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I Crypto-asset sono sempre più diffusi, non solo per investimenti leciti

Se n’è parlato durante il convegno ‘Utilizzo lecito e illecito dei crypto-asset’, organizzato dall’Osservatorio Blockchain and Web3 della School of Management del Politecnico di Milano, in collaborazione con l’Arma dei Carabinieri e la Guardia di Finanza.

In Italia i crypto-asset sono sempre più utilizzati, sia per scopi legittimi, come transazioni finanziarie, investimenti, pagamento di beni/servizi, tokenizzazione di asset e partecipazione a progetti DeFi, sia per attività illegali (riciclaggio di denaro, finanziamento del terrorismo, traffico di droga, compravendita di beni illeciti su dark web e social network).
Sono infatti già 3,6 milioni gli italiani in possesso di crypto-asset, il 41% come forma di investimento, il 18% per acquistare prodotti/servizi online, e solo il 10% per interagire con altri asset/applicazioni digitali. Ma in generale solo un italiano su tre dichiara di conoscerli bene.

Ottimo investimento, ma non mancano i problemi

Se per alcuni i crypto-asset sono stati un ottimo investimento, per altri non sono mancati i problemi. Il 50% riferisce esperienze negative: il 20% per problemi nel pagamento con criptovalute, il 18% durante l’acquisto, e il 13% per cyberattacchi (ad esempio, phishing).

“Le transazioni digitali e i crypto-asset hanno avviato negli ultimi anni una vera e propria rivoluzione finanziaria – commenta Donatella Sciuto, rettrice del Politecnico di Milano -. Parliamo di temi che sono al centro di importanti dibattiti a livello nazionale e che chiamano a raccolta una larga fetta di attori economici e sociali: dalle banche alle imprese ai soggetti che agiscono a tutela e nell’interesse della collettività, quali le Forze dell’Ordine e le autorità giudiziarie”.

Un nuovo modello economico che garantisca trasparenza e legittimità

“L’adozione dei crypto-asset rappresenta un’opportunità significativa per la trasformazione del settore finanziario e la nascita di nuovi modelli economici – spiega Valeria Portale, direttrice dell’Osservatorio Blockchain & Web3 del Politecnico di Milano -. Tuttavia, per garantire una crescita sostenibile, è essenziale che il loro utilizzo avvenga all’interno di un quadro normativo ben definito, che promuova trasparenza e sicurezza e garantisca la legittimità dell’operato”.

Secondo Francesco Bruschi, direttore dell’Osservatorio Blockchain & Web3, “La blockchain è uno strumento potente anche per il monitoraggio delle attività illecite, grazie alla trasparenza e all’immutabilità dei dati che essa garantisce. Il nostro obiettivo è rendere sempre più efficace la collaborazione tra attori del mercato e autorità di controllo per creare un ambiente sicuro e legale per lo sviluppo dei crypto-asset”.

I metodi per contrastare il cybercrimine

Durante il convegno, esponenti delle Forze dell’Ordine e dell’Autorità Giudiziaria hanno affrontato il tema del contrasto al cybercrime legato ai crypto-asset. Sono stati discussi i metodi utilizzati dalle organizzazioni criminali per riciclare denaro tramite criptovalute e DeFi, così come l’utilizzo illecito delle criptovalute nel dark web e nei social network.

Un faro è stato acceso anche sulle tecniche e gli strumenti impiegati per il sequestro e la confisca delle criptovalute, con particolare attenzione alle sfide investigative legate agli attacchi ransomware e al monitoraggio delle transazioni sospette.
Insomma, nonostante l’entusiasmo per l’innovazione, non mancano infatti le criticità.

Real estate, più dinamiche le compravendite degli affitti. Ma non a Milano 

Nel secondo trimestre del 2024, il mercato delle compravendite di abitazioni ha mostrato una lieve ripresa rispetto al periodo precedente. Secondo i dati dell’Osservatorio del mercato immobiliare (Omi) dell’Agenzia delle Entrate, sono state vendute circa 186 mila abitazioni, con un incremento dell’1,2% rispetto allo stesso periodo del 2023. Questo dato segna un’inversione rispetto al calo del 7,2% registrato nel trimestre precedente.

Però, non tutte le città hanno beneficiato di questa ripresa: a Milano le compravendite sono diminuite del 7,3% e a Firenze dell’8,15%. Al contrario, Roma e Genova hanno mostrato un trend positivo, con un aumento rispettivamente del 3,4% e del 3,9%.

“Movimento” nelle aree del Nord e del Centro

L’aumento delle compravendite è stato più evidente nelle aree del Nord e del Centro Italia, dove i comuni minori hanno trainato la crescita con un aumento dell’1,6%. Al contrario, nelle città capoluogo la variazione è stata molto più contenuta, con un modesto +0,2%. I dati indicano che le abitazioni di piccole dimensioni, inferiori a 50 metri quadri, e quelle molto grandi, oltre i 115 metri quadri, sono state le più richieste, entrambe con una crescita di circa il 2%.

Mutui ipotecari in crescita

Un altro dato significativo riguarda l’utilizzo dei mutui ipotecari. Più del 40% degli acquirenti ha ricorso a un finanziamento per l’acquisto della propria casa, un aumento rispetto al trimestre precedente. Questo trend conferma una maggiore propensione degli acquirenti a utilizzare strumenti di credito per finanziare l’acquisto immobiliare.

Dinamiche delle principali città italiane

L’analisi delle otto principali città italiane mostra variazioni annuali leggermente negative, con risultati diversificati a seconda delle località. Se da un lato Roma e Genova registrano aumenti degli scambi, con tassi superiori al 3%, dall’altro Milano e Firenze segnano flessioni significative, superiori al 7%. Le diminuzioni sono state più contenute a Bologna e Torino, dove il calo delle compravendite è stato meno marcato.

Mercato delle locazioni in calo

Nel mercato delle locazioni, invece, si è verificata una diminuzione del 2,7% dei contratti di affitto registrati nel secondo trimestre del 2024 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Tuttavia, si evidenzia un aumento dei contratti transitori (+1,3%) e di quelli agevolati per studenti, con una crescita del 4,5% per le abitazioni locate interamente e un significativo +25,7% per le locazioni parziali. Complessivamente, i canoni di locazione hanno raggiunto oltre 1,3 miliardi di euro.

Rientro a scuola: quanto costa alle famiglie italiane?

Con l’approssimarsi della riapertura delle scuole, molte famiglie italiane stanno affrontando l’onere economico dell’acquisto di materiali scolastici e libri di testo. Quest’anno, i costi per il corredo scolastico e i libri hanno subito un notevole incremento rispetto al 2023, mettendo ulteriormente sotto pressione i bilanci familiari.

La spesa media per il corredo tocca i 647 euro

Secondo l’Osservatorio Nazionale Federconsumatori (O.N.F.), la spesa media per il corredo scolastico di ogni studente, che include zaini, astucci e altri materiali, si attesta intorno ai 647,00 euro, con un aumento del 6,6% rispetto all’anno precedente. In particolare, zaini con caratteristiche speciali, come quelli con trolley o con power bank integrato, risultano essere tra gli articoli più costosi. La crescente diffusione degli acquisti online ha permesso alle famiglie di risparmiare fino al 20% rispetto ai prezzi delle cartolibrerie tradizionali, sebbene la spesa rimanga comunque significativa.

Il caro libri

Il costo dei libri di testo rappresenta un’altra voce di spesa importante per le famiglie. Per l’anno scolastico in corso, l’investimento medio per i libri, inclusi due dizionari, è di circa 591,44 euro per studente, con un aumento del 18% rispetto al 2023. Questo incremento è più marcato per i libri delle scuole superiori, mentre i testi per le scuole medie hanno visto una leggera diminuzione dei prezzi. L’acquisto di libri usati può rappresentare una valida alternativa per ridurre i costi, consentendo un risparmio superiore al 28%.

Dispositivi tecnologici e altri voci di spesa

Oltre ai costi per il materiale scolastico e i libri, le famiglie devono considerare l’acquisto di dispositivi tecnologici, ormai indispensabili per la didattica moderna. Un computer, completo di webcam, microfono, software antivirus e programmi base, può costare almeno 413,44 euro, con un incremento del 5% rispetto all’anno scorso. Anche i costi di connessione a internet devono essere aggiunti a questa spesa. Tuttavia, l’acquisto di dispositivi rigenerati può offrire un risparmio significativo, riducendo la spesa del 38%.

Le difficoltà delle famiglie italiane  

I costi elevati, tuttavia, rischiano di compromettere il diritto allo studio, specialmente per le famiglie con reddito medio-basso. Per alleviare questa situazione, alcuni comuni e regioni italiane offrono agevolazioni o buoni per l’acquisto di libri e materiali scolastici, destinati alle famiglie con difficoltà economiche. Sebbene queste iniziative siano utili, spesso non sono sufficienti a coprire l’intera spesa, soprattutto in un contesto di aumento generale dei prezzi.

Conclusioni

Le spese scolastiche, tra corredo, libri e dispositivi tecnologici, rappresentano un impegno economico sempre più gravoso per le famiglie italiane. È essenziale che le istituzioni continuino a supportare le famiglie attraverso misure di aiuto e incentivi, per garantire a tutti i ragazzi l’accesso a un’istruzione adeguata.

Parchi divertimento italiani, il 2023 si è chiuso con numeri da record

Tutti “pazzi” per i parchi divertimento. Il 2023 si è infatti rivelato un anno eccezionale per le strutture italiane dell’entertainment. L’ultimo Rapporto SIAE conferma un deciso miglioramento del settore, composto da circa 250 strutture tra parchi a tema, faunistici, acquatici e avventura. Questi parchi sono rappresentati dall’Associazione Parchi Permanenti Italiani, aderente a Federturismo Confindustria.

Dopo il drastico calo durante la pandemia, il comparto ha visto una ripresa significativa già nel 2021, intensificata nel 2022, fino a superare nel 2023 i livelli del 2019. Questo dimostra un aumento reale dell’interesse e della propensione all’acquisto dei consumatori nei confronti dell’offerta di intrattenimento dei parchi.

Il numero di biglietti venduti è cresciuto dell’11%

Tutti i principali indicatori monitorati da SIAE sono in crescita: il fatturato dalla vendita di biglietti è aumentato dell’11% rispetto al 2022, raggiungendo circa 348 milioni di euro. Le presenze hanno segnato un incremento del 6,39%, con 19.644.126 ospiti. Particolarmente significativa è la crescita della spesa media per ospite, che si attesta a +4,2% rispetto al 2022 e a uno straordinario +30% rispetto al 2019. Questo dato riflette solo in parte l’andamento dei prezzi, cresciuti in media del 5%, e indica una scelta vincente di contenere gli aumenti al di sotto dell’inflazione.

I driver dell’exploit

Uno dei driver fondamentali della crescita è l’aumento dell’offerta, misurato in giorni di apertura, cresciuti del 14% rispetto al 2022 e del 20% rispetto al 2019. Emblematico è il caso dei parchi a tema, che hanno presidiato con successo periodi come l’autunno, le festività natalizie e, più di recente, il Carnevale, moltiplicando le giornate di attività. Anche i parchi acquatici, in alcuni casi, riescono a superare i canonici tre mesi estivi puntando su spettacoli, tematizzazione e servizi aggiuntivi, con particolare riferimento al benessere.

Il ruolo di investimenti e innovazioni

Maurizio Crisanti, segretario nazionale dell’Associazione Parchi Permanenti Italiani, afferma: “I dati fotografano un comparto particolarmente reattivo, composto da aziende che hanno scelto di investire nonostante la crisi di liquidità dovuta alle chiusure del biennio 2020/2021. Attrazioni innovative, servizi aggiuntivi e nuovi parchi hanno contribuito a mantenere e incrementare il flusso di visitatori, dimostrando una propensione del pubblico a spendere di più per esperienze di qualità. Questo trend è destinato a proseguire nel triennio 2024/2027, con 450 milioni di euro già stanziati per mantenere alta l’offerta e renderla competitiva anche per la clientela straniera.”

Impatto economico per area geografica 

Il legame tra parchi divertimento e turismo è particolarmente evidente dal Report SIAE: il 64% delle visite si concentra nei mesi estivi, con agosto che rappresenta da solo il 27% del totale. I parchi più grandi, come Leolandia, Caribe Bay, Gardaland e Mirabilandia, sono ormai destinazioni turistiche con un impatto economico significativo sui territori locali. Alcuni parchi attraggono oltre il 50% dei visitatori dall’estero.

In termini di distribuzione geografica, il Nord Italia domina il mercato, con il Veneto che registra un quarto delle presenze e oltre 143 milioni di euro di incassi. Seguono Emilia Romagna e Lombardia, con performance rilevanti anche nel centro Italia, in particolare nel Lazio.

Un settore fondamentale per l’economia locale

Il comparto dei parchi divertimento si conferma fondamentale per l’economia locale, l’occupazione e l’indotto. Impiega maestranze e concentra investimenti anche nei periodi di bassa stagione. Dopo i 15 milioni di euro investiti nel 2023, la stima per il 2024 è di 16,5 milioni, destinati a spettacoli autoprodotti o affidati a società esterne, con numerosi festival e concerti che si svolgono periodicamente nei parchi.

Fisco: a Milano, Roma e Monza i contribuenti più “vessati” 

Secondo l’Ufficio studi della CGIA sono i residenti della Città metropolitana di Milano i contribuenti Irpef più tartassati d’Italia.
Nel 2022 hanno versato all’erario un’imposta media sui redditi delle persone fisiche pari a 8.527 euro. Seguono i soggetti Irpef di Roma, con 7.092, di Monza-Brianza ( 6.574), di Bolzano ( 6.472) e di Bologna (6.323).
I meno ‘vessati’ sono i residenti della Sardegna del Sud, che hanno versato un’Irpef media pari a 3.338 euro.

I dati vanno letti con attenzione, poiché come afferma il comma 2 dell’articolo 53 della Costituzione, il nostro sistema tributario è fondato sul criterio di progressività. Pertanto, i territori dove il prelievo Irpef medio è più importante sono anche quelli dove i livelli di reddito sono più elevati.

Ma dove si paga di più la qualità dei servizi pubblici è superiore

Va altresì segnalato che dove si paga di più la qualità e la quantità dei servizi erogati dalle Amministrazioni pubbliche spesso sono superiori rispetto a quelli somministrati dove si pagano meno tasse. 
Insomma, a Milano, Roma, Monza, Bolzano, Bologna, Parma il prelievo fiscale è più elevato, ma in queste province la concentrazione dei contribuenti più abbienti è maggiore che nel resto del Paese.

Inoltre, rispetto alla maggioranza delle altre realtà urbane, questi cittadini beneficiano di sanità, scuola, trasporti, cultura, tempo libero che spesso presentano livelli di qualità non riscontrabili altrove. 

Nelle Marche l’84% dei contribuenti meno abbienti

I contribuenti Irpef presenti in Italia sono poco più di 42 milioni, di cui 23,3 milioni dichiarano redditi da lavoro dipendente, 14,5 milioni da pensione, 1,6 milioni sono occupati come lavoratori autonomi e 1,6 milioni presentano altri redditi (affitti, terreni, rendite mobiliari).

Nel 2022 l’importo medio nazionale di Irpef versato all’erario è stato pari a 5.381 euro. La percentuale di contribuenti che ha pagato meno della media nazionale si è attestata al 69%. Significa che in Italia quasi 7 contribuenti Irpef su 10 versano al fisco meno di 5.381 euro l’anno.
L’area che presenta la percentuale più bassa (60%) è la Provincia Autonoma di Bolzano, mentre le regioni dove il tasso dei contribuenti meno abbienti è maggiore sono Calabria (78%), Provincia autonoma di Trento (80%), e Marche (84%). 

Italia tra i Paesi UE con maggiore pressione fiscale

Nonostante il peso delle tasse negli ultimi anni sia in calo, nel 2023 solo Francia, Belgio, Danimarca e Austria hanno registrato un peso fiscale superiore al nostro. Tra i 27 paesi l’Italia si è ‘piazzata’ al 5° posto.

Se a Parigi la pressione fiscale era al 45,8% del Pil, a Bruxelles al 45,3%, a Copenaghen al 44,5% e a Vienna al 42,9%, in Italia ha toccato la soglia del 42,5%.
La Germania si è posizionata al 10°, con una pressione fiscale del 40,6% e la Spagna al 13°, con il 37,%. La media dei Paesi europei è stata del 40,3%, 2,2 punti in meno della media italiana.

Cala il credito alle imprese: -7,5% nel I trimestre 2024

Emerge dai dati dell’Osservatorio sulle Imprese realizzato da CRIF: nel I trimestre dell’anno non si sono ancora resi evidenti gli effetti del primo taglio da parte della Banca Centrale Europea ai tassi di interesse, che accompagnati dall’incertezza economica globale e nazionale, non favoriscono il credito alle imprese italiane.

Nonostante il taglio di 25 punti base i trend continuano infatti a scontare il permanere di tassi di interesse su livelli elevati.
I primi segnali di riduzione si sono osservati solo a giugno 2024, mentre nei primi 3 mesi dell’anno i finanziamenti erogati alle imprese italiane sono calati del 7,5%.

Finanziamenti a Ditte individuali: -8,9%

“La recente decisione da parte della BCE in termini di politica monetaria è tra i primi segnali di una possibile inversione positiva per il credito alle imprese dei prossimi mesi – commenta Luca D’Amico, CEO di CRIF Ratings -. Tuttavia, i tassi di interesse rimangono elevati e le imprese italiane continuano a essere esposte all’incertezza economica e dei mercati finanziari a livello globale”. 

Sul fronte del credito erogato, il trend negativo del numero di finanziamenti è meno evidente per le Società di capitali, che segnano il calo minore (-5,9%).
In calo anche gli importi erogati, seppur con intensità meno marcata. A calare su questo fronte sono principalmente le Ditte individuali (-8,9%), seguite dalle Società di persone (-6,6%), mentre le Società di Capitali registrano anche sugli importi il calo minore (-3,6%).

Società di capitali: Commercio autoveicoli +15,8%

Analizzando le Società di capitali per settore nel primo trimestre 2024 emerge una crescita rilevante degli importi erogati nel Commercio di autoveicoli (+15,8%) e Trasporti e Logistica (+7,6%), in controtendenza rispetto alla media. 

Tra i settori che potrebbero essere definiti come ‘stabili’, si evidenziano Turismo e tempo libero, e Commercio al dettaglio (rispettivamente +0,1% e -0,1%). Mentre, tra i settori maggiormente in calo rispetto alla media delle Società di Capitali, il settore delle Costruzioni registra un -9,3%, che rappresenta una quota di oltre il 10% del totale importo finanziato alle imprese nel primo trimestre dell’anno.

La rischiosità del credito torna a livelli pre-pandemia

Il tasso di default medio delle Società di capitali, che a fine 2023 si era attestato al 2,6%, è stimato salire al 3,3% a fine 2024.
Questa crescita conferma un progressivo ritorno della rischiosità sui livelli pre-pandemia (circa 4%).
I settori per cui CRIF Ratings prevede il maggior incremento dei tassi di default delle Società di capitali sono Turismo e tempo libero, Trasporti e Logistica, Commercio al dettaglio, Costruzioni e Commercio di autoveicoli.

Già alla fine 2023, gli stessi comparti avevano registrato una rischiosità elevata superiore al 3%: Turismo e tempo libero 3,9%, Trasporti e Logistica 3,6%, Commercio al dettaglio 3,3%, Costruzioni 3,2% e Commercio di autoveicoli 3,1%.
I settori più resilienti si confermano invece la Consulenza (1,8%) e il Farmaceutico (2,1%).

Decennio digitale e capitale umano: perché l’Italia è in ritardo sulle competenze?

In coordinamento con gli altri Istituti europei di statistica, l’Istat da quasi vent’anni documenta lo sviluppo della società dell’informazione in Italia.

Se uno degli obiettivi del programma europeo è di portare entro il 2030 all’80% la quota di popolazione tra 16-74 anni ad avere competenze digitali almeno di base, nel 203 in Italia solo il 45,9% degli adulti possiede competenze digitali adeguate, il 36,1% insufficienti e il 5,1%, pur essendo utente di Internet, non ne ha alcuna.
Nel panorama europeo, l’Italia è uno dei Paesi con la quota più bassa di persone con competenze digitali almeno di base: con una distanza dalla media Ue27 di quasi 10 punti percentuali si colloca in 23a posizione.

I settori più competenti

La quota più elevata di occupati con competenze digitali almeno di base si osserva nei Servizi di informazione/comunicazione e nelle Attività finanziarie/assicurative (circa 80%), mente i settori in cui si osserva il maggior ritardo sono quelli dell’Agricoltura (32,5%) e delle Costruzioni (43,8%).
Nel settore ICT emergono ritardi da parte delle imprese italiane, che durante il 2021 hanno erogato formazione ICT al personale per il 54,7% contro il 65,3 di quelle europee.

La quota di personale che ha seguito attività di formazione in questo ambito tra il 2018-2022 è passata però dal 16,9% al 23,9%. Il progresso è stato notevole (155mila specialisti ICT, +19% rispetto al 2019), ma inferiore rispetto all’insieme dell’Ue27 (+24,1%).

Competenze e caratteristiche socioculturali

Anche in Italia le competenze digitali sono associate alle caratteristiche socioculturali della popolazione. In particolare, hanno competenze almeno di base il 59,1% dei giovani tra 16-24 anni, contro il 19,4% degli adulti tra 65-74 anni. La distanza tra i più giovani e i più anziani è in linea con la media europea, ma l’Italia presenta valori nettamente inferiori all’Ue27 in tutte le classi d’età. 

Le competenze digitali, poi, sono caratterizzate da una disparità di genere a favore degli uomini in quasi tutti i Paesi europei (Italia, 3,1%). Lo svantaggio femminile, tuttavia, è presente solamente a partire dai 45 anni, mentre fino ai 44 anni le donne risultano possedere maggiori competenze digitali rispetto agli uomini.

Un prerequisito per accedere al lavoro

La diffusione delle competenze digitali è poi più elevata tra gli occupati (Italia 56,9%, media Ue27 64,7%). Ma il principale fattore discriminante insieme all’età è il grado di istruzione: tra le persone con titolo di studio di livello universitario il 74,1% ha competenze digitali almeno di base. Per questo segmento di popolazione il divario con la media Ue27 si riduce a -5,7%, mentre tra chi ha un titolo di studio basso (22,6%) la distanza è di 11 punti percentuali.

L’avere competenze digitali adeguate è un prerequisito per poter cogliere appieno le opportunità offerte dalle ICT nella vita privata, ma anche un elemento essenziale per l’accesso al lavoro e alla riqualificazione professionale. In Italia nel 2023 i disoccupati in possesso di competenze digitali erano il 38,7% rispetto al 47,7% della media Ue27.

Cybercrimine: account business Facebook presi di mira tramite infrastruttura e brand Meta

Allarme sicurezza: scoperto un nuovo metodo per sfruttare le funzionalità ufficiali di Facebook e inviare falsi avvisi di sospensione agli account aziendali. I criminali informatici hanno infatti ideato un nuovo schema di phishing che prende di mira gli account aziendali di Facebook, utilizzando infrastrutture legittime della piattaforma social per inviare e-mail ingannevoli in cui si minaccia di sospendere l’account.

Lo ha scoperto Kaspersky. Più in dettaglio, queste e-mail, inviate da Facebook, contengono messaggi intimidatori, come ad esempio: “Restano 24 ore per richiedere una revisione. Scopri perché”. Ma quello che si scopre è di essere caduti nella rete del phishing.

Dalla pagina Facebook reale al finto sito Meta

Di fatto, cliccando sul link dell’e-mail si accede a una pagina Facebook reale che visualizza un avviso simile.
Successivamente, l’utente viene reindirizzato a un sito di phishing con il marchio Meta, riducendo il tempo a disposizione per risolvere il problema da 24 a 12 ore.

Infine, il sito di phishing chiede in un primo momento informazioni generiche, seguite dalla richiesta dell’e-mail o del numero di telefono e della password dell’account.
Gli aggressori utilizzano account Facebook compromessi per inviare queste notifiche. Cambiano il nome dell’account con un messaggio minaccioso e l’immagine del profilo con un punto esclamativo, dopodiché creano post che riportano gli account aziendali presi di mira.

Mai aprire i link ricevuti in e-mail sospette

Poiché la consegna avviene tramite l’infrastruttura di Facebook, le notifiche raggiungono sicuramente i destinatari.
“Anche le notifiche che sembrano legittime e provengono da una fonte affidabile come Facebook possono essere ingannevoli – ha commentato Andrey Kovtun, Security Expert di Kaspersky -. È fondamentale esaminare attentamente i link che vi vengono inviati, soprattutto quando si tratta di inserire dati o effettuare pagamenti. Questo può contribuire in modo significativo alla protezione degli account aziendali dagli attacchi di phishing”.

È infatti fondamentale evitare di aprire i link ricevuti in e-mail sospette. Se è necessario accedere al proprio account aziendale, digitare manualmente l’indirizzo o utilizzare un bookmark.

Migliorare le competenze per difendere l’azienda

Per proteggere l’azienda da un’ampia gamma di minacce, sono disponibili le soluzioni della linea di prodotti Kaspersky Next che offrono protezione in tempo reale, visibilità delle minacce, funzionalità di analisi e risposta EDR e XDR per organizzazioni di qualsiasi dimensione e settore.
In base alle esigenze attuali, e alle risorse disponibili, è possibile scegliere il livello di prodotto più adatto e migrare facilmente a un altro nel caso in cui i requisiti di cybersecurity dovessero cambiare.

È anche utile investire in ulteriori corsi di cybersecurity per il personale e mantenerlo al passo con le ultime conoscenze.
Grazie alla formazione Kaspersky Expert orientata alla pratica, i professionisti dell’InfoSec possono migliorare le competenze e difendere le aziende da attacchi sofisticati.

Immobili: le case in classe A sono più richieste, e si vendono prima

Secondo lo studio realizzato da Century 21 Italia e Wikicasa un immobile di classe A oggi ha un tempo medio di permanenza sul mercato di circa 68 giorni, mentre una casa che appartiene alla classe G ha bisogno di 90 giorni per essere venduta. In pratica, gli immobili di classe A hanno un tempo di permanenza sul mercato di oltre 20 giorni minore rispetto a quelli di classe G.

“La classe energetica si sta via via attestando come un driver di scelta trainante – commenta Mattia Colantuoni, co-founder di Wikicasa -. Se consideriamo le ricerche degli utenti, le ricerche che includono i soli immobili ad alta efficienza energetica sono aumentate di oltre il 72% tra il 2023 e il 2022”.
Di fatto, dopo l’approvazione della direttiva europea Case Green, che prevede solo immobili a emissioni zero entro il 2050, il mercato delle compravendite si muove con un occhio alla sostenibilità. 

Acquistare green oggi per risparmiare domani

“Se guardiamo all’anno precedente la differenza non era così marcata – puntualizza Marco Tilesi, ceo Century 21 Italia -. È evidente che si sono ormai connotati due mercati distinti con dinamiche proprie, e che ci stiamo muovendo sempre più verso un acquisto consapevole del valore dell’impatto energetico sul lungo periodo”. 

Anche perché, acquistare un immobile efficiente sotto il profilo energetico consente di risparmiare notevolmente in futuro. “Non solo sui costi della bolletta, ma anche sugli interventi di ristrutturazione che molti proprietari di casa dovranno sostenere nei prossimi anni per migliorare prestazioni e consumi degli immobili”, aggiunge Colantuoni.

La scarsità di mercato si riflette sul prezzo

Ma non è tutto. Tempi di permanenza diversi si riflettono inevitabilmente sulla disponibilità stessa degli immobili sul mercato. Se nel 2024 le case appartenenti alle classi energetiche dalla B alla G in vendita sono di più rispetto al 2023, con quelle di classe G passate da poco più di 60.000 a oltre 120.000, non è lo stesso per gli immobili di classe A.
Infatti, nel 2023 le case in classe A erano 25.444 e oggi superano di poco le 23.000 unità.

“Analizzando i dati a disposizione – continua Tilesi – possiamo immaginare che presto questa scarsità di immobili in classe A si rifletterà anche sui prezzi generando un aumento”.

Come assicurare il giusto match tra domanda e offerta?

“Se le esigenze della domanda sono ormai chiare al mercato, il comportamento dell’offerta non si è ancora regolato di conseguenza – spiega Colantuoni -. Lo stock nazionale di immobili ad alta efficienza energetica è costituito in larga parte da nuove costruzioni. Per questo motivo, lo scenario che si prefigura in seguito alle nuove normative UE entro il 2050 dovrà, per forza di cose, prevedere incentivi e misure di ristrutturazione dello stock già esistente, in modo da poter aumentare il numero di immobili ad alta efficienza disponibili sul mercato, e assicurare il giusto match tra domanda e offerta”.

Italia tra divari e resilienza, caro vita e benessere finanziario

L’ultima edizione dell’Annual WIN World Survey, realizzata da WIN – Worldwide Independent Network, ha monitorato l’evoluzione del benessere finanziario in 39 Paesi del mondo, tra cui l’Italia. BVA Doxa ha condotto la ricerca nel nostro paese.

Dalla ricerca emerge che il caro vita colpisce di più chi non può permetterselo. Ma nonostante l’aumento del costo della vita, a livello globale si registra un incremento del 3% di individui che dichiarano di ‘vivere in maniera agiata’ rispetto allo scorso anno. 
La Svezia è al primo posto, con il 56% dei cittadini che afferma di vivere in una situazione finanziaria confortevole.

Il livello di istruzione è proporzionale al benessere?

In questo contesto, l’istruzione è un fattore determinante. Il 54% di coloro che non hanno istruzione, o hanno frequentato solo la scuola elementare, dichiara di avere difficoltà economiche, mentre coloro che hanno conseguito un Master o un dottorato di ricerca lamentano difficoltà finanziarie in misura inferiore (26%).

Meno di un italiano su 4 (23%) dichiara di avere una situazione finanziaria che gli permette di vivere comodamente. Tale quota appare ancora più contenuta analizzando le risposte delle donne (19%) e dei giovani di 18-24 anni (14%), mentre si alza leggermente fra i residenti nelle regioni del Nord-Ovest (27%).

Gli italiani tagliano le spese

Per contro, coloro che dichiarano di far fatica ad arrivare a fine mese sono quasi un terzo degli intervistati italiani ( 32%) e diventano il 35% fra le donne, il 40% nella fascia d’età 45-54 (probabilmente a causa dei figli a carico nella fase più costosa dell’istruzione superiore), e nelle regioni dell’area Sud e Isole. Qui, la quota è pari al 39%, quasi il doppio rispetto al 22% del Nord-Ovest.

Il rimanente 45% del campione si trova in una situazione intermedia, in cui né vive comodamente né fatica ad arrivare a fine mese.
Quasi la metà degli italiani (48%) afferma di aver ridotto alcune spese nel corso degli ultimi mesi, a cui si aggiunge un 23% che sta seriamente pensando di farlo nei prossimi mesi.

La fascia d’età più in difficoltà è fra 45-54 anni

Sono dunque meno di 3 italiani su 10 (29%) coloro che non hanno cambiato, né prevedono di cambiare, le proprie abitudini di spesa per far fronte al periodo di crisi economica e inflazione che stiamo vivendo.

Questa quota di ‘agiati’ è più alta (37%) fra gli over 64, probabilmente per il fatto di non avere più figli a carico e avere meno spese, e al Nord-Ovest (34%), mentre si conferma la situazione più critica nella fascia d’età 45-54 anni, dove solo il 23% non ha cambiato o cambierà le abitudini di spesa, e nelle regioni dell’area Sud e Isole (24%).