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Categoria: Numeri

In 25 anni il Sud Italia perde 1,6 milioni di giovani

Eccesso di burocrazia, illegalità diffusa, carenze infrastrutturali e una minore qualità del capitale umano sono i gap strutturali del Sud Italia rispetto al Nord, e che di fatto hanno determinato negli ultimi 25 anni una perdita di popolazione, soprattutto giovanile, quantificabile in -1,6 milioni di individui. La riduzione degli occupati e i deficit di lungo corso hanno causato al Sud un continuo e progressivo calo del Pil ampliando ulteriormente il divario con le altre aree del Paese. È quanto emerge da un’analisi condotta dall’Ufficio Studi Confcommercio sul tema ‘economia e occupazione al Sud dal 1995 a oggi’.

Il Pil al Sud si è ridotto di due punti

In 25 anni, infatti, il peso percentuale della ricchezza prodotta dall’area meridionale (Pil) sul totale del territorio italiano si è ridotto di due punti, passando da poco più del 24% nel 1995 al 22% del 2020. Il Pil pro capite invece non ha subito variazioni, ed è sempre rimasto circa la metà di quello prodotto dal Nord Italia. In particolare, nel 2020 è risultato pari a 18.200 euro, contro 34.300 euro del Nord-Ovest e 32.900 euro del Nord-Est.

Difficile migliorare il benessere economico/sociale nel Mezzogiorno

Se nel complesso l’Italia perde 1,4 milioni di giovani nel periodo considerato, ovvero, da poco più di 11 milioni (1995) a poco meno di 10 milioni (2020), si tratta principalmente di giovani meridionali. Mentre nelle altre ripartizioni il livello assoluto, così come la quota di giovani rispetto alla popolazione di qualsiasi età, restano più o meno costanti, nel Mezzogiorno si registra un crollo. Rispetto al 1995, al Sud mancano oltre 1,6 milioni di giovani. In queste condizioni, anche l’eventuale, sebbene improbabile, rapida risoluzione del problema della produttività potrebbe risultare insufficiente a migliorare il processo di costruzione di benessere economico/sociale del Mezzogiorno, almeno in termini aggregati.

Si spera nei circa 82 miliardi di risorse destinate al Sud del PNRR

Se il Prodotto interno lordo del Sud in poco più di venti anni è passato da oltre il 24% al 22% sul totale del Paese le ragioni sono molteplici, ma per Confcommercio le principali sono due, riporta Italpress. Ovvero, la decrescente produttività totale dei fattori, conseguenza dei gap di contesto che affliggono le economie delle regioni meridionali, e la riduzione degli occupati, conseguenza della riduzione della popolazione residente.
“Rilancio dell’economia, grazie ai vaccini, e piano nazionale di ripresa sono un’opportunità irripetibile per il nostro Mezzogiorno – commenta il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli -. In particolare, le risorse del PNRR destinate al Sud, circa 82 miliardi, permettono di sviluppare e innovare le infrastrutture di quest’area. E migliori infrastrutture significano anche migliore offerta turistica, la straordinaria risorsa del Meridione”.

Confcommercio e CDP, un protocollo d’intesa a sostegno delle Pmi

Confcommercio ha avviato una collaborazione con Cassa Depositi e Prestiti (CDP) per attuare una serie di iniziative a supporto dell’attività delle Piccole e medie imprese associate, dal sostegno al credito alla promozione delle attività commerciali negli interventi di edilizia sociale e rigenerazione urbana. Tra gli ambiti di approfondimento e valutazione individuati nel protocollo d’intesa siglato tra le parti ce ne sono sei di particolare interesse: Fund raising, Basket Bond, Corporate lending, strumenti di credito agevolato e, appunto, di edilizia sociale e rigenerazione urbana. Il protocollo, si legge in una nota di Confcommercio, ha natura non vincolante, e la concreta attuazione di ogni singola iniziativa sarà regolata da appositi accordi vincolanti tra le relative parti.

Fund raising e Basket Bond su operatività del Fondo di garanzia per le Pmi

Nell’ambito del protocollo, Cassa Depositi e Prestiti potrebbe costituire una sottosezione del Fondo Pmi in modo da permettere la concessione di nuove e maggiori garanzie a favore delle imprese associate a Confcommercio che rispettano i parametri di accesso al FondoI.

Inoltre, CDP potrebbe intervenire come investitore di riferimento per la costituzione di una protezione a copertura delle prime perdite (Basket Bond), in caso di eventuali inadempimenti dei prenditori finali, nel contesto di operazioni per favorire le emissioni di mini bond da parte delle imprese.

Corporate lending e linee di garanzia fino all’80%

A supporto degli investimenti e dei processi di crescita, anche internazionale, delle imprese, CDP potrebbe intervenire con iniziative di corporate lending per finanziare in via diretta imprese associate con fatturati elevati per investimenti finalizzati, tra l’altro, a ricerca, innovazione, valorizzazione del patrimonio culturale, ambiente ed energia. Cassa Depositi e Prestiti potrebbe anche intervenire con iniziative di garanzia di su portafogli di nuove esposizioni originate da banche e/o confidi. CDP potrebbe concedere linee di garanzia fino all’80% su portafogli di nuovi finanziamenti o garanzie originati da banche o confidi del sistema per favorire l’accesso al credito delle imprese.

Strumenti di credito agevolato

Sarebbero poi possibili finanziamenti a tassi agevolati a medio-lungo termine da parte di CDP, in sinergia con il sistema bancario, mediante il Fondo rotativo per il sostegno alle imprese e agli investimenti in ricerca (FRI). Quanto al supporto per l’edilizia sociale e la rigenerazione urbana, CDP potrà valutare con Confcommercio la fattibilità di iniziative per promuovere l’insediamento di attività commerciali negli interventi di edilizia sociale e di rigenerazione urbana promossi dal Gruppo CDP.

Il mercato dei mutui nel 2020, +2,8% di richieste

Nel 2020 il mercato dei mutui immobiliari registra una crescita delle richieste del +2,8%. Una crescita spinta dal boom delle surroghe e da tassi di interesse estremamente appetibili, che hanno stimolato le famiglie a rinegoziare anche i contratti stipulati di recente. È quanto emerge dal Barometro di CRIF, ovvero l’analisi sul patrimonio informativo di EURISC, il Sistema di Informazioni Creditizie gestito da CRIF.

“Il risultato conferma la solidità del comparto, nonostante l’andamento negativo del credito alle famiglie nel suo complesso – commenta Simone Capecchi, Executive Director di CRIF – fortemente condizionato dall’emergenza pandemica e dalle restrizioni fisiche imposte con i lockdown”.

Soluzioni in grado di pesare il meno possibile sul bilancio familiare

Nel complesso, l’importo dei mutui richiesti negli ultimi anni è costantemente cresciuto, facendo segnare nel 2020 il picco degli ultimi 10 anni. Segnali incoraggianti per il comparto arrivano anche dall’andamento dell’importo medio richiesto, che seppur condizionato dall’elevata incidenza dei mutui di sostituzione, si è attestato a 133.577 euro, in crescita del +2,0% rispetto all’anno precedente, quando era fermo a 130.976 euro. Quanto agli importi, quasi i 3/4 delle richieste presenta un’entità sotto i 150.000 euro, a conferma della propensione delle famiglie a orientarsi verso soluzioni in grado di pesare il meno possibile sul bilancio familiare.

Distribuzione per fascia di importo, durata ed età

La distribuzione per fasce di importo nel 2020 è rimasta pressoché stabile rispetto all’anno precedente, con una lieve contrazione delle richieste nella classe inferiore ai 75.000 euro (22,6% contro il 24% del 2019), compensata da una equivalente crescita nella classe tra 150.000 e 300.000 euro. Anche la durata delle richieste conferma la propensione delle famiglie a spalmare il piano di rimborso su un arco temporale di lungo periodo: nel 2020, infatti, oltre il 76% delle richieste di mutuo si è caratterizzato per una durata superiore ai 15 anni. Per quanto riguarda la distribuzione delle interrogazioni in relazione all’età del richiedente emerge uno scenario in linea con quello dell’anno precedente, con al primo posto la fascia compresa tra i 35 e i 44 anni (33,8% del totale).

Nel 2021 un progressivo recupero delle richieste

Sulla base di un’analisi previsionale prodotta da CRIF e SDA Bocconi, in assenza di ulteriori shock, causati ad esempio da una terza ondata di contagi, per il 2021 ci si aspetta un progressivo recupero delle richieste di mutui, con una variazione positiva tra il +11% e il +26%, con un picco negativo del -5% in caso di scenario meno favorevole.

“Seppur con una partenza lenta, le previsioni per il 2021 vedono una crescita del ricorso al credito immobiliare da parte delle famiglie – aggiunge Capecchi – favorita dall’auspicato miglioramento dello scenario economico e dalla crescente propensione a valutare l’acquisto di abitazioni più confortevoli in virtù delle nuove esigenze abitative emerse durante i periodi di restrizione che hanno obbligato gli italiani a restare in casa”.

Istat: il mercato del lavoro nel terzo trimestre dell’anno

L’emergenza sanitaria continua a influenzare le dinamiche del mercato del lavoro. Nel terzo trimestre 2020 si assiste però a un forte recupero congiunturale dei livelli di attività economica. Secondo i dati divulgati dall’Istat, l’input di lavoro, misurato dalle ore lavorate, pur risultando ancora inferiore ai livelli registrati nello stesso periodo del 2019 (-5,9%) registra una ripresa del +21,0% rispetto al trimestre precedente. Dopo la consistente contrazione della prima metà dell’anno il Pil mostra invece una crescita congiunturale del 15,9%, e un calo tendenziale del 5%.

Il tasso di occupazione sale al 57,9%

Dal lato dell’offerta di lavoro il numero di occupati torna a crescere in termini congiunturali (+56mila, +0,2%), per effetto di un aumento dei dipendenti più consistente del calo degli indipendenti. Il tasso di occupazione sale al 57,9% (+0,2 punti rispetto al secondo trimestre), con il Mezzogiorno che registra la crescita più marcata (+0,6%). Rispetto al terzo trimestre 2019, il numero di occupati è però inferiore di 622 mila unità (-2,6% in un anno): diminuiscono soprattutto i dipendenti a termine (-449 mila, -14,1%), continuano a diminuire gli indipendenti (-218 mila, -4,1%), mentre aumentano lievemente i dipendenti a tempo indeterminato. Il calo interessa sia gli occupati a tempo pieno sia quelli a tempo parziale, tra i quali l’incidenza del part time involontario si attesta al 66,4%.

Aumentano le ore lavorate

Dal lato delle imprese la ripresa dei ritmi produttivi nei mesi estivi ha determinato un generale miglioramento della domanda di lavoro, con un recupero delle posizioni lavorative dipendenti su base congiunturale pari a +2,2% e un deciso rallentamento della caduta in termini tendenziali, che in questo trimestre si attesta a -1,9% rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente. Tale recupero si associa al marcato aumento delle ore lavorate per dipendente, pari a 29,1% su base congiunturale, e a un significativo contenimento della diminuzione tendenziale, pari a -4,8%.

In termini congiunturali diminuisce il costo del lavoro

Il ricorso alla cassa integrazione registra una variazione tendenziale positiva, decisamente inferiore a quelle del trimestre precedente, pari a 80,9 ore ogni mille ore lavorate. Il tasso dei posti vacanti aumenta dello 0,2% su base congiunturale e diminuisce dello 0,3% su base annua. Si osserva infine, in termini congiunturali, un decremento del costo del lavoro pari a -4,8%, dovuto alla diminuzione sia delle retribuzioni (-5,0%) sia degli oneri sociali del (-4,2%). In termini tendenziali il costo del lavoro registra un aumento dell’1%, con una variazione positiva dello 0,9% per le retribuzioni e dell’1,2% per gli oneri.

Sviluppatori, dopo l’emergenza è boom di richieste

Gli sviluppatori italiani, compresi quelli freelance, stanno vivendo un momento di grande dinamicità. L’emergenza legata al coronavirus e il lockdown, infatti, tra i tanti danni hanno invece spalancato le porte a molteplici possibilità di lavoro. La tendenza è emersa dall’indagine condotta da BitBoss startup innovativa incubata presso l’Incubatore di Imprese Innovative del Politecnico di Torino, con l’intento di scattare una fotografia dell’ecosistema degli sviluppatori di software in Italia.

Più richieste di collaborazioni

Proprio dalla ricerca si scopre che, al contrario di quanto accaduto per tante professioni, le misure per il contenimento del contagio hanno provocato un incremento in termini di volume delle richieste di collaborazione fatte a coloro che svolgono la professione di sviluppatore in proprio. Il 35,5% del campione intervistato, infatti, dichiara di aver registrato un aumento della mole di lavoro. Solo il 17,3% ammette di aver subito una flessione negativa durante i mesi di lockdown, mentre la restante parte sostiene di non aver affrontato mutamenti significativi. Il bilancio del settore, con simili percentuali, è perciò largamente positivo.

Digitalizzazione, ormai è una necessità

“Con alta probabilità, l’impatto positivo sul settore dei developers freelance è stato causato dalla spinta alla digitalizzazione attuata dalle imprese che hanno visto mutare le abitudini di consumo dei propri clienti. Ciò che emerge dai dati, è che l’ecosistema degli sviluppatori indipendenti dimostra di essere in salute, di avere grandi potenzialità e di essere stato in grado di crescere nonostante il contesto economico difficilissimo” ha commentato Tommaso Salvetti, amministratore delegato e co-founder di BitBoss. “Con pochi anni di formazione mirata (che può avvenire anche in autonomia), chiunque, in qualsiasi parte d’Italia, può stringere sinergie con aziende situate in qualsiasi parte del mondo, favorendo lo sviluppo del proprio territorio. Studenti, famiglie e istituzioni sono consapevoli di questa opportunità?”.

L’identikit dello sviluppatore made in Italy

I professionisti italiani di questo specificano settore si occupano principalmente di soluzioni in ambito web, siti e app, applicazioni mobile e software per computer. Circa il 25% degli sviluppatori intervistati possiede una laurea coerente con la professione intrapresa. Questi esperti operano principalmente da casa per committenti finali e società che si occupano di sviluppo software. Più del 25% degli intervistati dichiara di sviluppare per più di 50 ore a settimana. Solo l’8,6% abbandonerebbe con certezza la libertà di un lavoro autonomo in favore della maggior sicurezza di un lavoro subordinato. Buoni anche i compensi dichiarati: il 71% degli sviluppatori con più di 5 anni di esperienza non applica mai tariffe giornaliere lorde inferiori ai 150 euro, mentre il 52% non scende mai sotto il tetto dei 200 euro al giorno.

In Italia a maggio mutui più bassi del mondo

Il lockdown ha determinato uno stop temporaneo alle compravendite di immobili, e con esse alla richiesta di mutui. Uno dei settori più colpiti dagli effetti collaterali del Coronavirus è stato proprio quello immobiliare, anche se con l’allentamento delle restrizioni il settore sta lentamente tornando alla normalità. Ma come sono cambiati i tassi in Italia, in Europa e in alcuni Paesi del mondo? Per rispondere a questa domanda Facile.it e Mutui.it hanno analizzato gli indici in 18 Stati, scoprendo che l’Italia è la nazione dove chiedere un finanziamento costa meno. L’analisi è stata effettuata prendendo in considerazione un immobile di valore pari a 180.000 euro, una richiesta di mutuo di 120.000 euro e un piano di restituzione ventennale.

Azzerata la distanza tra tasso fisso e variabile

Nel nostro Paese questo tipo di finanziamento è indicizzato con TAEG tra 0,75% e 0,80% se fisso, e fra 0,73% e 0,77% se variabile. L’Italia, inoltre, è anche l’unico Paese tra quelli analizzati dove la distanza in termini di punti percentuali tra tasso fisso e variabile si è azzerata, e in alcuni casi, il primo risulta addirittura più conveniente rispetto al secondo. In Europa, guardando al tasso fisso, si avvicinano ai valori italiani solo la Francia, dove il mutuo viene indicizzato allo 0,80%, e la Germania (0,83%). Fanno peggio, invece, alcuni Paesi europei che tradizionalmente avevano tassi di interesse più contenuti, o comunque simili a quelli italiani, come la Spagna, dove il finanziamento è indicizzato all’1,20%.

I mutuatari europei pagano di più

Sempre restando entro i confini europei, le indicizzazioni del tasso fisso (considerando il TAEG) vadano dall’1,40% della Danimarca, al 2,02% della Norvegia fino al 3,20% rilevato nel Regno Unito. Sebbene per la Svizzera e la Grecia sia stato possibile rilevare solo il TAN e non il TAEG, è evidente come anche i mutuatari di queste due nazioni si trovino a pagare tassi notevolmente maggiori, e pari, rispettivamente, all’1,26% e al 4,82%. Anche rispetto al tasso variabile tra i Paesi analizzati in Europa nessuno fa meglio dell’Italia, e le offerte rilevate vanno dallo 0,80% della Spagna fino al 3,10% del Regno Unito.

Negli USA il tasso fisso è sei volte quello italiano

Quali sono le condizioni applicate ai finanziamenti in altre parti del mondo? Considerando come indice di riferimento rilevabile in ogni nazione il TAN, e guardando ai tassi fissi, gli indici variano dall’1,85% di Singapore al 2,60% del Giappone, il 3,24% del Canada e il 4,65% della Cina. Negli USA, nonostante i valori siano scesi ai minimi storici nelle ultime settimane, il fisso resta intorno al 3%, vale a dire sei volte quello italiano (0,50%). Per i tassi variabili, invece, si va dall’1,68% di Singapore al 2,10% in Canada, il 2,50% di Hong Kong e il 2,69% dell’Australia.

Discorso a parte meritano economie emergenti come il Brasile o la Russia, dove i tassi fissi rilevati risultano davvero proibitivi, rispettivamente il 7,15% e il 10%.

I vantaggi dello smart working, più tempo per la famiglia e meno emissioni

Lo smart working conviene a tutti. I vantaggi del lavoro subordinato, ma senza vincoli di orario e di sedi, si traducono in un risparmio di tempo e denaro per i lavoratori, risparmi economici da parte dei datori di lavoro, e circa 42 tonnellate di anidride carbonica in meno per l’ambiente. Più tempo a disposizione per la famiglia, meno inquinamento nell’aria, e meno denaro speso per lavoratori e aziende, quindi. È questo il risultato del progetto Smart Companies Mantova, la  sperimentazione di smart working avviata nel 2017 e condotta dal Comitato imprenditoria femminile della Camera di Commercio di Mantova, in collaborazione con Ats, Regione Lombardia e Comune di Mantova. I risultati dell’esperimento sono stati presentati a Mantova nel corso di un convegno, a cui ha partecipato anche il ministro per la famiglia e le pari opportunità Elena Bonetti.

Quasi 45 ore in più in un anno da reinvestire nel tempo libero

La sperimentazione è durata tre anni, ha coinvolto 21 imprese di varie dimensioni e 250 persone. E per ogni giorno di smart working nel triennio è risultato che lavorando a casa il tragitto così evitato dal proprio domicilio al lavoro e viceversa, ha restituito a ogni lavoratore smart mediamente 56 minuti di tempo. Pari a quasi 45 ore di “tempo vita” in un anno. Il tempo risparmiato è stato reinvestito per il 69% nella famiglia, nel tempo libero e nello sport, e per il restante 31% nel lavoro.

Più di 304 mila chilometri evitati e 42 tonnellate di anidride carbonica in meno nell’aria

Grazie ai chilometri non percorsi, quantificati in più di 304 mila, anche l’aria di Mantova e del suo hinterland è stata meno inquinata. Infatti, sono state evitate emissioni pari a 42 tonnellate di anidride carbonica, per il cui assorbimento sarebbe stata necessaria l’attività di 2.792 alberi, riporta Ansa.

Ogni smart worker fa risparmiare 513 euro all’anno all’azienda

Sotto il profilo economico tutto questo si traduce in un risparmio complessivo, per tutti gli smart workers coinvolti nei tre anni, di 780 mila euro, pari a una media di 22 euro al giorno risparmiato, tra spese di trasporto, servizi scuola, baby sitting e altro. Il beneficio economico per le aziende, inoltre, è stato stimato in 513 euro all’anno risparmiati per ogni smart worker coinvolto, ottenuto grazie al tempo re-investito e alla maggiore concentrazione che porta a una maggiore produttività.

Italia campionessa di eco investimenti: nel 2019 sono 300mila le imprese coinvolte

Le imprese italiane si stanno muovendo sempre più, e sempre meglio, in direzione della sostenibilità. Economia circolare, riciclo, attenzione green sono tutte parole che nell’imprenditoria di casa nostra non restano vuote, ma che anzi si caricano di fatti e concretezza. La conferma di questa tendenza già in atto arriva dai numeri: nel 2019 la quota di imprese tricolore attive negli eco investimenti ha raggiunto il 21,5%, pari a un valore assoluto di quasi 300.000 imprese (una quota superiore del +7,2% rispetto al 2011). I dati sono emersi da Greenitaly 2019, decimo rapporto della Fondazione Symbola e di Unioncamere, promosso in collaborazione con Conai, Ecopneus e Novamont, con la partnership di Fondazione Cariplo, Si.Camera, Ecocerved e il patrocinio del Ministero dell’Ambiente.

Un impresa su tre si sviluppa in ottica green

Dai numeri ai fatti: le imprese italiane dell’industria e dei servizi con dipendenti che hanno investito in prodotti e tecnologie verdi nel periodo 2015-2018 o prevedono di farlo entro la fine del 2019 sono 432.000. Questa quota rappresenta quasi un’impresa italiana su tre, il 31,2% dell’intera imprenditoria extra-agricola. Nel comparto del manufatturiero questa tendenza è ancora più rilevante e arriva a quota 35,8%. Una cifra davvero importante e soprattutto in continua ascesa.

L’Italia più avanti rispetto ad altri Paesi europei

“A differenza del Manifesto dei 181 manager americani, il nostro Manifesto di Assisi – ha dichiarato ad Askanews il presidente di Symbola, Ermete Realacci, parlando del documento che sarà presentato il 24 gennaio 2020 – racconta un Paese che già c’è, un punto di forza per il futuro. Noi per esempio sull’economia circolare siamo molto più avanti della Germania con il 79% di rifiuti totali avviati al riciclo, contro il 55% della Francia, il 49% del Regno Unito e il 43% della Germania. È un’Italia che fa l’Italia, che non perde la propria anima, è insieme innovativa e in grado di affrontare le sfide del futuro senza lasciare indietro nessuno. Inoltre è una partita fondamentale per l’Europa”.

“Finalmente – ha osservato il presidente di Assolombarda, Carlo Bonomi – i numeri sono incontestabili e dicono che l’impresa non è quel modello mordi e fuggi che si vuole far passare quando si parla di nuove Iri. La sostenibilità oggi viene dal basso, la fanno le imprese, anche perché sono obbligate, ma questa è realtà”.

Il lavoro agile fa aumentare la produttività

Lavorare con più flessibilità e libertà, con tempi e ritmi meno rigidi. Insomma, lavorare in maniera più agile. Un nuovo modo di pensare e vivere il lavoro di cui la declinazione più conosciuta è lo smart working, regolamentato per legge dal 13 giugno 2017. Questa nuova modalità di lavorare si sta affermando con sempre più successo, mentre una volta si temeva che penalizzasse la produttività e il coinvolgimento del lavoratore, poiché privo di controllo e punti di riferimento, e a rischio isolamento. Al contrario, lo smart working mostra di non incidere affatto sul rendimento, diffondendosi con maggiore convinzione tra le aziende. E le cifre lo dimostrano.

Una nuova forma di cultura aziendale

Secondo la ricerca di Top Employers Institute, l’ente certificatore globale delle eccellenze in ambito Hr, la galoppata trionfale del lavoro agile dimostra che l’81% delle aziende esaminate lo considera una nuova forma di cultura aziendale, che favorisce la collaborazione tra dipendenti e una loro valutazione efficace e continua. Un nuovo modo di vivere e considerare il lavoro che si riflette anche nella progettazione e sistemazione degli uffici: l’81% delle aziende, infatti, provvede a un restyling degli ambienti, sia fisici sia virtuali per adattarli alle nuove esigenze dei lavoratori agili. E anche la comunicazione tra manager e collaboratori si adegua. Tanto che il 70% delle aziende utilizza i social media e li considera strumenti-chiave per una comunicazione efficace e diretta.

Mobile learning, tecnologie collaborative, e retribuzione smart

Il lavoro agile è una realtà che trova uno dei suoi maggiori punti di forza nell’ambito formazione e sviluppo, dove le soluzioni smart, con l’utilizzo del mobile learning e tecnologie collaborative, sono adottate dal 70% delle aziende. Una cifra inimmaginabile pochi anni fa, se si considera che nel 2015 la percentuale era meno della metà e si fermava al 32%. Ancora più significativi sono i dati nel campo della retribuzione e benefit, dove le modalità smart si sono quasi quintuplicate in soli 4 anni. Oggi per il 57% delle aziende i dipendenti possono scegliere elementi specifici all’interno del loro piano di retribuzione e benefit, mentre nel 2015 la percentuale era ferma al 12%.

Nel 2019 in Italia sono 305.000 i lavoratori agili

“Da una parte il lavoro agile offre adattabilità, flessibilità, agilità e libertà, dall’altra richiede l’aprirsi a nuove categorie concettuali che ribaltano certezze fino a ieri inamovibili. Ecco allora la necessità di saper passare dal concetto top-down di profitto a quello di obiettivo condiviso, dalla gerarchia al networking, dal controllo al coinvolgimento”, osserva Federica Marucci, Research Project manager di Top Employers Institute Italia.

Il dato più eclatante, riporta Adnkronos, però è quello della produttività. Secondo una ricerca presentata dalla School of Management del Politecnico di Milano i 305.000 lavoratori agili in Italia del 2019 (il 60% in più rispetto al 2013) garantiscono un aumento della produttività del +15%.

Migliora l’attività economica nel primo trimestre 2019

”La stima della crescita del Pil contenuta nel quadro programmatico per il 2019, pari a +0,2%, appare verosimile”: lo afferma il presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo, nel corso dell’audizione presso le commissioni Bilancio di Camera e Senato, impegnate nell’esame del Def, il documento di programmazione economico finanziaria. Secondo il presidente Istat, gli ultimi dati disponibili mostrano che il recupero dell’attività industriale di inizio anno sta influenzando in modo rilevante il quadro macroeconomico del primo trimestre. Per il periodo è quindi verosimile “un miglioramento dei livelli complessivi dell’attività economica rispetto a quelli di fine 2018 – continua Blangiardo – con effetti positivi anche sulla performance economica media annua 2019”.

“Cerchiamo di vedere il bicchiere mezzo pieno”

L’incremento dei prezzi, legato all’aumento dell’Iva nel 2020, invece, ”porterebbe a un effetto depressivo sui consumi – sottolinea Blangiardo – che, nel quadro delineato, potrebbe essere nell’ordine di 0,2 punti percentuali”.

Rispetto alla necessità di rilanciare gli investimenti, i provvedimenti simulati, riferiti al ripristino dei super-ammortamenti e alle modifiche della mini-Ires, “sono attesi generare una riduzione del prelievo fiscale per le imprese pari a 2,2 punti percentuali”, spiega ancora il presidente. Per quanto riguarda l’andamento del Pil, riferisce Adnkronos, ”non possiamo essere eccessivamente ottimisti però non possiamo neanche essere decisamente pessimisti cerchiamo di vedere il bicchiere mezzo pieno”, dichiara poi il presidente Blangiardo a margine dell’audizione.

”Lo scenario macroeconomico presentato nel Def è complessivamente condivisibile”

”La sensazione che qualcosa si muova può anche esserci – aggiunge Blangiardo – Dobbiamo essere pazienti e vedere gli ultimi dati che arriveranno, se confermano quello che è il segnale che ci è sembrato di vedere”.

Secondo quanto afferma invece il capo dipartimento Economia e statistica della Banca d’Italia, Eugenio Gaiotti, nel corso dell’audizione, nel nostro paese le informazioni più recenti danno qualche segnale favorevole sulla crescita nel primo trimestre, che potrebbe essere tornata positiva. ”Lo scenario macroeconomico presentato nel Def – spiega Eugenio Gaiotti  -tiene conto in modo realistico della congiuntura ed è complessivamente condivisibile”.

La spesa per interessi dei titoli di Stato potrebbe aumentare di 11 miliardi nel 2019-2021

”L’azione di riequilibrio sui conti pubblici – afferma ancora il capo dipartimento Economia e statistica della Banca d’Italia – è inscindibile da una politica economica volta a creare le condizioni per una crescita duratura”.

La spesa per interessi dei titoli di Stato, rileva la Banca d’Italia, potrebbe aumentare di 11 miliardi nel triennio 2019-2021. Nel 2018, ricorda palazzo Koch, ”il costo medio all’emissione dei titoli pubblici è passato da valori attorno allo 0,5% nel primo trimestre dell’anno all’1,5% nell’ultimo trimestre. Rispetto alla scorsa primavera, qualora i tassi di interesse restassero sui valori attesi dai mercati, gli oneri della spesa per interessi sarebbero più elevati di circa 1,5 miliardi quest’anno, 3,5 miliardi il prossimo e quasi 6 miliardi nel 2021”, per un totale di quasi 11 miliardi.