Menu Close

Categoria: Numeri

Imprese: nel secondo trimestre 2025 quasi 33 mila nuove realtà

Tra aprile e giugno in Italia sono nate 80.205 nuove imprese e 47.405 hanno cessato l’attività. Tra iscrizioni e cessazioni il secondo trimestre 2025 si chiude con un saldo positivo di 32.800 imprese, il miglior risultato degli ultimi cinque anni nello stesso periodo.
Il tasso di crescita si attesta allo 0,56%, in accelerazione rispetto allo 0,50% dello stesso trimestre del 2024, mentre al 30 giugno 2025 lo stock complessivo raggiunge quota 5.885.209 unità.

I numeri del secondo trimestre confermano una vitalità diffusa del sistema produttivo nazionale: emerge dall’analisi trimestrale Movimprese condotta da Unioncamere e InfoCamere sui dati del Registro delle Imprese delle Camere di Commercio.

Lazio e Lombardia in testa

Con un tasso del +0,62% il Centro Italia si distingue per il ritmo più sostenuto di ampliamento della base imprenditoriale, con il Lazio che registra un saldo attivo di 4.679 imprese e una variazione positiva dello 0,79%.

Il Nord-Ovest, con 8.898 imprese, conferma il proprio peso sul panorama nazionale. La Lombardia si attesta come prima regione per stock di imprese registrate (948.382), mostrando un saldo positivo di 6.180 unità nel trimestre, +0,66%. Il Nord-Est registra un incremento di 5.641 imprese, portando il numero complessivo a 1.103.717 e un tasso di crescita dello 0,51%, mentre, nel Mezzogiorno è la Puglia a evidenziare un dinamismo superiore alla media nazionale con un saldo positivo di 2.508 imprese e una crescita dello 0,67%. Piemonte e Toscana condividono il saldo attivo di 1.885 nuove imprese, segnalando un miglioramento dei rispettivi contesti territoriali.

Sprint delle società di capitali

Per quanto riguarda le forme giuridiche, la spinta più forte arriva dalle società di capitali che nel trimestre registrano un saldo attivo di 19.985 unità (28.462 nuove iscrizioni, 8.477 cessazioni). La crescita dell’1,03% rispetto al trimestre precedente conferma il progressivo consolidamento dell’impresa strutturata come modello di riferimento per i neo-imprenditori.

Le ditte individuali mantengono il primato numerico (2.941.345 unità) con 12.771 imprese in più rispetto alla fine di marzo, +0,43%.
In controtendenza le società di persone, che segnano un saldo negativo di 290 unità, determinato da un numero di cessazioni (4.150) superiore alle iscrizioni (3.860, -0,04%). Le altre forme giuridiche chiudono il trimestre con un saldo positivo di 334 imprese e una crescita dello 0,19%.

Costruzioni, ristorazione, servizi tecnici guidano la ripresa 

Dal punto di vista settoriale il bilancio evidenzia una vivacità generalizzata, ma con punte particolarmente interessanti nei comparti a più alto valore aggiunto e nei servizi alla persona e all’impresa.
Il settore delle costruzioni registra il saldo positivo più elevato in termini assoluti (5.448 nuove imprese), seguito dalle attività dei servizi di alloggio e ristorazione (4.595) e le attività professionali, scientifiche e tecniche (3.368, +1,31%).

Si segnala una crescita marcata anche nelle attività finanziarie e assicurative (+1,62%, 2.298), nella fornitura di energia elettrica, gas e aria condizionata (+1,55%, 225) e nel settore dell’istruzione privata (+1,45%, 528).

PMI davanti a una sfida tecnologica globale: l’IT resta il punto debole

Meno di un’impresa su dieci ha una gestione IT avanzata, mentre cresce l’esigenza di innovare. Secondo un’indagine internazionale pubblicata da EasyVista e OTRS Group, la maggior parte delle piccole e medie imprese nel mondo fatica ancora a strutturare una gestione informatica moderna ed efficiente.

Il rapporto, intitolato “The State of SMB IT for 2026”, mostra che solo il 12% delle PMI ha raggiunto un livello elevato di maturità nei propri sistemi IT, mentre la maggioranza continua a gestire l’infrastruttura con strumenti superati o poco integrati.

Gestione informatica basata su metodi manuali

Lo studio, basato sulle risposte di oltre 1.000 professionisti del settore IT, rivela che il 67% delle aziende si affida ancora a processi manuali o a fogli di calcolo per gestire le attività informatiche quotidiane. Solo il 39% ha integrato pienamente il monitoraggio della propria infrastruttura con i processi interni.

Questo scenario, oltre a rallentare l’efficienza operativa, aumenta i rischi legati alla sicurezza, alla continuità operativa e alla conformità normativa.

L’intelligenza artificiale è ancora poco adottata

Il potenziale dell’intelligenza artificiale è riconosciuto dalla maggioranza delle PMI: il 71% degli intervistati considera l’AI importante per il successo della propria strategia IT. Eppure la sua adozione concreta è ancora in fase iniziale. Le principali applicazioni attuali riguardano l’automazione di attività ripetitive, il monitoraggio delle risorse e l’analisi dei dati.
Gli ostacoli principali restano i costi di implementazione, la tutela della privacy e la mancanza di competenze interne adeguate.

Investimenti e formazione in cima all’agenda

Per il prossimo anno, le imprese intendono puntare su tre priorità: rafforzare la sicurezza informatica, automatizzare i flussi IT e introdurre strumenti basati su AI.

Queste ambizioni richiedono però investimenti mirati: il 62% dichiara di aver bisogno di maggiore formazione, il 56% chiede strumenti più semplici da usare e il 48% sottolinea la necessità di soluzioni economiche e accessibili.

Una transizione che richiede leadership e visione

EasyVista e OTRS Group sottolineano che l’evoluzione tecnologica nelle PMI non è solo una questione tecnica, ma strategica. Passare da una gestione reattiva a un approccio proattivo richiede visione, processi ben definiti e una guida capace di trasformare l’IT in un alleato per la crescita e la competitività nel lungo periodo.

Export: le imprese italiane che esportano all’estero sono oltre 120mila

Oggi le aziende italiane che esportano all’estero sono 120.876, mentre altre 17.000 imprese, pur possedendo tutti i requisiti per aprirsi ai mercati internazionali da sole non riescono farlo. O lo fanno solo occasionalmente. Ma se adeguatamente supportate, potrebbero rapidamente aggiungersi a questa platea.

È quanto emerge dal Rapporto di Unioncamere realizzato dal Centro Studi Tagliacarne: mettere tutte le potenziali imprese esportatrici nella condizione di vendere oltreconfine potrebbe portare a un aumento complessivo del fatturato esportato tra il 2,6% e il 3,0%.

È fondamentale una maggiore integrazione europea

“L’export fornisce un contributo fondamentale alla crescita del Pil italiano – sottolinea il segretario generale di Unioncamere, Giuseppe Tripoli -. In 5 anni, l’export di beni delle nostre imprese è cresciuto del 30%, raggiungendo 623,5 miliardi di euro. E a questo risultato vanno aggiunti anche gli oltre 141 miliardi di euro connessi alla vendita di servizi – aggiunge Tripoli -. Il 54,5% delle esportazioni italiane di beni provengono dagli scambi all’interno della UE. E come ha evidenziato Mario Draghi, le barriere interne al mercato unico a livello europeo equivalgono a un dazio che incide per circa il 40% sullo scambio di beni, e addirittura per circa il 110% sullo scambio di servizi. Una maggiore integrazione europea è dunque fondamentale”. 

Imprese emergenti più vulnerabili ed esposte ai dazi Usa 

Più in dettaglio, delle 17mila imprese potenziali esportatrici 5.601 sono aspiranti tali, ovvero, aziende soprattutto ‘micro’ che attualmente non esportano ma hanno tutte le carte in regola per farlo. Altre 11.427 sono emergenti, ovvero, esportano solo in via occasionale ma avrebbero le potenzialità per consolidare la loro posizione all’estero.

Sono solo 1.600 le aziende emergenti che esportano verso gli Stati Uniti, ma per ben due imprese su tre gli Usa rappresentano l’unico mercato di sbocco oltre confine.
Nel complesso le imprese emergenti realizzano negli Usa il 15,7% delle loro esportazioni, per un totale di 87,4 milioni di euro, a fronte del 10,8% venduto negli States dal totale delle imprese esportatrici.

Milano “culla” delle potenzialità

È la Lombardia la regione che esprime il maggior numero di imprese potenziali esportatrici, con 4.259 realtà, il 25,0% del totale. Seguono Veneto (1.933, 11,4%) ed Emilia-Romagna (1.501, 8,8%).
Quanto alla dimensionalità, il 97,5% delle imprese aspiranti conta meno di 10 addetti, mentre la restante parte si divide tra piccole (2,4%) e medio-grandi imprese (0,1%).

Inoltre, il 46,8% delle imprese aspiranti opera nel settore manifatturiero, contro quasi il 40% delle emergenti. E se un quinto delle aspiranti si concentra in tre settori di attività (fabbricazione di prodotti in metallo, industrie alimentari e industria del legno) il profilo delle emergenti appare più variegato. Solo il 14,3% lavora nei primi tre comparti più rilevanti del manifatturiero, gli stessi delle aspiranti. A eccezione del settore del legno, sostituito da quello della riparazione, manutenzione e installazione di macchine e apparecchiature.

Italiani più longevi, ma poco consapevoli delle nuove sfide economiche

Lo ha scoperto lo studio ‘InnovAge, tra longevità e innovazione: quale direzione?’, promosso da Invesco in collaborazione con Eumetra: longevità e innovazione tecnologica stanno trasformando le abitudini finanziarie e le priorità economiche degli italiani. Il 60% considera prioritario il benessere inteso da un punto di vista ‘qualitativo’, ma pochi adottano comportamenti finanziari adeguati per potersi assicurare a lungo uno stile di vita in linea con i propri bisogni e le proprie attese.

Oggi la qualità della vita viene percepita dagli italiani come più importante della sua durata, ma manca ancora una consapevolezza diffusa su come affrontare le sfide economiche della longevità.
La focalizzazione sulla qualità di vita come obiettivo di lungo periodo resta ancora limitata e superficiale.

Manca una strategia di investimento

Più di un intervistato su due riconosce l’importanza della pianificazione finanziaria, ma il 54% non ha ancora sviluppato una strategia di investimento per il proprio futuro.

Emerge anche una crescente richiesta di personalizzazione nei servizi finanziari, con l’educazione finanziaria, che gioca un ruolo chiave per colmare il divario tra chi è attivamente impegnato nella pianificazione e chi rimane impreparato.
Rispetto al ruolo della famiglia e delle istituzioni, quasi tre intervistati su cinque ritengono che gli anziani svolgano un ruolo di supporto economico/finanziario (56%) e di mentoring (54%).

Coinvolgere attivamente le istituzioni e la società civile

Il 73% sostiene, inoltre, che lo Stato dovrebbe assumere un ruolo più attivo nella gestione della longevità, sottolineando la necessità di un impegno condiviso con le istituzioni per incrementare la consapevolezza e il supporto a livello nazionale, coinvolgendo tutti i livelli della società civile, nessuno escluso: banche, Stato, istituzioni finanziarie.

Quanto alla tecnologia, viene percepita come una risorsa essenziale per migliorare la qualità della vita, soprattutto in ambito sanitario, con una sensibilità particolare rivolta alla telemedicina (46%) e all’AI applicata alla diagnosi (43%), anche se il suo impatto genera sentimenti contrastanti.

La tecnologia come asset per gli investitori 

In ambito prettamente finanziario, la tecnologia può giocare un ruolo positivo nel rapporto consulente finanziario-investitore tra i clienti più maturi. Tra i più giovani rappresenta un asset per gli investitori più anziani, inclini a soluzioni orientate a generare income nella fase post-retirement. Per i più giovani, meno esperti e con meno risorse, costituisce un facilitatore, avvicinandoli alla consulenza finanziaria.

Le istituzioni finanziarie, le aziende e il settore pubblico hanno la responsabilità di sviluppare strumenti e politiche per favorire una maggiore consapevolezza sui temi del risparmio e della pianificazione personalizzata.
La ricerca sottolinea la necessità di servizi finanziari più accessibili e flessibili, capaci di adattarsi ai diversi stili di vita e alle esigenze individuali.

Pmi in difficoltà: cresce il peso della dimensione d’azienda

Nel 2012 in Italia le imprese con meno di 49 dipendenti producevano il 49% del fatturato totale delle aziende, mentre nel 2022 il valore scende al 42%.
Dall’altra parte, le medie imprese nel 2012 pesavano per il 20% e nel 2022 per il 22%, mentre le grandi imprese sono passate dal 32% al 37% (dati Censis/Istat).

Il modello di sviluppo italiano, basato sulla piccola impresa diffusa, è in difficoltà. Le piccole imprese, che rappresentano numericamente la grande maggioranza del nostro sistema produttivo (97,4%), e più della metà dell’occupazione privata (53,8), hanno perso peso in termini di fatturato a vantaggio delle medie e grandi aziende.
Sono alcuni dati discussi nel corso della Conferenza nazionale delle Camere di commercio ‘Verso il futuro’, nell’ambito della fiera FuturaExpo di Brescia.

L’importanza delle Camere di commercio

Questa dinamica suggerisce che il Paese si trovi all’interno di un processo di spostamento della produzione di valore dalle imprese più piccole a quelle più grandi.
In questo nuovo scenario, aumenta l’importanza del ruolo delle Camere di commercio, che hanno nella platea delle piccole imprese il proprio riferimento principale. In primo luogo, per l’innovazione.

A quanto emerge dal Rapporto del Censis ‘La dimensione comunitaria delle Camere di commercio’, l’obiettivo del Sistema camerale può essere quello di rendere l’innovazione accessibile ed efficace per le Piccole e medie imprese, permettendo loro di ottimizzare i processi e incrementare la produttività.

R&S: chi investe di più?

Tra il 2012 e il 2020 gli investimenti in Ricerca e sviluppo sono cresciuti costantemente in rapporto al Pil, sia per il totale dell’economia sia per le imprese, aumentati entrambi dello 0,2%.

Dalla pandemia in poi, tuttavia, mentre gli investimenti in R&S delle grandi imprese hanno continuato a crescere fino a superare 10 miliardi nel 2022 (+8,8% tra il 2019 e il 2022), quelli delle piccole sono scesi a 1,6 miliardi nel 2022 (-41,4% tra il 2019 e il 2022), mentre le medie imprese li hanno ridotti a 2,2 miliardi (-27,9% tra il 2019 e il 2022).

La carenza di personale e l’impatto sulla competitività

Il secondo aspetto riguarda invece il potenziale ruolo delle Camere di commercio come facilitatori nell’incontro tra domanda e offerta di lavoro.
Le analisi mostrano che mediamente la carenza di personale è stata identificata dalle imprese come uno dei fattori a più alto impatto sulla competitività.
Lo ritiene il 24% delle piccole imprese, il 26% delle medie e il 20% delle grandi. 

Rafforzare il ruolo delle Camere di Commercio nella gestione dei fondi pubblici, nella pianificazione degli investimenti e nel sostegno all’internazionalizzazione delle imprese, le renderebbe un hub strategico per la crescita dei territori, l’attrazione degli investimenti e la ‘doppia transizione’ digitale ed ecologica. 

Mondo vino: cresce la preferenza per i Fine Wines italiani

Nel 2024 le 18 aziende vitivinicole italiane associate all’Istituto Grandi Marchi (IGM) hanno raggiunto un valore aggregato di 660 milioni di euro, di cui oltre il 55% proveniente dall’export.

Questi dati emergono dalla ricerca commissionata dall’Istituto Grandi Marchi e realizzata da Nomina Wine Monitor in occasione del ventesimo anniversario dell’Istituto che riunisce alcune delle famiglie più prestigiose del vino italiano.
Di fatto, il 70% del fatturato estero delle aziende associate è proveniente da mercati al di fuori dell’Unione Europea, in particolare nei mercati asiatici, che hanno visto aumentare l’acquisto di vini di oltre il 130% negli ultimi vent’anni.

Stati Uniti primo mercato di destinazione

Gli USA però si confermano il principale mercato di destinazione per i fine wines italiani. Nonostante il contesto economico sfidante, caratterizzato da inflazione e alti tassi di interesse, nel 2024 si è registrato(per il periodo gennaio-novembre e a livello complessivo di vini un aumento delle importazioni dall’Italia da parte degli USA del 5% in valore per i vini fermi imbottigliati e del 10% per gli spumanti.

Numeri in controtendenza rispetto la media del mercato, che vede in leggera diminuzione gli acquisti dall’estero.

Percepiti come eleganti e di classe

Lo studio ha anche analizzato i comportamenti di consumo di 2.400 consumatori statunitensi di vino, distribuiti in California, New York, New Jersey e Florida). Il 30% di loro si definisce ‘real user’ di fine wines, con una predominanza di consumatori Millennial, uomini, appartenenti alla upper class e con una spiccata curiosità verso vini stranieri.

Del resto, dopo i vini locali, sono i fine wines italiani i più consumati dagli americani nell’ultimo anno. È cresciuta infatti la percezione dei fine wines italiani in termini di classe ed eleganza, attributi storicamente riservati ai vini francesi. Nel 2024, il 27% dei consumatori americani associa questi valori ai vini italiani. Ma un ulteriore dato promettente riguarda i non consumatori di fine wines italiani, di cui il 76% si dichiara interessato a provarli.

L’importanza del family business 

Il consumatore di fine wines italiani si distingue poi per un forte legame con l’Italia, che si esprime attraverso origini italiane o esperienze dirette, come visite recenti. Un elemento che gioca un ruolo fondamentale nella valorizzazione dei fine wines italiani sul mercato statunitense, dove la scelta di questi vini è influenzata principalmente da tre fattori, notorietà del brand, riconoscimenti ottenuti nelle guide di settore e unicità delle aziende a gestione familiare.

Quest’ultimo elemento risulta particolarmente rilevante per i Millennial, con il 16% che lo considera un aspetto determinante, rispetto all’11% della media generale.
L’importanza del family business e dell’eredità culturale, dunque, non solo rafforza la reputazione dei fine wines italiani, ma risulta anche un fattore cruciale per attrarre i consumatori più giovani, in particolare quelli sotto i 35 anni, che apprezzano la qualità e l’autenticità dei prodotti.

Saldi invernali: sono ancora l’appuntamento più atteso dagli italiani?

I saldi invernali sono un evento irrinunciabile per molti italiani, tanto che il 75% dei consumatori non si lascia sfuggire l’opportunità di approfittare degli sconti. Una ricerca condotta dall’Osservatorio DoveConviene, piattaforma che ottimizza lo shopping, evidenzia come i saldi siano un vero e proprio “punto fermo” per chi cerca offerte vantaggiose.

In un periodo di incertezza economica, gli sconti rappresentano un’opportunità per coniugare risparmio e acquisti, soprattutto per i tanti che attendono gennaio per completare gli acquisti natalizi, ma a prezzi ridotti.

Tra risparmio e strategie di acquisto

Il desiderio di contenere le spese è uno dei principali motivi che spingono i consumatori verso i saldi: quasi 6 italiani su 10 scelgono di rimandare acquisti importanti, inclusi i regali, per approfittare degli sconti stagionali. Per il 52%, è l’occasione ideale per acquistare prodotti difficilmente accessibili a prezzo pieno, mentre il 30% vede nei saldi un’opportunità per pianificare spese essenziali e ottimizzare il budget.

Sebbene il prezzo resti il fattore determinante per il 36% degli acquirenti, una fetta significativa (56%) considera nella scelta anche qualità e utilità.

Shopping tradizionale vs digitale

Nonostante la crescita dell’e-commerce, il negozio fisico non perde di attrattiva. Secondo i dati raccolti, il 38% degli italiani preferisce acquistare direttamente in negozio, attratto dalla possibilità di toccare con mano i prodotti. Il 58% opta per una combinazione di acquisti online e offline, sfruttando i vantaggi di entrambi i canali.

Solo una minoranza, pari al 4%, sceglie un’esperienza esclusivamente digitale, a dimostrazione del ruolo ancora centrale dei punti vendita tradizionali.

Per cosa si spende?

Abbigliamento e calzature dominano le preferenze dei consumatori, con l’88% delle persone che approfitta dei saldi per rinnovare il guardaroba. Seguono gli articoli per la casa, scelti dal 48%, e i prodotti gastronomici, acquistati dal 39%. In classifica figurano anche l’elettronica, con il 36% delle preferenze, e i prodotti beauty e skincare, apprezzati dal 18%.

I saldi invernali continuano a essere un momento chiave per lo shopping in Italia, mixando al meglio risparmio e tradizione, e confermando l’attaccamento degli italiani a questa occasione speciale per acquistare in modo intelligente.

Mutui: nel 2024 richieste a +14% 

Nei primi dieci mesi del 2024 le richieste di finanziamento per l’acquisto di un immobile raccolte online sono aumentate del 14% rispetto allo stesso periodo del 2023.

Insomma, arrivano nuovamente segnali positivi dal mercato dei mutui. Ma secondo i risultati dell’osservatorio congiunto di Facile.it e Mutui.it, notizie positive provengono anche dal mercato immobiliare. A quanto si evince dai dati dell’Agenzia delle Entrate nel secondo trimestre 2024 le compravendite di abitazioni hanno registrato un incremento dell’1,2% rispetto allo stesso periodo del 2023.

L’identikit del richiedente

Guardando all’identikit di chi ha presentato domanda di mutuo emerge che l’importo medio richiesto nei primi dieci mesi del 2024 è stato pari a 133.923 euro, in aumento del 5% rispetto allo stesso periodo del 2023.
Cresce anche il valore medio dell’immobile oggetto di mutuo, salito nel 2024 a 208.495 euro (+4%).

In lievissimo incremento anche l’età degli aspiranti mutuatari, dato che va letto anche alla luce dell’incremento del peso percentuale delle richieste di surroga, passate dal 21% del 2023 al 29% del 2024, valore cresciuto grazie al calo dei tassi che ha fatto da traino a questo tipo di operazione.

Prima casa: aumenta l’importo medio

Limitando l’analisi alle sole richieste di mutui per l’acquisto della prima casa, emerge che l’importo medio richiesto nei primi 10 mesi del 2024 è stato pari a 138.745 euro, in aumento del 5% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. In crescita anche il valore medio dell’immobile, che ha raggiunto 190.861 euro (+2,4%).

Rimangono sostanzialmente stabili, l’età media del richiedente (37 anni e mezzo) e la durata del piano di ammortamento (26 anni).
Dal punto di vista dell’offerta, i primi dieci mesi dell’anno sono stati caratterizzati da buone condizioni sul fronte dei tassi fissi. Secondo le simulazioni di Facile.it, oggi per un mutuo medio da 126.000 euro in 25 anni (LTV 70%) le migliori offerte disponibili online partono da un tasso (TAN) del 2,71%, con rata di 579 euro.

Immobili di classe A e B più convenienti

Tariffe ancora più convenienti per gli immobili di classe A o B, con i mutui green che partono da tassi (TAN) pari a 2,40% e una rata di 559 euro. Per la surroga, invece, il miglior TAN disponibile online è pari al 2,49% (rata di 565 euro).

Per quanto riguarda i tassi variabili, nonostante il calo degli indici dovuto al taglio della BCE, i valori restano elevati anche se in lenta discesa. Per un mutuo medio variabile da 126.000 in 25 anni (LTV 70%), a gennaio 2022 la rata era pari a 456 euro, a novembre 2024 è arrivata a 693 euro.
Oggi le migliori offerte online, per un mutuo medio, partono da un tasso (TAN) del 3,81%, con una rata di 645 euro. Per gli immobili di classe A o B i valori partono da 3,61%, con una rata di 631 euro.

Bonus Natale 2024: tutto quello che c’è da sapere

Che misura è e a chi spetta il Bonus Natale 2024? Il Bonus Natale 2024, previsto dal decreto Omnibus, consiste in un contributo di 100 euro destinato ai lavoratori dipendenti con un reddito complessivo fino a 28.000 euro.

Come indicato nella circolare dell’Agenzia delle Entrate, il bonus è riservato a coloro che abbiano almeno un figlio fiscalmente a carico, indipendentemente dalla condizione familiare: coniugati, separati, divorziati, monogenitori o conviventi. Tuttavia, il beneficio non spetta al lavoratore il cui coniuge o convivente, non legalmente separato, risulti anch’esso beneficiario della stessa indennità.

I requisiti necessari
Per accedere al Bonus Natale è necessario soddisfare alcune condizioni. Il primo è che il lavoratore deve avere un reddito annuo non superiore a 28.000 euro nel 2024. Il secondo riguarda i figli a carico: sono considerati fiscalmente a carico i figli con età fino a 24 anni e reddito annuo lordo non superiore a 4.000 euro; per i figli con più di 24 anni, il limite scende a 2.840,51 euro. Terzo requisito, la compatibilità con altri benefici: ovvero il  bonus non può essere cumulato tra i membri dello stesso nucleo familiare. In caso di coppie di lavoratori, solo uno dei due potrà richiedere l’indennità.

Le nuove disposizioni, introdotte dal Decreto Legge 167, semplificano i criteri per accedere al beneficio. In passato era necessario appartenere a un nucleo familiare specifico, riferisce Adnkronos, mentre oggi basta la presenza di almeno un figlio fiscalmente a carico per soddisfare il requisito familiare.

Come richiedere il bonus?
Per ottenere il Bonus Natale, il dipendente deve presentare un’autocertificazione al datore di lavoro (sostituto d’imposta) dichiarando di possedere i requisiti di reddito e familiari richiesti; che il coniuge o convivente non sia beneficiario dello stesso bonus.

Chi ha già presentato la richiesta non è tenuto a ripetere la procedura, salvo debba aggiornare i dati relativi al convivente, comunicandone il codice fiscale e confermando che non riceverà il contributo.

Quando viene erogato?
Il sostituto d’imposta accrediterà il bonus direttamente nella busta paga di dicembre, generalmente insieme alla tredicesima mensilità. Nel caso in cui il lavoratore non riceva il contributo pur avendone diritto, potrà recuperarlo tramite la dichiarazione dei redditi per l’anno d’imposta 2024, da presentare nel 2025.

Un aiuto per le famiglie
Il Bonus Natale 2024 rappresenta un aiuto concreto per i lavoratori con redditi medio-bassi, offrendo un contributo economico che premia chi ha figli a carico e mira a sostenere il benessere delle famiglie durante le festività natalizie.

Cicale o formiche? Gli italiani provano a risparmiare ma ci riescono sempre meno 

Dove sono finiti i risparmi degli italiani? E quanto riescono a mettere da parte?
Risponde il sondaggio condotto da Saldi Privati, il sito di ‘vendite evento’, che indaga le abitudini e le scelte dei suoi utenti in fatto di risparmi.

Il 71% degli intervistati dichiara che il risparmio e la responsabilità in materia di acquisti sono valori molto importanti, ma nonostante questa attitudine valoriale conferita al risparmio il dato preoccupante emerso dalla survey è che oggi le persone riescono a mettere da parte molto poco.

Un quadro generale peggiorato rispetto a 5 anni fa

Se il 28% degli intervistati ammette che risparmiare è sì un valore, ma certamente inferiore ad altri, e solo l’1% lo considera trascurabile, il 22% risparmia meno di 100 euro al mese, il 36% da 100 a 300, il 15% fino a 500 euro e addirittura un 15% non riesce a risparmiare nulla.
In termini di benessere economico e costo della vita, il quadro generale se paragonato a 5 anni fa sembra peggiorato. Il 46% del panel dichiara infatti di risparmiare meno rispetto al passato, il 39 % dice di mantenersi più o meno in linea, e solo il 16% oggi mette da parte più soldi rispetto a prima.

Prodotti cheap? No grazie, meglio comprare meno

Ma non tutto può essere sacrificato in nome del risparmio. Su questo punto il 40% degli utenti Saldi Privati è concorde nel non voler rinunciare alla qualità dei prodotti acquistati, il 33% al proprio stile di vita, il 29% al comfort della propria casa e solo l’11% afferma di non poter fare a meno di una vita culturale attiva.
Gli intervistati ribadiscono di non essere disposti a comprare prodotti cheap e di bassa qualità, piuttosto scelgono di fare shopping con minor frequenza (22%) e soprattutto prestano più attenzione a offerte e sconti (47%).

In questo scenario, i siti di flash sales si configurano come preziosi alleati per far fronte a budget sempre più ridotti e a un costo della vita sempre più alto.
Per il 64% del campione il benefit principale delle flash sales è la possibilità di accedere a brand di fascia alta e noti, che altrimenti sarebbero loro preclusi, e il 61% di godere di sconti fino al 70% sul prezzo iniziale.

A cosa destinare i soldi nel “porcellino”? 

Anche in questo caso emerge un ritratto degli italiani prudenti e parsimoniosi: il 48% li tiene in banca per spese impreviste, il 29% li usa per acquisti correnti, il 26% li impiega in investimenti finanziari e il 5% in investimenti immobiliari, mentre il 15% dichiara di non aver risparmi da spendere in alcun modo.

Se dovessero ‘spaccare il porcellino’ gli utenti di Saldi Privati sceglierebbero, con il 54% dei voti, di concedersi un bel viaggio, seguito dagli acquisti per la persona, come abiti, accessori e prodotti beauty (32%).
In coda alla wish list, l’automobile o la moto nuova (7%). Insomma, italiani e motori sono un sodalizio che dura da sempre, ma non in tempi di recessione.