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Autore: pieroy17

Dall’orto al mercato globale: il caso di OrtoDigitale e la scalabilità dell’agrifood tech italiana

Nel corso degli ultimi cinque anni, l’agrifood tech è diventato uno dei settori più vivaci dell’ecosistema start-up italiano. L’esperienza di OrtoDigitale — giovane impresa che mette in rete piccoli produttori agricoli con consumatori urbani tramite tecnologia IoT, piattaforme di abbonamento e logistica integrata — offre un caso esemplare per capire opportunità e limiti della scalabilità in Italia.

Fondata nel 2018 da due agronomi e un ingegnere informatico, OrtoDigitale è partita come progetto pilota in Emilia-Romagna con l’obiettivo di ridurre gli sprechi e migliorare il reddito delle piccole aziende agricole. La proposta era semplice: sensori a basso costo per monitorare suolo e irrigazione, una dashboard che aggrega i dati per prevedere la produzione e un canale D2C per vendere cassette stagionali direttamente ai consumatori. Grazie a un modello di abbonamento mensile e a partnership con cooperative locali, l’azienda ha raggiunto risultati rapidi: 120 fattorie affiliate e circa 400.000 cassette consegnate nel 2025.

Numeri e unit economics. Dopo un seed round da 2,5 milioni di euro nel 2019 e un Series A da 6 milioni nel 2022, OrtoDigitale ha chiuso il 2025 con un fatturato di circa 4,2 milioni di euro e una crescita media annua del 38% negli ultimi tre anni. Il margine lordo, grazie al mix di prodotti freschi e servizi digitali (predizioni di raccolto, analytics per agricoltori), si è stabilizzato attorno al 55%. I costi di acquisizione cliente (CAC) si attestano sui 28–35 euro, mentre il valore medio di vita del cliente (LTV) supera i 300 euro: un rapporto LTV/CAC vicino a 9 che ha attratto investitori interessati alla scalabilità.

Strategie e innovazione. Il modello di OrtoDigitale unisce hardware economico (sensori) a software proprietario per la previsione dei raccolti, oltre a un network logistico che ottimizza ritiri e consegne attraverso micro-hub urbani. L’uso di dati permette di ridurre gli scarti fino al 18% per alcune colture e di aumentare il reddito delle aziende partner in media del 22% annuo. Questo approccio tech-enabled ha reso possibile l’espansione in mercati vicini: oggi il 20% del fatturato proviene da esportazioni in Francia e Germania, dove è stata replicata la formula con adattamenti normativi e di packaging.

Ostacoli sistemici. Nonostante i risultati, la strada non è stata priva di ostacoli. La stagionalità dei prodotti influenza i ricavi mensili e richiede strategie di cross-selling (conservati, trasformati, servizi di cucina). La logistica dell’ultimo miglio rimane costosa: nelle zone rurali la densità di consegna è bassa, aumentando il costo per unità. Sul fronte normativo, la tracciabilità e le certificazioni biologiche implicano costi amministrativi non trascurabili per i piccoli produttori. Infine, la carenza di talenti tecnici e manageriali nelle aree non metropolitane ha costretto OrtoDigitale a incentivare il lavoro ibrido e a formare personale sul campo.

Lezioni per investitori e policy maker. Il caso dimostra che la combinazione tra tecnologia e filiera locale può generare valore economico e sociale: maggiore reddito per le comunità rurali, minori sprechi e accesso a prodotti freschi per i consumatori. Per favorire la replicabilità di modelli simili, servono interventi mirati: incentivi alla digitalizzazione per le PMI agricole, programmi di co-finanziamento per l’adozione di sensori e piattaforme, semplificazione delle procedure di certificazione e supporto alla logistica sostenibile. Dal lato finanziario, aumentare l’offerta di capitale di rischio early-stage in agrifood tech in Italia potrebbe accelerare la crescita delle scale-up.

Implicazioni future. Nei prossimi 3–5 anni è probabile che il segmento agrifood tech italiano veda consolidamenti e acquisizioni strategiche da parte di gruppi della grande distribuzione e di operatori della logistica fredda. Start-up come OrtoDigitale potrebbero diventare piattaforme di intermediazione digitale tra consumatori e territori, favorendo un’agricoltura più resiliente e orientata al mercato. Sul fronte sociale, la digitalizzazione delle filiere può contribuire alla valorizzazione delle aree rurali, creando nuove opportunità occupazionali e mitigando lo spopolamento.

Il bilancio complessivo è positivo: il caso OrtoDigitale dimostra che l’innovazione può mettere in connessione tradizione agricola e mercato globale. Perché il potenziale si trasformi in impatto diffuso, però, serve un mix di investimento privato, politiche pubbliche mirate e capacità imprenditoriali di adattare modelli ai contesti locali. Solo così l’agrifood tech potrà diventare una leva duratura per la competitività del Made in Italy.

Transizione energetica e PMI italiane: opportunità concrete e ostacoli da superare

La transizione energetica non è più un tema teorico per le piccole e medie imprese italiane: è una leva strategica che condiziona competitività, costi e capacità di accesso ai mercati internazionali. Tra incentivi pubblici, pressioni sui prezzi dell’energia e crescente domanda di prodotti sostenibili, le PMI si trovano al bivio tra investimenti necessari e barriere operative che rischiano di rallentare il processo.

Il contesto italiano presenta elementi contrastanti. Da una parte il PNRR e i fondi europei hanno aperto canali di finanziamento per efficienza energetica e rinnovabili; dall’altra permessi, tempi burocratici e carenze di capitale umano specializzato ostacolano l’adozione su larga scala. Le industrie manifatturiere, tessili e dell’agroalimentare — pilastri del made in Italy — affrontano costi energetici e logistici che incidono sulla marginalità e sulla capacità di innovare.

Analisi con dati ed esempi

Le imprese italiane sono molto concentrate su investimenti a basso capitale ma alto impatto operativo: isolamento, coibentazione, motori più efficienti, illuminazione a LED e, progressivamente, impianti fotovoltaici di piccola taglia. Studi settoriali indicano che le misure di efficienza possono ridurre il consumo energetico dei cicli produttivi dal 10% al 30% a seconda del settore. Tuttavia, il tasso di adozione rimane eterogeneo: le aziende con collegamenti bancari solidi e manager con esperienza internazionale tendono a investire prima, mentre le microimprese trovano meno risorse e competenze.

> Esempio 1 — Tessile toscano: una piccola impresa familiare in provincia di Prato ha iniziato a sostituire caldaie obsolete e a installare pannelli solari sul tetto dell’opificio. L’investimento ha richiesto due anni per il recupero degli incentivi e la ristrutturazione dei contratti di approvvigionamento energetico. Il risultato è stato una riduzione dei costi energetici del 18% e nuovi contratti con buyer europei interessati alla tracciabilità ambientale.

> Esempio 2 — Ceramica in Emilia: un’azienda di medie dimensioni ha puntato su pompe di calore e recupero termico nei forni, con un piano finanziato parzialmente dal PNRR. Pur con un investimento iniziale consistente, l’azienda ha migliorato le rese produttive e certificato emissioni inferiori, facilitando l’accesso a mercati premium.

In termini macroeconomici, la transizione può incrementare la produttività complessiva del sistema produttivo italiano. Se le PMI adottassero le tecnologie disponibili più diffuse, è plausibile attendersi una riduzione dell’esposizione ai picchi di prezzo e una maggiore resilienza alle shock energetici internazionali. Ma la posta in gioco è alta: la mancata modernizzazione può tradursi in delocalizzazioni produttive e perdita di quote di mercato.

Implicazioni future

Dal punto di vista politico e istituzionale, le priorità sono chiare: semplificazione delle procedure autorizzative per impianti rinnovabili, accelerazione dei processi di connessione alla rete elettrica e rafforzamento degli strumenti di finanziamento a lungo termine per le PMI. Servono inoltre programmi di formazione tecnica per colmare il gap di competenze su tecnologie energetiche e gestione dei dati energivori.

Per le imprese, la strategia vincente passa per un approccio combinato: audit energetico come primo passo; interventi incrementali a basso costo per liberare flussi di cassa; poi progetti di maggiore scala (es. cogenerazione, impianti fotovoltaici con accumulo) supportati da piani finanziari e partnership locali. L’adozione di modelli di produzione circolare e di certificazioni ambientali diventa sempre più rilevante per accedere a catene di fornitura internazionali e a segmenti di mercato disposti a pagare un premio per la sostenibilità.

Infine, il ruolo delle filiere e dei distretti industriali italiani resta cruciale. Interventi aggregati, come contratti di comunità energetica o acquisti collettivi di energia rinnovabile, possono ridurre i costi di transizione per le microimprese e creare economie di scala. La sfida è trasformare le politiche disponibili in progetti concreti e replicabili, con metriche chiare di impatto economico e ambientale.

In conclusione, la transizione energetica offre all’Italia una opportunità strategica per rilanciare la competitività delle sue PMI: ma il tempo per agire è limitato. Le imprese devono combinare pragmatismo finanziario e visione a medio termine; le istituzioni devono facilitare e non frenare. Solo così il made in Italy potrà trasformare la sostenibilità in vantaggio competitivo, non in costo aggiuntivo.

Inflazione in Europa dopo la stretta: segnali di stabilizzazione o nuova fase di rischio?

La combinazione tra il rimbalzo post-pandemia, i rincari energetici e le interruzioni delle catene di fornitura ha portato l’inflazione europea ai massimi degli ultimi decenni. Dopo una fase di politiche monetarie eccezionalmente espansive, la Banca Centrale Europea (BCE) ha avviato una stretta sui tassi per contenere i prezzi: oggi il mercato si interroga su quanto questa manovra abbia stabilizzato i prezzi e sui rischi ancora presenti per la crescita dell’eurozona.

Contesto: la dinamica inflazionistica e la risposta delle banche centrali
La salita dell’inflazione tra il 2021 e il 2023 è stata alimentata da fattori sia transitori (strozzature produttive, rimbalzo della domanda) sia strutturali (aumenti dei prezzi energetici, pressioni salariali in alcuni settori). Di fronte a questi shock, le principali banche centrali, tra cui la BCE e la Federal Reserve, hanno aumentato i tassi di interesse in modo rapido e sostenuto. L’obiettivo dichiarato è stato doppio: riportare l’inflazione verso il target (2% per la BCE) e ancorare le aspettative di inflazione a medio termine.

Analisi: che cosa dicono i dati e gli esempi dei paesi membri
I dati più recenti mostrano un progressivo calo dei tassi di inflazione annua in molte economie europee rispetto ai picchi registrati. Tuttavia, al di là del calo headline, rimangono differenze significative tra paesi e tra componenti dell’inflazione. Ad esempio, i prezzi dell’energia e degli alimentari restano volatili, incidendo in modo differente su famiglie e imprese: Paesi fortemente dipendenti dalle importazioni energetiche hanno visto oscillazioni più marcate. Allo stesso tempo, l’inflazione core — che esclude componenti volatili come energia e alimentari — ha mostrato una maggiore persistenza, segnalando che le pressioni salariali e i costi di produzione potrebbero trasmettersi in modo duraturo ai prezzi al consumo.

Esempi concreti: la Germania e l’Italia hanno risposto con dinamiche diverse. La Germania, con un’industria manifatturiera molto esposta all’export e alle catene globali del valore, ha visto margini di profitto comprimersi prima di aggiustarsi, mentre in Italia settori come il turismo e le PMI hanno sperimentato pressioni sui costi e ritardi nell’adeguamento dei prezzi. Settori ad alta intensità energetica (chimica, metallurgia) hanno mostrato maggiore vulnerabilità, costringendo molte imprese a ripensare le strategie di pricing e approvvigionamento.

Politica monetaria e condizioni finanziarie: effetti trasversali
L’inasprimento dei tassi ha avuto effetti rilevanti sulle condizioni finanziarie: costo del credito più elevato, aumento dei rendimenti sovrani in alcuni paesi e un impatto diretto sugli investimenti fissi delle imprese. Le banche, seppur più resilienti rispetto a crisi precedenti grazie a regolamentazioni più stringenti, hanno iniziato a riflettere maggiormente il rischio di credito nei loro prezzi. Questo può rallentare gli investimenti privati e la ripresa economica, soprattutto in contesti dove l’indebitamento è già elevato.

Prospettive future: scenari e implicazioni per imprese e policy maker
Da un lato, se la disinflazione proseguirà accompagnata da un graduale rientro delle pressioni sui salari e da prezzi energetici più prevedibili, la BCE potrà avviare una fase di normalizzazione dei tassi, con possibile stabilizzazione delle condizioni finanziarie. In questo scenario, il contesto potrebbe favorire investimenti in digitalizzazione e transizione energetica, con ricadute positive sulla produttività.

Dall’altro, persistenti shock di offerta (nuove tensioni geopolitiche, crisi energetiche o interruzioni nelle catene globali) o una dinamica salariale più rapida del previsto potrebbero riaccendere l’inflazione e imporre ulteriori stretta monetarie, aumentando il rischio di recessione tecnica in paesi fragili. Per le imprese ciò implica la necessità di gestire attentamente il rischio di liquidità, diversificare fornitori e investire in efficienza energetica. Per i policy maker nazionali, il focus dovrà restare su politiche fiscali mirate a proteggere i redditi più vulnerabili senza alimentare spirali inflazionistiche.

Conclusione: equilibrio tra stabilità dei prezzi e crescita
La sfida per l’economia europea resta quindi duplice: riportare l’inflazione a livelli compatibili con la stabilità dei prezzi senza soffocare la crescita. Le prossime mosse della BCE, la traiettoria dei prezzi dell’energia e l’evoluzione delle dinamiche salariali saranno i fattori chiave da monitorare. Imprese, investitori e responsabili delle politiche dovranno orientare decisioni e strategie considerando uno scenario caratterizzato da incertezza elevata ma non privo di opportunità: spingere su resilienza delle catene del valore, efficienza energetica e investimenti produttivi può ridurre la vulnerabilità e creare spazi per una crescita sostenibile nel medio termine.

Customer journey, l’intelligenza artificiale guida le scelte del cliente

Fino a poco tempo fa l’intelligenza artificiale era un modo rapido per trovare informazioni, confrontare prezzi, leggere recensioni. Oggi le cose sono già cambiate. L’AI non si limita a rispondere: orienta, seleziona, suggerisce. E in molti casi decide.

La ricerca The Future of the Customer Journey di Eumetra mette nero su bianco questo passaggio. Ora chiediamo: “mi serve un piano per freelance sotto i 10 euro, con tanti giga e senza vincoli”. Oppure: “qual è la SIM più affidabile se lavoro sempre in remoto?”. Le richieste diventano più lunghe e più precise. L’assistente non è più un elenco di link, ma una specie di consulente personale.

La scelta si compie nella conversazione

La decisione spesso avviene prima del click. Nella chat, nella risposta sintetica che riassume le opzioni migliori, nel consiglio che sembra cucito addosso. Se un brand non entra in quel perimetro di raccomandazioni, rischia di sparire dal radar.

Essere “trovabili” non basta più. Bisogna essere riconoscibili per gli algoritmi, avere contenuti chiari, dati strutturati, una reputazione digitale coerente. In pratica, bisogna diventare leggibili per l’AI.

Nei prompt entrano valori e stili di vita 

C’è un altro elemento da considerare. Nelle richieste compaiono sempre più spesso parole come sostenibilità, trasparenza, etica. Le persone non cercano solo il prezzo migliore: vogliono soluzioni allineate al proprio modo di vivere. L’intelligenza artificiale non confronta semplicemente offerte, ma interpreta contesti, priorità, perfino stati d’animo.

E cresce la fiducia. Molti utenti non usano l’AI solo per informarsi, ma per scegliere davvero. Questa delega decisionale cambia gli equilibri competitivi: chi non è percepito come rilevante rischia di essere escluso prima ancora che il consumatore apra un sito.

Ripensare le metriche e la strategia

In questo scenario, il traffico web non è più l’unico indicatore. Conta la presenza qualitativa nei sistemi di intelligenza artificiale, la capacità di comparire nei set di considerazione generati dagli algoritmi.

Per le aziende significa investire in contenuti autorevoli, dati ben organizzati, coerenza tra canali. E ripensare la pianificazione media in modo più integrato, mettendo in dialogo ricerca, CRM e comunicazione.

Beauty e longevity: la routine diventa tech e guarda lontano

Secondo il Beauty Report di Klarna la domanda di beauty tech avanzata è in forte crescita su tutto il territorio nazionale.
Anno su anno si evidenziano crescite significative, trainate principalmente dagli strumenti per capelli, (spazzola lisciante +272%, specchio trucco con luci +166%, strumento onde capelli +109%, asciugacapelli ionico +106%).

Millennials e GenZ stanno trasformando la cura di sé in un investimento strutturato, puntando su dispositivi ad alte prestazioni e strumenti ispirati ai trattamenti professionali da integrare stabilmente nella quotidianità.
Ma non si tratta più soltanto di migliorare l’aspetto: nel 2026 il glow non è invertire il tempo, ma mantenerne la qualità. Dall’anti-age alla longevity intelligente la bellezza si sposta dall’idea di correzione a quella di mantenimento. 

GenZ: device di livello salon per capelli ad alta definizione

Se i più giovani privilegiano performance e precisione, soprattutto per i capelli, i Millennials più maturi si concentrano sulla qualità della pelle e la manutenzione nel tempo.
In Italia, la fascia 26-35 anni sta progressivamente superando la logica del ‘quick fix’ per scegliere device di livello salon e tecnologie di derivazione clinica.

Per questa fascia, i capelli diventano una dichiarazione di stile. Finish ultra-lisci, onde definite, volume e luminosità non sono più scelte occasionali, ma parte integrante dell’identità personale.
L’incremento di spazzole liscianti e tool per onde racconta una generazione che interpreta l’hair styling come espressione e presenza visiva, mentre la crescita degli specchi trucco illuminati riflette una cultura della precisione. Una generazione cresciuta in alta definizione, attenta a dettagli e resa dell’immagine.

I Millennials puntano a potenziare la skincare domestica

Per i Millennials più maturi (36-45 anni) l’attenzione si sposta dall’effetto estetico immediato alla qualità e la salute della pelle nel lungo periodo. 
Anche le maschere viso LED registrano quindi un aumento significativo (+138%), così come il rullo viso ghiaccio (+206%), segno di un interesse crescente verso strumenti tecnologici capaci di potenziare la skincare domestica.

Parallelamente, evolve il modo di acquistare. Per i Millennials, l’AI entra nel processo decisionale, rendendo l’esperienza d’acquisto più consapevole e strategica.
Quasi due donne italiane su tre (64,9%) considerano utile un assistente AI per ricevere suggerimenti e confrontare i prezzi in tempo reale, mentre il 53,3% è pronta a completare un acquisto con il suo supporto.

Oltre la metà delle italiane ha un problema di budget

Se la performance hair mantiene un ruolo rilevante, la skincare assume quindi un peso centrale. L’aumento significativo di ice roller e maschere LED indica un orientamento verso drenaggio, supporto al collagene e definizione dell’incarnato.

Più che trasformazioni radicali, la fascia dei Millennial più maturi investe in costanza e in strumenti pensati per offrire risultati progressivi e duraturi.
A fronte di questa evoluzione, emerge però una crescente attenzione al budget.
Oltre la metà delle donne italiane (52,4%) dichiara di rinunciare spesso ai prodotti beauty di tendenza perché troppo costosi, mentre solo il 10% afferma di non avere limiti nella spesa dedicata alla bellezza.

AI, realtà virtuale, robot: l’impatto sulle famiglie e sui più piccoli

Il 68% degli italiani pensa che nel prossimo decennio la digitalizzazione modificherà radicalmente il modo di passare il tempo in famiglia. Intelligenza artificiale, robot, realtà virtuale stanno ridefinendo, e lo faranno sempre più, abitudini, relazioni e momenti di condivisione all’interno delle famiglie italiane.
Nel futuro che si delinea i legami tra le pesone saranno sempre più mediati da tecnologie avanzate, capaci di creare nuovi rituali.

Secondo una ricerca globale condotta da Kaspersky, il 35% degli intervistati immagina che presto sarà l’AI a raccontare la favola della buonanotte ai bambini.
Del resto, sono già disponibili app e smart device offrono storie narrate dall’AI, con personaggi personalizzabili e colpi di scena dinamici. Per i genitori rappresentano un supporto innovativo. Per i bambini, un narratore interattivo dalla pazienza infinita.

L’animale domestico diventa digitale

Sicuramente le nuove tecnologie schiudono nuove opportunità, ma prospettano anche nuove responsabilità in termini di sicurezza, soprattutto per bambini e ragazzi.
È importante sottolineare che sebbene I’AI abbia un grande potenziale per arricchire la vita dei più piccoli, richiede attenzione e controllo.

Quando i bambini interagiscono con l’AI per ascoltare storie o imparare, i genitori devono adottare un approccio proattivo. Diventa fondamentale scegliere servizi che non memorizzino né utilizzino in modo improprio dati dei bambini.
Nel frattempo, il 15% delle famiglie prevede che i bambini preferiranno animali domestici digitali a quelli reali.

Compleanni in videochiamata, vacanze in VR

Le interazioni con l’AI possono essere considerate come un nuovo parco giochi digitale. Uno spazio in cui i genitori possono usare strumenti di parental control per limitare la durata delle sessioni, selezionare piattaforme di narrazioni basate su AI verificate e adatte all’età. E, soprattutto, mantenere un dialogo su cosa siano queste storie e come vengono create. L’AI è uno strumento, non un amico.

Il 24% degli italiani prevede che le feste in famiglia si svolgeranno sempre più spesso tramite videochiamate. Una tendenza accelerata dai recenti eventi globali e oggi considerata una costante per le famiglie geograficamente distanti.
Allo stesso tempo, il 10% immagina vacanze in famiglia interamente vissute nella realtà virtuale. Può sembrare fantascienza, ma solo dieci anni fa l’attuale diffusione dell’AI generativa da molti non era stata prevista.

All’alba di nuove forme di convivenza

Non sorprende quindi che il 36% degli italiani consideri i robot domestici veri e propri membri della famiglia, compagni dotati di intelligenza (artificiale), capaci di insegnare, giocare o semplicemente fare compagnia.
Dal punto di vista degli hacker, riferisce Adnkronos, ogni nuovo dispositivo, dai visori VR alle tate robotiche, rappresenta un potenziale punto di accesso. La sicurezza deve quindi diventare un pilastro fondamentale, non un semplice accorgimento.

Se la maggioranza delle persone pensa che il futuro sarà caratterizzato da una fusione sempre più stretta tra esperienze digitali e fisiche, capace di creare nuove forme di convivenza, la sfida consiste nel costruire ambienti digitali sicuri.

Deepfake: l’allarme del Garante sulla linea sottile tra tecnologia e pericolo

C’è una zona grigia, quando si parla di tecnologia, dove l’innovazione corre più veloce delle regole. Ed è proprio lì che il Garante per la protezione dei dati personali ha deciso di accendere un faro.

Dopo il caso Clothoff, bloccato lo scorso ottobre, l’Autorità torna a intervenire con un provvedimento di avvertimento che riguarda l’uso di servizi di intelligenza artificiale capaci di generare contenuti partendo da immagini e voci reali.

Non solo Clothoff: l’attenzione si allarga

Nel mirino non c’è una sola piattaforma. Il richiamo riguarda anche strumenti molto noti come Grok, ChatGPT e altri servizi analoghi disponibili online.

Tecnologie diverse tra loro, certo, ma accomunate dalla possibilità di creare immagini, audio o video estremamente realistici, fino ad arrivare a simulazioni invasive, come la “spogliazione” digitale di una persona, spesso senza che questa ne sappia nulla.

Quando il consenso non c’è, il problema è serio

Il punto centrale, sottolinea il Garante, è il consenso. O meglio, la sua assenza. L’uso e la diffusione di contenuti generati con queste tecnologie, soprattutto tramite social network o app di messaggistica, può tradursi in violazioni profonde dei diritti e delle libertà fondamentali.

Non si parla solo di privacy in senso astratto, ma di dignità personale, reputazione, identità. E in alcuni casi, ricorda l’Autorità, si può anche sconfinare nel penale.

Le responsabilità non sono solo degli utenti

Il provvedimento non si limita a puntare il dito contro chi utilizza questi strumenti in modo improprio. Un richiamo esplicito è rivolto anche ai fornitori dei servizi.

Le piattaforme, secondo il Garante, devono essere progettate e sviluppate in modo tale da ridurre il rischio di abusi e garantire un utilizzo conforme alle norme europee sulla protezione dei dati. In altre parole: non basta mettere online una tecnologia potente e lavarsene le mani.

Un uso illecito troppo facile

Dall’istruttoria avviata d’ufficio emerge un dato inquietante: in molti casi questi servizi rendono estremamente semplice usare immagini e voci altrui senza alcun titolo giuridico.
Bastano pochi passaggi, nessuna verifica reale, nessun filtro efficace. Ed è proprio questa facilità a rendere il fenomeno particolarmente pericoloso.

Cosa accade oltreconfine

Per quanto riguarda i servizi riconducibili a X, il Garante italiano sta già lavorando insieme all’autorità irlandese, competente perché sede principale della società in Europa. E non è escluso che arrivino ulteriori iniziative.

I dati Istat per la produzione industriale italiana a novembre 2025

È diffuso ai principali comparti industriali l’aumento congiunturale della produzione industriale evidenziata dagli ultimi dati rilasciati dall’Istat relativi a novembre 2025. 

Tale aumento risulta positivo anche per l’andamento complessivo nella media trimestrale del periodo da settembre a novembre 2025. Allo stesso modo, l’indice destagionalizzato della produzione industriale, al netto degli effetti di calendario, appare in aumento anche su base annua, sia a livello complessivo sia per i principali raggruppamenti di industrie, a eccezione dei beni di consumo.
Insomma, dopo la flessione congiunturale del mese precedente (ottobre 2025) a novembre la produzione industriale italiana è tornata a crescere.

Indice destagionalizzato: +1,5% rispetto a ottobre, +1,1% nel trimestre

Più in particolare, per il mese di novembre 2025 l’Istat stima che l’indice destagionalizzato della produzione industriale sia aumentato del +1,5% rispetto a ottobre, mentre nella media del trimestre settembre-novembre si stima che il livello della produzione cresca del +1,1% rispetto ai tre mesi precedenti.

I dati relativi all’indice destagionalizzato mensile mostrano poi aumenti congiunturali in tutti i raggruppamenti principali di industrie, con variazioni positive per l’energia, in crescita del +3,9%, i beni strumentali in salita del +2,1%, i beni di consumo, a +1,1%, e marginalmente, i beni intermedi, che segnano un aumento stimato pari al +0,1%.

Indice generale +1,4% in un anno. Segno più per beni strumentali, intermedi ed energia, segno meno per beni di consumo

Al netto degli effetti di calendario (i giorni lavorativi di calendario sono stati 20, come a novembre dell’anno precedente), a novembre 2025 l’indice generale viene stimato in aumento in termini tendenziali del +1,4%.

In dettaglio, i dati Istat registrano variazioni tendenziali positive del +3,3% per i beni strumentali, del +2,0% per l’energia e del +1,0% per i beni intermedi.
Al contrario, risultano in lieve diminuzione i beni di consumo, la cui flessione è pari al -0,8%.

Settori in crescita: farmaceutico, ottica/elettronica/apparecchiature. In calo: carburanti, chimica, mezzi di trasporto

I settori di attività economica che registrano gli incrementi tendenziali maggiori sono rappresentati dalla produzione di prodotti farmaceutici di base e i preparati farmaceutici, per i quali l’aumento stimato è pari al +8,7%, seguiti dal comparto della fabbricazione di computer, dei prodotti di elettronica e ottica, degli apparecchi elettromedicali e degli apparecchi di misurazione e orologi, che crescono del +5,8%. La fabbricazione di apparecchiature elettriche e apparecchiature per uso domestico non elettriche, sono in crescita stimata pari al +5,1%.

Di segno opposto, le flessioni più ampie rilevate dall’Istat riguardano la fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati, in calo stimato del -4,4%, la fabbricazione di mezzi di trasporto, in diminuzione del -3,1%, e la fabbricazione di prodotti chimici, che scende del -2,9%.

e-commerce: sfiorati 60 miliardi, ma il 90 % delle vendite resta “fisico”

Lo afferma l’Ufficio studi della CGIA: sebbene il commercio elettronico negli ultimi anni abbia mostrato tassi di crescita più che doppi rispetto a quelli dei piccoli negozi di prossimità, i dati indicano che circa il 90% circa delle vendite al dettaglio continua a svolgersi presso le attività commerciali fisiche. 

Ma analizzando la variazione di crescita delle vendite al dettaglio relativa ai primi 10 mesi del 2025 si nota che rispetto allo stesso periodo del 2024 il commercio elettronico e la grande distribuzione hanno registrato entrambe una crescita del 2,1%. Di contro, sia le vendite al di fuori dei negozi sia le imprese operanti su piccole superfici hanno registrato una flessione dello 0,7%.

I piccoli negozi sono insostituibili

Le distanze si allargano considerando il confronto tra il 2019 e il 2024. Se le vendite online sono aumentate del 72,4% e quelle della grande distribuzione, trainate dal settore alimentare, del 16,4%, i negozi di vicinato hanno registrato un modesto +2,9% e le vendite al di fuori dei negozi sono diminuite del 4,1%.

In pratica, il commercio online aumenta la sua quota di mercato, ma i negozi tradizionali, seppur in difficoltà, continuano a generare la maggior parte del fatturato delle vendite al dettaglio, a beneficio dell’occupazione, del tessuto urbano e della qualità della vita.

Un italiano su due acquista online

Le esperienze internazionali dimostrano che nei Paesi dove la regolazione è molto debole e la pressione fiscale più alta, il commercio online cresce più rapidamente. Diversamente, dove esiste un tessuto commerciale urbano forte e si adottano politiche di sostegno, il negozio di vicinato resiste meglio.

Secondo i dati Eurostat nel 2024 il 53,6% degli italiani ha realizzato un acquisto online di beni o servizi. Tra i 27 Paesi UE solo la Bulgaria presenta una quota di persone sul totale nazionale (49,8%) inferiore. La media europea tocca il 71,8%, con punte del 90,8% in Danimarca, del 94% nei Paesi Bassi e del 94,7% in Irlanda.
Rispetto a 10 anni prima, la variazione in Italia è del +31,3%, contro una media UE27 del +25,6%.

Trento e Aosta al top

Gli ultimi dati Istat riferiti al 2024 mostrano come la percentuale più elevata di residenti che negli ultimi 12 mesi ha effettuato un acquisto online si trova nella Provincia Autonoma di Trento (49,2%, pari a 268.000 consumatori). Seguono Valle d’Aosta (47,2%, 58.000), Toscana (47%, 1.722.000) e Friuli Venezia Giulia (46,4%, 554.000). Chiude la graduatoria nazionale la Calabria, con il 27,6%, pari a 507.000 consumatori.

Insomma, se l’e-commerce è un fenomeno strutturale non è detto che la sua diffusione porterà alla cancellazione dei negozi di prossimità. Ciò che manca è una cornice politica ed economica che permetta alle piccole attività locali di competere su parametri equi, riconoscendone il valore economico e sociale.

Case “dormienti”: sono 8,5 milioni le abitazioni inutilizzate

In Italia il 25,7% delle abitazioni intestate a persone fisiche è un patrimonio di case non utilizzate: 8,5 milioni di case. Tra queste, 5,8 milioni di case non primarie utilizzate per soggiorni brevi o non locate, quasi 1,4 milioni prive persino di allacciamento alle reti di energia e acqua e quasi 1,3 milioni dagli utilizzi indefiniti e non presenti nelle dichiarazioni dei redditi.

È quanto emerge dal 4° Rapporto Federproprietà-Censis “Case dormienti, una ricchezza sommersa. Proposte per risvegliare il mercato degli affitti non turistici in Italia”.
Per l’80% degli italiani immettere nel mercato delle locazioni le case dormienti è un’ottima soluzione, per il 14,2% non lo è, mentre il 5,8% non ha un’opinione in merito.

Paura dei proprietari e morosità degli inquilini

Per l’82,9% degli italiani è la paura di non rientrare in possesso della propria abitazione in caso di morosità dell’inquilino a trattenere i proprietari dal locare gli immobili. Per il 66%, poi, non si devono penalizzare fiscalmente i proprietari che lasciano gli immobili inutilizzati, mentre il 28,3% pensa che sarebbe opportuno e il 5,7% non sa.

E se l ’86,4% dei cittadini è convinto che le procedure di sfratto, in caso di morosità, vanno di molto accelerate l’84% degli italiani è favorevole all’introduzione di una Banca dati nazionale degli inquilini morosi.

La pressione degli affitti brevi per turisti

Sono 691.372 le strutture ricettive registrate nella Banca dati del Ministero del Turismo: oltre il 71% sono alloggi privati in affitto gestiti in forma non imprenditoriale.

Molto più alta è la pressione su alcune aree delle maggiori città turistiche. A Roma per 1.000 abitanti nell’area del Centro Storico gli annunci per affitti brevi sono 105, la media cittadina è 12, a Milano per 1.000 residenti nel Centro Storico ci sono 35 annunci, con una media cittadina pari a 13, a Firenze per 1.000 abitanti gli annunci per affitti brevi nel Centro storico sono 139, mentre sono 33 a livello comunale, a Venezia per 1.000 abitanti gli annunci di affitti brevi nell’area Venezia-Burano-Murano (Venezia insulare) sono 105, la media del comune è 32.

L’accesso alla casa

Per il 94,1% degli italiani è molto difficile per i giovani acquistare casa senza supporto familiare. Lo pensa il 91,5% dei giovani, il 94,9% degli adulti e il 94,8% degli anziani. 
Per il 92% degli italiani occorrono misure per agevolare l’accesso alla proprietà della prima casa, perché rassicura le persone e genera stabilità nella società. A pensarlo è il 90,6% dei giovani, il 92,6% degli adulti e il 91,8% degli anziani. 

Quanto alle persone che vivono in case inadeguate o fatiscenti erano nel 2014 il 9,5% scendendo al 5,6% nel 2024. Inoltre, tra 2014 e 2024 le quote di famiglie con abitazioni con strutture danneggiate sono diminuite dal 13,2% al 9,8%, quelle con problemi di umidità dal 19,9% al 12,9% e quelle con scarsa luminosità dal 7,5% al 7,3%.