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Autore: pieroy17

Public Benefit: i benefici dell’integrazione nel welfare aziendale

In un mercato del lavoro segnato da inflazione, salari in crescita più lenta rispetto alla media europea e nuove esigenze sociali, le imprese possono trasformare bonus e agevolazioni pubbliche, i Public Benefit, in un valore concreto per lavoratori e organizzazioni.
Per valutare il potenziale dell’integrazione dei Public Benefit nel welfare aziendale Bonoos, operatore in ambito HR-tech, ha condotto un’indagine su 100 HR Manager di aziende con più di 250 dipendenti

Si stima che in media in Italia il 40% di chi potrebbe beneficiare di queste misure non lo faccia. Milioni di lavoratori italiani avrebbero quindi i requisiti per accedere a una vasta gamma di Public Benefit destinati a persone e famiglie. Tuttavia, solo una parte è consapevole di queste opportunità.
Per questo motivo, integrare i Public Benefit nel welfare aziendale può diventare decisivo.

Sostenere il reddito dei collaboratori è una leva strategica

Anche chi è a conoscenza dei Public Benefit spesso rinuncia a utilizzarle. Le procedure sono complesse, la burocrazia scoraggia e la percezione di ‘non averne diritto’ porta molti a non richiedere ciò che spetterebbe.
Scarsa informazione, difficoltà amministrative e convinzioni errate alimentano il fenomeno del non take-up, che genera il cosiddetto ‘welfare non riscosso’.

L’integrazione fra Public Benefit e welfare aziendale, quindi, è sempre più rilevante in un contesto in cui sostenere il reddito dei collaboratori rappresenta una leva fondamentale per engagement, retention e benessere.
A oggi quasi il 20% delle aziende offre già servizi per facilitare l’accesso ai Public Benefit.  I Fringe Benefit risultano la formula più diffusa (76%), seguiti dai Flexible Benefit (44%).

HR Manager consapevoli, ma ancora poco informati

L’integrazione dei Public Benefit è considerata logica e semplice, soprattutto per le imprese che dispongono già di un portale di welfare.
Oltre 6 HR Manager su 10 conoscono i Public Benefit anche senza offrirli ai dipendenti, e la consapevolezza sale al 71% considerando l’intero campione.

La conoscenza rimane però iniziale. Il 75% degli HR Manager non sa quanti bonus siano effettivamente disponibili in Italia. Molti li stimano tra 100 e 200, mentre Bonoos ne ha mappati oltre 1.000, riguardanti famiglia, salute, disabilità, istruzione, mobilità sostenibile, tempo libero e casa.
Solo 4 HR Manager su 10 sanno che il valore potenziale dei Public Benefit può superare 1.000 euro annui pro capite. E il 60% è disposto a introdurli o mantenerli nel proprio piano di welfare. 

Il driver principale è il vantaggio economico

La propensione aumenta tra le aziende che hanno già iniziato un percorso di integrazione o dispongono di un piano strutturato.
Il principale driver è il vantaggio economico per i lavoratori.

Tra i benefici percepiti dalle aziende emergono maggiore soddisfazione dei dipendenti, miglioramento del clima interno (nelle aziende già dotate di piani di welfare), sostegno concreto e misurabile al reddito, generabile senza costi aggiuntivi per l’impresa, rafforzamento e ampliamento dell’offerta di welfare.
Quasi 8 HR Manager su 10 ritengono che i lavoratori accoglierebbero favorevolmente l’introduzione di questi servizi. Per i dipendenti, l’accesso ai Public Benefit significa maggiore potere d’acquisto, più supporto alla vita quotidiana e un contributo reale al benessere complessivo.

Errori in cucina: le nuove indicazioni dell’Iss per stare tranquilli a tavola

A volte pensiamo di conoscere la nostra cucina come le nostre tasche. Apriamo una dispensa, afferriamo una pentola, scongeliamo qualcosa “come si è sempre fatto” e via.

E invece no: basta leggere i risultati del questionario “Mangiasicuro!”, realizzato dall’Istituto Superiore di Sanità nell’ambito del progetto sulla sicurezza alimentare casalinga, per capire che molti di noi, senza volerlo, compiono errori che potrebbero compromettere la qualità dei cibi. E diciamolo: nessuno nasce imparato, soprattutto quando si tratta di frigo, padelle e temperature.

Piccoli gesti quotidiani che contano più di quanto pensiamo

Una cosa che sorprende sempre molti? Le spugnette. Quelle povere spugne che usiamo ogni giorno e che, alla fine, sono un vero rifugio per i batteri. Oppure le padelle antiaderenti: ci affezioniamo, le teniamo finché non cadono a pezzi, ma appena il rivestimento si graffia non dovremmo più usarle. E poi ci sono convinzioni dure a morire, come quella di lavare il pollo crudo sotto l’acqua corrente: sembra un gesto di pulizia, invece è il modo migliore per spargere germi ovunque.

E il pesce? Se lo conserviamo troppo a lungo rischiamo la formazione di istamina, una sostanza tossica che non se ne va nemmeno con la cottura. Quanto alla cottura “spinta”, quella divorata dalle fiamme del grill o dimenticata in forno, può portare alla formazione di acrilammide, che sarebbe meglio non avere nel piatto.

Le dieci buone regole dell’Iss

Per mettere ordine tra dubbi e false certezze, l’Istituto Superiore di Sanità ha preparato dieci semplici linee guida. Nulla di complicato, solo buone abitudini da inserire nel nostro tran tran quotidiano.

  1. Quando la padella antiaderente si rovina, meglio salutarla.
  2. La spugnetta va pulita spesso, disinfettata ogni settimana e cambiata una volta al mese.
  3. Il frigo non è un “deposito libero”: uova nella loro confezione sul ripiano centrale, cibi cotti e crudi separati, affettati e formaggi in uno spazio dedicato.
  4. Lo scongelamento va fatto in frigo, non lasciato al destino sul piano della cucina.
  5. Taglieri diversi per alimenti diversi, oppure una bella lavata tra un uso e l’altro.
  6. Il pollo crudo non va lavato, mai.
  7. Il pesce fresco va consumato rapidamente e quello in scatola, una volta aperto, non va dimenticato.
  8. Non tutti i pronti da mangiare si mangiano davvero così: leggere l’etichetta aiuta.
  9. Niente cibi bruciacchiati, soprattutto se ricchi di amido.
  10. A tavola vale la regola del “cambiare spesso”: più varietà, più verdure, più cereali integrali e legumi almeno due volte alla settimana.

Mettersi ai fornelli con più consapevolezza

Alla fine, non si tratta di complicare la vita a nessuno. Sono accorgimenti semplici, che richiedono solo un po’ di attenzione in più. Cucinare è uno dei modi più spontanei e affettuosi per prendersi cura degli altri: farlo in sicurezza rende ogni piatto una piccola coccola.

Transizione verde: un’opportunità per rafforzare economia e società

Nel recupero di materia l’Italia dà il meglio di sé. Secondo Eurostat, la nostra capacità nell’avvio a riciclo dei rifiuti totali, sia urbani sia speciali, ha raggiunto il 92,6% nel 2023. Un tasso superiore a quello delle altre grandi economie europee, come Francia (81,5%), Germania e Spagna (75,5%), e alla media UE-27 (60%).

Quanto alla distribuzione per macro-aree geografiche delle imprese eco-investitrici dei settori dell’industria e dei servizi, nel periodo 2019-2024 si evidenzia una differenziazione geografica maggiore, sia rispetto al periodo 2019-2023 sia a quello precedente (2014-2018). Emerge dal 16° Rapporto GreenItaly, realizzato da Fondazione Symbola, Unioncamere e Centro Studi Tagliacarne.

Riciclo imballaggi a quota 76,7%

Nel riciclo degli imballaggi l’Italia ha raggiunto la quota effettiva del 76,7% (2024). Il dato consolida la leadership europea, già confermata dal raggiungimento con 10 anni di anticipo dell’obiettivo europeo di riciclo complessivo per il 2030.

Le filiere più virtuose sono quelle della carta (92,4%), del vetro (80,3%) e dell’acciaio (86,4%).
La filiera degli imballaggi in plastica biodegradabile e compostabile, con un tasso di riciclo del 57,8%, è insieme alla plastica tradizionale (50,8%) il settore con il più rapido tasso di crescita.

“Le imprese che investono in tecnologie net-zero riducono le emissioni e performano meglio”

“La transizione green non è più soltanto una scelta etica o ambientale: è il nuovo spazio dove si misurano competitività, produttività e capacità industriale dei Paesi – commenta il presidente di Unioncamere, Andrea Prete -. Oggi lo vediamo con chiarezza: le imprese che investono con oculatezza e concretezza in tecnologie net-zero, dall’efficienza energetica ai materiali circolari, dai sistemi fotovoltaici di nuova generazione all’idrogeno, non solo riducono le emissioni ma performano meglio. Le nostre analisi recenti mostrano che le aziende europee che detengono brevetti in tecnologie green strategiche registrano in media un livello di produttività più alto del 17%, rispetto alle altre imprese che hanno sempre brevetti ma non green”.

Manca la disponibilità di professionisti qualificati

Nel periodo 2019-2024 sono 578.450 le imprese extra-agricole che hanno effettuato eco investimenti, il 38,7% del totale, ovvero, più di 1 impresa su 3.
Nel 2024 i green jobs sono 3.298 mila unità, in crescita del 4,3% (+135mila) rispetto al 2023, con una quota sul totale degli occupati pari al 13,8%.

“Il green, quindi, può rappresentare un moltiplicatore di valore – aggiunge Prete -. Il vero limite oggi non è la volontà delle imprese, che in Italia stanno dimostrando di credere nella sostenibilità come leva di crescita, ma la disponibilità di professionisti qualificati. Le imprese incontrano difficoltà di reperimento per oltre la metà dei green jobs ricercati, e questo blocca gli investimenti. Per questo la sfida non è ‘se’ fare la transizione, ma ‘come’ farla diventare un fattore di competitività nazionale”.

Lavoro e calo demografico: le previsioni al 2050

Invecchiamento della popolazione e calo delle nascite impattano sulla disponibilità di forza lavoro. Si riduce infatti la popolazione che può entrare nel mercato del lavoro una volta superata la fase della formazione, e l’aumento del livello di istruzione ne ritarda a sua volta l’ingresso.
L’allungamento della vita media comporta poi l’aumento delle persone attive (occupati e disoccupati) oltre i 65 anni di età, non solo per l’innalzamento graduale dell’età pensionabile, ma anche per necessità economica.

Tutto ciò ha conseguenze dirette sulla capacità produttiva generale del Paese e la sostenibilità dei sistemi pensionistici e di welfare. Secondo il modello sviluppato dall’Istat, nonostante il previsto aumento dei tassi di attività, la dimensione della popolazione attiva subirà un calo progressivo, che toccherà il- -9,1% nel 2050. 

Differenza di genere ed età lavorativa

Dall’inizio degli anni Duemila, la quota di popolazione di 15-64 anni sul totale della popolazione si è ridotta dal 66,7% nel 2004 al 63,5% nel 2024 (-3,2%) e si prevede che scenderà al 54,3% nel 2050 (-9,1% vs 2024).
Dal 2004 al 2024, per gli uomini la quota di 15-64enni è scesa dal 68,6% al 65,2% e arriverà a 57,1% nel 2050. Le donne in età lavorativa sono diminuite da 64,9% a 61,8% e raggiungeranno il 51,6% nel 2050.

Sul piano demografico, l’attuale differenza di genere nella popolazione in età attiva si deve al rapporto tra i sessi alla nascita favorevole agli uomini, ma anche a una più elevata componente maschile nelle immigrazioni dall’estero degli ultimi 20-25 anni

Tasso di attività salirà al 73,2%

Il tasso di attività totale della popolazione di 15-64 anni in Italia è salito dal 62,5% del 2004 al 66,6% del 2024, un incremento trainato soprattutto dalla maggiore partecipazione femminile al mercato del lavoro. ma nonostante questi progressi, l’Italia continua a registrare tassi di attività inferiori rispetto ad altri Paesi europei.

Nel 2024 si osserva poi una marcata disparità tra uomini e donne: il tasso di attività maschile si attesta al 75,6%, mentre quello femminile al 57,6%, per un divario del 18%. Nel 2050 il tasso di attività totale potrebbe raggiungere il 73,2%, con un divario comunque significativo, e valori pari al 79,3% per gli uomini e al 66,5% per le donne.

I 15-64enni saranno meno di 30 milioni

Si prevede, inoltre, che i 15-64enni diminuiscano costantemente, da 37,2 milioni nel 2024 a meno di 30 nel 2050 (-21%), con un calo più marcato per la popolazione femminile.
Gli uomini passeranno dai circa 18,7 milioni del 2024 a 15,5 nel 2050 (-17%) e le donne da 18,6 a 14 milioni (-24,4%).

All’interno di questo calo demografico la popolazione attiva subirà una riduzione più contenuta rispetto a quella complessiva, I maschi attivi scenderanno da 14,1 a 12,3 milioni, mentre le donne attive da 10,7 a 9,3 milioni (circa -13% per entrambi i sessi).
A subire la diminuzione più pronunciata sarebbero quindi gli individui non attivi, soprattutto donne, la cui popolazione scenderebbe da 7,9 a 4,7 milioni (-40,3%). 

Imprese: il III trimestre 2025 chiude con +17mila attività

Tra luglio e settembre 2025 il saldo attività economiche Registro delle imprese delle Camere di Commercio è positivo e pari +16.920.
Al saldo corrisponde un tasso di crescita nazionale del +0,29% rispetto al +0,26% registrato nello stesso periodo del 2024.

In base a Movimprese, l’analisi trimestrale condotta da Unioncamere e InfoCamere, è il risultato della differenza fra 61.257 nuove iscrizioni e 44.337 cessazioni di attività, numeri che mostrano un rafforzamento della vitalità del sistema imprenditoriale italiano. 
Il motore della crescita continua a essere rappresentato dalle Società di capitali, che nel trimestre estivo generano la quasi totalità dell’incremento dello stock. Con 14.548 unità in più e un tasso del +0,75% (+0,72% nel 2024), questa forma giuridica si conferma la scelta privilegiata dai neo-imprenditori.

Segnali di ripresa per le realtà individuali

La dinamica complessiva è trainata soprattutto dalle imprese costituite in tipologie societarie, che determinano l’86% della crescita, e da quelle operanti nei settori dei servizi.
Persistono invece le difficoltà tra le imprese costituite in forma individuale e tra quelle dei comparti storicamente più rilevanti (Manifattura, Commercio, Agricoltura).

Segnali di ripresa anche per le imprese individuali, che pur continuando ad attrarre il maggior numero di nuove iscrizioni (57% del totale nuove imprese), contribuiscono al saldo con +3.507 unità, pari al +0,12% nel trimestre. Le Società di persone continuano invece nella fase di declino: -1.370 unità, pari al -0,17%.

Dinamiche settoriali, finanziarie e assicurazioni guidano la classifica

Quanto alla dinamica settoriale, l’incremento maggiore in termini percentuali si osserva nelle Attività finanziarie e assicurative, che guidano la classifica con un tasso del +1,56%, seguite da Fornitura di energia elettrica, gas, vapore e aria condizionata (+1,43%) e Istruzione (+1,06%).

In forte espansione anche le attività legate a Noleggio, agenzie di viaggio e servizi di supporto alle imprese (+0,81%) e il comparto del Trasporto e magazzinaggio (+0,70%). Si conferma invece la stagnazione per settori tradizionali come Commercio e Attività manifatturiere, entrambi con una variazione percentuale prossima allo zero (-0,03%).
Le Costruzioni, invece, garantiscono il contributo più elevato in termini assoluti, chiudendo il trimestre con un saldo di +3.317 imprese, seguite da Alloggio e ristorazione (+2.797) e imprese professionali, scientifiche, tecniche (+2.489).

Balzo in avanti per il comparto artigiano

Il comparto artigiano inverte la tendenza negativa degli anni precedenti e si mostra in ripresa. Il saldo del III trimestre attesta +1.888 unità, con un tasso di crescita dello 0,15%. Questo netto balzo in avanti rispetto al +0,09% tendenziale è trainato principalmente dalle Costruzioni (+1.224 unità, +0,25%) mentre persistono le difficoltà delle attività manifatturiere (-707 imprese).

A livello territoriale la crescita appare diffusa, ma è il Centro Italia l’area più dinamica (+0,35%) con +4.221 imprese, mentre Sud e Isole registrano il saldo assoluto più consistente (+6.202, +0,31%), grazie, in particolare, alla performance della Sicilia (+0,45%).
Tra le province, si distinguono per tasso di crescita Ragusa (+0,67%), Roma (+0,57%) e Milano (+0,55%).

PMI europee: le ambizioni sull’AI sono in conflitto con la realtà operativa 

In Europa quasi il 50% dei 25 milioni di Pmi utilizza quotidianamente strumenti di GenAI, come ChatGPT, ma l’uso di sistemi fondamentali rimane scarso.
Solo il 24% utilizza software di contabilità digitale e appena il 22% piattaforme di videoconferenza. La gestione documentale digitale raggiunge il 29% e gli strumenti di analisi dati il 27%. 

Sebbene la trasformazione digitale sia al centro del dibattito pubblico, lo scenario delle Pmi europee è paradossale. Pur faticando con le sfide fondamentali della digitalizzazione le imprese stanno adottando rapidamente strumenti di AI. In un contesto di incertezza economica, ciò crea un divario tra ambizioni digitali e realtà operative. 
Emerge da un nuovo osservatorio di Qonto, realizzato in collaborazione con Appinio.

Diffusa consapevolezza… ma non c’è fretta

La diffusa consapevolezza maschera una mancanza di urgenza che potrebbe rendere milioni di imprese vulnerabili alla disruption digitale.
Il divario è infatti ancora più evidente considerando gli strumenti digitali adottati.

Nonostante il 92% le Pmi europee consideri digitalizzazione e AI importanti per il business, solo il 62% le considera cruciali per il futuro.
Ciò significa che per quasi 4 aziende su 10 (38%) AI e digitalizzazione sono ‘abbastanza’ importanti, ma non prioritarie. E solo il 19% dispone di una chiara strategia e di risorse sufficienti. 
In Italia, nonostante il 77% delle Pmi ne riconosca la rilevanza, solo il 59% considera la digitalizzazione. 

Imprese (im)preparate

Quasi 7 Pmi italiane su 10 (68%) si dichiarano pronte per la trasformazione digitale: un dato che colloca l’Italia al secondo posto in Europa dopo la Germania.
Nell’area UE, solo il 60% delle Pmi si considera ben preparato alla trasformazione digitale, mentre circa 10 milioni di aziende (40%) si sentono solo poco o per nulla pronte.
Tra queste, il 10% (2,4 milioni) non è affatto preparato. 

In Italia, l’adozione di strumenti di AI, come i generatori automatici di testo o immagini, è in linea con la media europea (46%), ma il Paese registra anche il più alto tasso di stagnazione digitale.
Il 12% delle Pmi non ha introdotto nessuna nuova tecnologia. Per chi ha abbracciato l’innovazione, i punti di forza restano gestione documentale (32%), strumenti di data analytics/business intelligence (30%), marketing automatizzato (27%).

Cosa ostacola il cambiamento

In Italia il 52% delle Pmi risparmia almeno 10 ore settimanali grazie all’automazione, un dato in linea con la media europea (52,7%), mentre il 12% ne guadagna oltre 20.
A livello europeo, una Pmi su dieci risparmia più di 20 ore, pari a mezza settimana lavorativa, e il 53% ne guadagna almeno 10. 

Le Pmi italiane, pur con timori nella media (31% sicurezza delle soluzioni digitali, 28% competenze tecniche), sono le uniche in Europa a citare la resistenza interna al cambiamento (22%) come uno dei tre principali ostacoli alla digitalizzazione. In Europa, i principali freni sono sicurezza (33%), gap di competenze (28%), regolamentazione (25%). 

Lavoro: l’engagement favorisce la produttività e garantisce futuro alle imprese

Se lo stipendio resta il nodo centrale, i lavoratori non guardano più solo al portafoglio. Quattro su dieci vorrebbero più benessere e condizioni di lavoro migliori, il 32,0% benefit aziendali, e il 26,9% maggiore flessibilità oraria e smartworking.

È fondamentale che le aziende comprendano come trasformare motivazione e coinvolgimento in leve strategiche per aumentare l’engagement, e di conseguenza, la produttività. Tra le possibili strategie, il 54,0% degli occupati chiede una retribuzione più competitiva. 
È quanto emerge dall’indagine “Engagement e produttività. Più produttività attraverso la leva della motivazione e del coinvolgimento sul posto di lavoro”, realizzata dal Censis e commissionata da Philip Morris Italia.

L’età incide sulla motivazione

Il 79,3% degli occupati si sente molto o abbastanza motivato. Tra di essi i più coinvolti sono gli over55, che cresciuti con l’idea del lavoro come valore identitario, dichiarano di essere molto motivati (37,5%).

Tuttavia, tra 18 e 44 anni la motivazione cala. In questa fascia d’età solo il 24,3% dichiara molto interesse verso la propria occupazione. Tra i fattori che possono portare una persona a perdere interesse per il proprio percorso professionale rientra il disallineamento tra le competenze possedute e le richieste del lavoro. Solo il 27,2% percepisce competenze pienamente allineate al ruolo che ricopre, mentre il 13,7% segnala forte disallineamento.
Anche questo fattore pesa di più sui 18-34enni (16,8%) rispetto agli over55 (6,3%).

Per gli over55 il lavoro è al centro della vita 

Quasi la metà degli intervistati (47,8%) afferma che il lavoro ha perso centralità o non è mai stato una priorità. A trainare questa visione sono i 18-44enni (54,1%), mentre il 66,3% dei senior resta ancorato al modello tradizionale. Emerge con forza la sensazione di disincanto, che mette sempre più in discussione il concetto tradizionale di lavoro come fulcro della vita sociale e personale. È quasi la metà dei lavoratori dipendenti a sentirsi regolarmente o sporadicamente distaccato, o poco coinvolto, durante le proprie attività lavorative, ma ancora più critico è il dato sui giovani: più della metà (53,9%) avverte questo problema.

A distanza di quasi 20 punti percentuali si pone invece la fascia degli over55 (34,4%), dimostrando maggiore coinvolgimento e stabilità emotiva nel rapporto con il lavoro.

Turnover e calo della produttività

Il disengagement si traduce in un dato eloquente: il 44,3% dei dipendenti ha considerato di cambiare occupazione. La percentuale tocca il 64,6% tra i più giovani.
Tra i motivi che spingono a considerare la possibilità di un cambio di lavoro i principali sono aumento del reddito (39,5%), stress o carico di lavoro eccessivo (28,7%), maggiore soddisfazione professionale (21,5%).

La disaffezione al lavoro implica quindi una serie di sfide per l’azienda, che può veder calare produttività e qualità delle prestazioni, contemporaneamente a un aumento del turnover.
Un lavoratore su tre (33,3%) crede che il disimpegno abbia un impatto significativo sui risultati dell’azienda in cui lavora, riducendo la produttività in modo evidente. Convinzione particolarmente diffusa negli over55 (45,2%), molto meno tra i più giovani (25,4%).

Retail Media: lo sviluppo della pubblicità nei negozi e online

Negli ultimi anni si sente parlare sempre più spesso di Retail Media, un termine che può sembrare tecnico ma che, in realtà, riguarda tutti noi ogni volta che facciamo la spesa o acquistiamo online. In poche parole, è il modo in cui i retailer – cioè supermercati, catene di elettronica, farmacie e piattaforme digitali – mettono a disposizione spazi e dati per permettere ai brand di comunicare direttamente con i consumatori.

Il mercato sta crescendo a ritmi impressionanti: nel 2024 in Italia ha generato circa 510 milioni di euro di investimenti pubblicitari e nel 2025 dovrebbe sfiorare i 640 milioni, con un balzo del 27%. Una spinta che arriva dai grandi player dell’eCommerce e da tante nuove iniziative dei retailer, soprattutto nel food, nella tecnologia e nel beauty.

Come funziona davvero

Il Retail Media non è solo cartelloni nei negozi. È un insieme di strumenti che spaziano da schermi digitali e radio in-store, alle pubblicità su siti e app dei retailer, fino a campagne su piattaforme esterne che però usano i dati raccolti dai negozi.

La vera novità è l’approccio: non si tratta di messaggi generici, ma di comunicazioni mirate e personalizzate in base ai comportamenti dei clienti. Questo consente alle aziende di misurare con precisione quanto una campagna influisca sulle vendite.

I problemi da risolvere

Nonostante l’entusiasmo, il settore ha ancora qualche nodo da sciogliere. Il primo è la frammentazione: troppi operatori diversi rendono complicata la gestione delle campagne. Poi c’è la questione delle competenze: i retailer devono imparare a muoversi come veri e propri editori, gestendo spazi e dati con logiche nuove.

Infine, manca un linguaggio comune per valutare i risultati: senza metriche condivise, è difficile per le aziende avere fiducia negli investimenti.

L’importanza della misurazione

Perché il Retail Media diventi davvero un pilastro della comunicazione, serve un sistema di misurazione chiaro, che vada oltre i semplici clic e visualizzazioni. Indicatori più evoluti, capaci di raccontare l’impatto reale di una campagna, possono fare la differenza. È questo il passo necessario per rendere il settore credibile e competitivo al pari degli altri canali pubblicitari.

Il futuro sarà fatto di integrazione

Oggi il canale più forte è quello online, sui siti e le app dei retailer, che garantiscono conversioni e dati chiari. L’off-site – cioè le campagne su piattaforme esterne – è utile per rafforzare i marchi, mentre i negozi fisici stanno vivendo una vera trasformazione digitale.

Il futuro sarà fatto di integrazione: unire tutti questi mondi, mettendo al centro i dati e l’esperienza del cliente, permetterà al Retail Media di esprimere davvero tutto il suo potenziale.

Economia circolare: le imprese italiane oggi puntano sulla sostenibilità

Nonostante il contesto macroeconomico complesso, per molte imprese italiane la transizione ecologica è una leva concreta di crescita e competitività. Le tensioni geopolitiche, l’incertezza legata ai dazi e l’aumento dei costi delle materie prime e dell’energia non rallentano il passo sugli investimenti in sostenibilità degli imprenditori italiani. 

Nel 2025 il 72% delle imprese italiane ha realizzato almeno un investimento in sostenibilità ambientale, economia circolare o efficienza energetica, +3% rispetto al 2024.
Per un’azienda su due l’inflazione e i dazi avranno un impatto poco significativo sugli investimenti e il 20% prevede di aumentarli. Lo conferma la IV edizione dell’Osservatorio Clean Technology 2025, realizzata da Eumetra per Haiki+ e Innovatec.

Una visione imprenditoriale capace di guardare oltre

La portata degli investimenti conferma questa tendenza. Un’azienda su due destina tra l’1% e il 5% del fatturato ad azioni sostenibili, con un coinvolgimento diffuso anche tra le realtà di dimensioni più contenute. Questo impegno, pur nella gradualità, segna un’evoluzione concreta verso modelli produttivi più efficienti e circolari.

Tra le aree di maggiore investimento emerge l’efficienza energetica (65% delle imprese), ma il vero balzo lo registra l’economia circolare: dal 16% del 2023 al 27% nel 2025. Le pratiche più diffuse? Riciclo degli scarti di produzione (82 %) e l’uso di materiali riciclati (77 %).
Quasi tutte le imprese vedono nei progetti green una fonte di valore: il 77% si aspetta benefici sul proprio business e il 55% li ha già ottenuti.

I vantaggi più tangibili

Risparmi sui costi grazie a una maggiore efficienza (70%), miglioramento della redditività (31%) e più facile accesso al credito (20%) sono i vantaggi più immediati. Ma alcune imprese hanno già segnalato effetti positivi su finanziamenti dedicati (11%) o sul rating finanziario (9%).
Non meno rilevante l’aspetto reputazionale: per il 60% delle imprese la propria immagine è migliorata, anche se il 70% si aspettava un impatto ancora maggiore.

Ma la sostenibilità non è solo una scelta etica, è anche un acceleratore di innovazione. (72%), e i criteri ESG vengono considerati strategici dal 66% delle imprese, a conferma di un cambio di prospettiva che integra ambiente, società e governance nelle decisioni di investimento.

Non mancano le difficoltà

Le principali barriere sono costi elevati e scarsa disponibilità di incentivi, oltre a una normativa giudicata complicata o inadeguata da 4 aziende su 10.
Quanto al tema delle competenze nel 2023 riguardava quasi la metà delle imprese, mentre oggi interessa una su 4. Un segnale positivo, anche se resta ancora molto da fare.

Altro punto debole è la mancanza di piani industriali strutturati. Solo il 16% delle piccole imprese e il 35% delle medie-grandi ha definito obiettivi chiari e misurabili in materia di sostenibilità. 
Più della metà delle imprese (57%), poi, considera il PNRR un’opportunità, ma nella pratica l’accesso resta complesso. Il 54% non ha presentato domanda perché i progetti non rientravano nelle aree prioritarie, e solo il 4% ha ottenuto finanziamenti.

Vacanze: per gli italiani l’auto è il mezzo per vivere l’estate

A raccontarlo è AutoScout24: con la playlist estiva in sottofondo gli italiani sono pronti a lasciare tutto alle spalle per inseguire il blu del Sud Italia e delle Isole.
Tra prenotazioni anticipate e partenze last minute le vacanze d’agosto 2025 si preparano all’insegna della strada e della libertà. Le vacanze dureranno almeno due settimane, e per molti, il viaggio sarà tutt’altro che breve. 

Oltre la metà degli italiani (55%) partirà proprio ad agosto e tra chi ha già scelto la destinazione, l’auto sarà protagonista (76%).
Un dato che conferma la voglia di indipendenza e flessibilità, tanto che il 62% affronterà il viaggio con la propria macchina o con quella di amici e familiari, mentre il 14% sceglierà di affidarsi al noleggio.

Voglia di sole e relax

L’80% degli italiani sceglierà di restare entro i confini nazionali, preferendo l’Italia a destinazioni europee ed extra-europee.
A guidare la scelta è la voglia di relax e di sole: quasi la metà degli intervistati ha indicato il mare come rifugio ideale dalle fatiche lavorative.

In cima alla classifica, la Sicilia, con il 28% delle preferenze, seguita da Calabria, Puglia, Toscana e Lazio, che continuano a fare breccia nei cuori dei vacanzieri per il loro mix di paesaggi, cultura e tradizioni.
E per molti non si tratta di una semplice pausa. Il 58% degli italiani si prenderà due o più settimane di ferie, immergendosi in un periodo di vero stacco. 

Un tour itinerante prenotando lo stretto necessario

C’è poi chi preferisce una singola destinazione per rilassarsi senza pensieri (47%) e chi ha scelto un tour itinerante con almeno tre tappe per scoprire luoghi diversi giorno dopo giorno.

Anche il livello di organizzazione è variabile. La maggioranza (69%) ha prenotato solo lo stretto necessario, lasciando spazio all’improvvisazione. A rendere tutto questo possibile è ancora una volta l’automobile (90%), il mezzo ideale per costruire un viaggio on the road attraversando più città (18%).
Il 73% degli italiani sceglierà poi di partire con il/la partner, il 19% con la famiglia e i figli, l’8% con i genitori e una piccola, ma decisa, percentuale di solitari (5%) è pronta a partire da sola.

Compagni di viaggio cercasi

In generale, le persone che partiranno in auto sono soddisfatte della compagnia (il 94% non cambierebbe i propri passeggeri), ma se si tratta di scegliere chi non avere a bordo le idee sono ancora più chiare.
Al primo posto tra gli “indesiderati” ci sono i logorroici (42%), temuti più dei silenziosi (12%), che rischiano di rendere il viaggio noioso per il motivo opposto.

Anche bambini e animali vengono indicati da molti come passeggeri complicati (entrambi 21%), seguiti dai suoceri. E niente passaggi agli sconosciuti: l’85% non si fida a caricare autostoppisti.
Uno dei piaceri irrinunciabili del viaggio on the road però è la musica. Anche se solo il 15% degli italiani preparerà una playlist ad hoc per le vacanze, saranno in molti a lasciarsi trasportare dalle hit del momento lungo il percorso.