievo fiscale è più elevato, ma in queste province la concentrazione dei contribuenti più abbienti è maggiore che nel resto del Paese.

Inoltre, rispetto alla maggioranza delle altre realtà urbane, questi cittadini beneficiano di sanità, scuola, trasporti, cultura, tempo libero che spesso presentano livelli di qualità non riscontrabili altrove. 

Nelle Marche l’84% dei contribuenti meno abbienti

I contribuenti Irpef presenti in Italia sono poco più di 42 milioni, di cui 23,3 milioni dichiarano redditi da lavoro dipendente, 14,5 milioni da pensione, 1,6 milioni sono occupati come lavoratori autonomi e 1,6 milioni presentano altri redditi (affitti, terreni, rendite mobiliari).

Nel 2022 l’importo medio nazionale di Irpef versato all’erario è stato pari a 5.381 euro. La percentuale di contribuenti che ha pagato meno della media nazionale si è attestata al 69%. Significa che in Italia quasi 7 contribuenti Irpef su 10 versano al fisco meno di 5.381 euro l’anno.
L’area che presenta la percentuale più bassa (60%) è la Provincia Autonoma di Bolzano, mentre le regioni dove il tasso dei contribuenti meno abbienti è maggiore sono Calabria (78%), Provincia autonoma di Trento (80%), e Marche (84%). 

Italia tra i Paesi UE con maggiore pressione fiscale

Nonostante il peso delle tasse negli ultimi anni sia in calo, nel 2023 solo Francia, Belgio, Danimarca e Austria hanno registrato un peso fiscale superiore al nostro. Tra i 27 paesi l’Italia si è ‘piazzata’ al 5° posto.

Se a Parigi la pressione fiscale era al 45,8% del Pil, a Bruxelles al 45,3%, a Copenaghen al 44,5% e a Vienna al 42,9%, in Italia ha toccato la soglia del 42,5%.
La Germania si è posizionata al 10°, con una pressione fiscale del 40,6% e la Spagna al 13°, con il 37,%. La media dei Paesi europei è stata del 40,3%, 2,2 punti in meno della media italiana.

Decennio digitale e capitale umano: perché l’Italia è in ritardo sulle competenze?

In coordinamento con gli altri Istituti europei di statistica, l’Istat da quasi vent’anni documenta lo sviluppo della società dell’informazione in Italia.

Se uno degli obiettivi del programma europeo è di portare entro il 2030 all’80% la quota di popolazione tra 16-74 anni ad avere competenze digitali almeno di base, nel 203 in Italia solo il 45,9% degli adulti possiede competenze digitali adeguate, il 36,1% insufficienti e il 5,1%, pur essendo utente di Internet, non ne ha alcuna.
Nel panorama europeo, l’Italia è uno dei Paesi con la quota più bassa di persone con competenze digitali almeno di base: con una distanza dalla media Ue27 di quasi 10 punti percentuali si colloca in 23a posizione.

I settori più competenti

La quota più elevata di occupati con competenze digitali almeno di base si osserva nei Servizi di informazione/comunicazione e nelle Attività finanziarie/assicurative (circa 80%), mente i settori in cui si osserva il maggior ritardo sono quelli dell’Agricoltura (32,5%) e delle Costruzioni (43,8%).
Nel settore ICT emergono ritardi da parte delle imprese italiane, che durante il 2021 hanno erogato formazione ICT al personale per il 54,7% contro il 65,3 di quelle europee.

La quota di personale che ha seguito attività di formazione in questo ambito tra il 2018-2022 è passata però dal 16,9% al 23,9%. Il progresso è stato notevole (155mila specialisti ICT, +19% rispetto al 2019), ma inferiore rispetto all’insieme dell’Ue27 (+24,1%).

Competenze e caratteristiche socioculturali

Anche in Italia le competenze digitali sono associate alle caratteristiche socioculturali della popolazione. In particolare, hanno competenze almeno di base il 59,1% dei giovani tra 16-24 anni, contro il 19,4% degli adulti tra 65-74 anni. La distanza tra i più giovani e i più anziani è in linea con la media europea, ma l’Italia presenta valori nettamente inferiori all’Ue27 in tutte le classi d’età. 

Le competenze digitali, poi, sono caratterizzate da una disparità di genere a favore degli uomini in quasi tutti i Paesi europei (Italia, 3,1%). Lo svantaggio femminile, tuttavia, è presente solamente a partire dai 45 anni, mentre fino ai 44 anni le donne risultano possedere maggiori competenze digitali rispetto agli uomini.

Un prerequisito per accedere al lavoro

La diffusione delle competenze digitali è poi più elevata tra gli occupati (Italia 56,9%, media Ue27 64,7%). Ma il principale fattore discriminante insieme all’età è il grado di istruzione: tra le persone con titolo di studio di livello universitario il 74,1% ha competenze digitali almeno di base. Per questo segmento di popolazione il divario con la media Ue27 si riduce a -5,7%, mentre tra chi ha un titolo di studio basso (22,6%) la distanza è di 11 punti percentuali.

L’avere competenze digitali adeguate è un prerequisito per poter cogliere appieno le opportunità offerte dalle ICT nella vita privata, ma anche un elemento essenziale per l’accesso al lavoro e alla riqualificazione professionale. In Italia nel 2023 i disoccupati in possesso di competenze digitali erano il 38,7% rispetto al 47,7% della media Ue27.

Immobili: le case in classe A sono più richieste, e si vendono prima

Secondo lo studio realizzato da Century 21 Italia e Wikicasa un immobile di classe A oggi ha un tempo medio di permanenza sul mercato di circa 68 giorni, mentre una casa che appartiene alla classe G ha bisogno di 90 giorni per essere venduta. In pratica, gli immobili di classe A hanno un tempo di permanenza sul mercato di oltre 20 giorni minore rispetto a quelli di classe G.

“La classe energetica si sta via via attestando come un driver di scelta trainante – commenta Mattia Colantuoni, co-founder di Wikicasa -. Se consideriamo le ricerche degli utenti, le ricerche che includono i soli immobili ad alta efficienza energetica sono aumentate di oltre il 72% tra il 2023 e il 2022”.
Di fatto, dopo l’approvazione della direttiva europea Case Green, che prevede solo immobili a emissioni zero entro il 2050, il mercato delle compravendite si muove con un occhio alla sostenibilità. 

Acquistare green oggi per risparmiare domani

“Se guardiamo all’anno precedente la differenza non era così marcata – puntualizza Marco Tilesi, ceo Century 21 Italia -. È evidente che si sono ormai connotati due mercati distinti con dinamiche proprie, e che ci stiamo muovendo sempre più verso un acquisto consapevole del valore dell’impatto energetico sul lungo periodo”. 

Anche perché, acquistare un immobile efficiente sotto il profilo energetico consente di risparmiare notevolmente in futuro. “Non solo sui costi della bolletta, ma anche sugli interventi di ristrutturazione che molti proprietari di casa dovranno sostenere nei prossimi anni per migliorare prestazioni e consumi degli immobili”, aggiunge Colantuoni.

La scarsità di mercato si riflette sul prezzo

Ma non è tutto. Tempi di permanenza diversi si riflettono inevitabilmente sulla disponibilità stessa degli immobili sul mercato. Se nel 2024 le case appartenenti alle classi energetiche dalla B alla G in vendita sono di più rispetto al 2023, con quelle di classe G passate da poco più di 60.000 a oltre 120.000, non è lo stesso per gli immobili di classe A.
Infatti, nel 2023 le case in classe A erano 25.444 e oggi superano di poco le 23.000 unità.

“Analizzando i dati a disposizione – continua Tilesi – possiamo immaginare che presto questa scarsità di immobili in classe A si rifletterà anche sui prezzi generando un aumento”.

Come assicurare il giusto match tra domanda e offerta?

“Se le esigenze della domanda sono ormai chiare al mercato, il comportamento dell’offerta non si è ancora regolato di conseguenza – spiega Colantuoni -. Lo stock nazionale di immobili ad alta efficienza energetica è costituito in larga parte da nuove costruzioni. Per questo motivo, lo scenario che si prefigura in seguito alle nuove normative UE entro il 2050 dovrà, per forza di cose, prevedere incentivi e misure di ristrutturazione dello stock già esistente, in modo da poter aumentare il numero di immobili ad alta efficienza disponibili sul mercato, e assicurare il giusto match tra domanda e offerta”.

Donne e lavoro: perchè la maternità segna ancora una frattura con l’occupazione?

Nel 2022 in Italia solo il 51,1% delle donne tra 15 e 64 anni lavorava, contro una media Ue27 del 64,9%. E se il numero medio di figli per donna nel nostro Paese era pari a 1,24, nel confronto con Francia (1,79), Svezia (1,53) e Olanda (1,49) è un valore decisamente inferiore.

Insomma, un vero e proprio gap nel gap che allarga ulteriormente il divario occupazionale con gli uomini. E segna una frattura, a volte temporanea, a volte definitiva, nel percorso professionale di molte lavoratrici.
Del resto, se l’effetto della maternità sulla carriera delle donne è un fenomeno comune a livello europeo, in un Paese come il nostro l’impatto è particolarmente negativo. Siamo all’ultimo posto in Europa per tasso di occupazione femminile, e ‘vantiamo’ tassi di fecondità tra i più bassi.

Le radici di un divario

La posizione del nostro Paese non cambia neanche considerando l’occupazione femminile nella fascia di età 25-49, periodo della vita in cui tendenzialmente si entra nel mercato nel lavoro e si costruisce una famiglia, che vede le donne svantaggiate di circa 20 punti percentuali sugli uomini, e 14,6 sulla media Ue.

La forte penalizzazione delle madri nel mercato del lavoro ha alle spalle un concorso di fattori sociali, demografici, culturali, normativi e legislativi che determina un forte sbilanciamento dei carichi di cura sulle donne. Che sono impegnate in media per 4,9 ore al giorno in questo tipo di attività rispetto alle 2 degli uomini. Nel 2023 si trattava di 43,5 giorni in più all’anno in totale.

Come correggere uno dei principali fattori di insostenibilità?

Invertire la rotta, per correggere uno dei principali fattori di insostenibilità del mercato del lavoro e dell’intero sistema Paese, è necessario e urgente.
Una direzione l’ha tracciata lo studio di Fondazione Gi Group e Gi Group Holding, realizzato in collaborazione con Valore D, ‘Donne, lavoro e sfide demografiche. Modelli e strategie a sostegno dell’occupazione femminile e della genitorialità’.

Il Rapporto combina l’analisi della letteratura internazionale e offre uno sguardo comparato su sei Paesi europei (Italia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Spagna e Svezia) tramite l’opinione di imprese, Pmi, grandi aziende e multinazionali.

Favorire la genitorialità e lo sviluppo professionale femminile

Attraverso un corposo lavoro di analisi che ha visto la collaborazione di alcuni esperti italiani del tema ‘genere’, demografico e occupazionale, lo studio evidenzia una serie di possibili soluzioni capaci concretamente di favorire occupazione, sviluppo professionale delle donne e genitorialità, coinvolgendo, in un’ottica di sistema, istituzioni, imprese, parti sociali, e terzo settore.

Il Convegno dedicato alla presentazione dello studio è moderato da Fabio Insenga, vicedirettore di Adnkronos, e introdotto da Chiara Violini, presidente di Fondazione Gi Group e Barbara Falcomer, direttrice generale di Valore D.
Interviene lo scrittore Alessandro D’Avenia, con una riflessione sul valore della genitorialità in un talk ispirazionale dal titolo ‘Generare o degenerare? Questo è il problema’.