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Retail Media: lo sviluppo della pubblicità nei negozi e online

Negli ultimi anni si sente parlare sempre più spesso di Retail Media, un termine che può sembrare tecnico ma che, in realtà, riguarda tutti noi ogni volta che facciamo la spesa o acquistiamo online. In poche parole, è il modo in cui i retailer – cioè supermercati, catene di elettronica, farmacie e piattaforme digitali – mettono a disposizione spazi e dati per permettere ai brand di comunicare direttamente con i consumatori.

Il mercato sta crescendo a ritmi impressionanti: nel 2024 in Italia ha generato circa 510 milioni di euro di investimenti pubblicitari e nel 2025 dovrebbe sfiorare i 640 milioni, con un balzo del 27%. Una spinta che arriva dai grandi player dell’eCommerce e da tante nuove iniziative dei retailer, soprattutto nel food, nella tecnologia e nel beauty.

Come funziona davvero

Il Retail Media non è solo cartelloni nei negozi. È un insieme di strumenti che spaziano da schermi digitali e radio in-store, alle pubblicità su siti e app dei retailer, fino a campagne su piattaforme esterne che però usano i dati raccolti dai negozi.

La vera novità è l’approccio: non si tratta di messaggi generici, ma di comunicazioni mirate e personalizzate in base ai comportamenti dei clienti. Questo consente alle aziende di misurare con precisione quanto una campagna influisca sulle vendite.

I problemi da risolvere

Nonostante l’entusiasmo, il settore ha ancora qualche nodo da sciogliere. Il primo è la frammentazione: troppi operatori diversi rendono complicata la gestione delle campagne. Poi c’è la questione delle competenze: i retailer devono imparare a muoversi come veri e propri editori, gestendo spazi e dati con logiche nuove.

Infine, manca un linguaggio comune per valutare i risultati: senza metriche condivise, è difficile per le aziende avere fiducia negli investimenti.

L’importanza della misurazione

Perché il Retail Media diventi davvero un pilastro della comunicazione, serve un sistema di misurazione chiaro, che vada oltre i semplici clic e visualizzazioni. Indicatori più evoluti, capaci di raccontare l’impatto reale di una campagna, possono fare la differenza. È questo il passo necessario per rendere il settore credibile e competitivo al pari degli altri canali pubblicitari.

Il futuro sarà fatto di integrazione

Oggi il canale più forte è quello online, sui siti e le app dei retailer, che garantiscono conversioni e dati chiari. L’off-site – cioè le campagne su piattaforme esterne – è utile per rafforzare i marchi, mentre i negozi fisici stanno vivendo una vera trasformazione digitale.

Il futuro sarà fatto di integrazione: unire tutti questi mondi, mettendo al centro i dati e l’esperienza del cliente, permetterà al Retail Media di esprimere davvero tutto il suo potenziale.

Economia circolare: le imprese italiane oggi puntano sulla sostenibilità

Nonostante il contesto macroeconomico complesso, per molte imprese italiane la transizione ecologica è una leva concreta di crescita e competitività. Le tensioni geopolitiche, l’incertezza legata ai dazi e l’aumento dei costi delle materie prime e dell’energia non rallentano il passo sugli investimenti in sostenibilità degli imprenditori italiani. 

Nel 2025 il 72% delle imprese italiane ha realizzato almeno un investimento in sostenibilità ambientale, economia circolare o efficienza energetica, +3% rispetto al 2024.
Per un’azienda su due l’inflazione e i dazi avranno un impatto poco significativo sugli investimenti e il 20% prevede di aumentarli. Lo conferma la IV edizione dell’Osservatorio Clean Technology 2025, realizzata da Eumetra per Haiki+ e Innovatec.

Una visione imprenditoriale capace di guardare oltre

La portata degli investimenti conferma questa tendenza. Un’azienda su due destina tra l’1% e il 5% del fatturato ad azioni sostenibili, con un coinvolgimento diffuso anche tra le realtà di dimensioni più contenute. Questo impegno, pur nella gradualità, segna un’evoluzione concreta verso modelli produttivi più efficienti e circolari.

Tra le aree di maggiore investimento emerge l’efficienza energetica (65% delle imprese), ma il vero balzo lo registra l’economia circolare: dal 16% del 2023 al 27% nel 2025. Le pratiche più diffuse? Riciclo degli scarti di produzione (82 %) e l’uso di materiali riciclati (77 %).
Quasi tutte le imprese vedono nei progetti green una fonte di valore: il 77% si aspetta benefici sul proprio business e il 55% li ha già ottenuti.

I vantaggi più tangibili

Risparmi sui costi grazie a una maggiore efficienza (70%), miglioramento della redditività (31%) e più facile accesso al credito (20%) sono i vantaggi più immediati. Ma alcune imprese hanno già segnalato effetti positivi su finanziamenti dedicati (11%) o sul rating finanziario (9%).
Non meno rilevante l’aspetto reputazionale: per il 60% delle imprese la propria immagine è migliorata, anche se il 70% si aspettava un impatto ancora maggiore.

Ma la sostenibilità non è solo una scelta etica, è anche un acceleratore di innovazione. (72%), e i criteri ESG vengono considerati strategici dal 66% delle imprese, a conferma di un cambio di prospettiva che integra ambiente, società e governance nelle decisioni di investimento.

Non mancano le difficoltà

Le principali barriere sono costi elevati e scarsa disponibilità di incentivi, oltre a una normativa giudicata complicata o inadeguata da 4 aziende su 10.
Quanto al tema delle competenze nel 2023 riguardava quasi la metà delle imprese, mentre oggi interessa una su 4. Un segnale positivo, anche se resta ancora molto da fare.

Altro punto debole è la mancanza di piani industriali strutturati. Solo il 16% delle piccole imprese e il 35% delle medie-grandi ha definito obiettivi chiari e misurabili in materia di sostenibilità. 
Più della metà delle imprese (57%), poi, considera il PNRR un’opportunità, ma nella pratica l’accesso resta complesso. Il 54% non ha presentato domanda perché i progetti non rientravano nelle aree prioritarie, e solo il 4% ha ottenuto finanziamenti.

Vacanze: per gli italiani l’auto è il mezzo per vivere l’estate

A raccontarlo è AutoScout24: con la playlist estiva in sottofondo gli italiani sono pronti a lasciare tutto alle spalle per inseguire il blu del Sud Italia e delle Isole.
Tra prenotazioni anticipate e partenze last minute le vacanze d’agosto 2025 si preparano all’insegna della strada e della libertà. Le vacanze dureranno almeno due settimane, e per molti, il viaggio sarà tutt’altro che breve. 

Oltre la metà degli italiani (55%) partirà proprio ad agosto e tra chi ha già scelto la destinazione, l’auto sarà protagonista (76%).
Un dato che conferma la voglia di indipendenza e flessibilità, tanto che il 62% affronterà il viaggio con la propria macchina o con quella di amici e familiari, mentre il 14% sceglierà di affidarsi al noleggio.

Voglia di sole e relax

L’80% degli italiani sceglierà di restare entro i confini nazionali, preferendo l’Italia a destinazioni europee ed extra-europee.
A guidare la scelta è la voglia di relax e di sole: quasi la metà degli intervistati ha indicato il mare come rifugio ideale dalle fatiche lavorative.

In cima alla classifica, la Sicilia, con il 28% delle preferenze, seguita da Calabria, Puglia, Toscana e Lazio, che continuano a fare breccia nei cuori dei vacanzieri per il loro mix di paesaggi, cultura e tradizioni.
E per molti non si tratta di una semplice pausa. Il 58% degli italiani si prenderà due o più settimane di ferie, immergendosi in un periodo di vero stacco. 

Un tour itinerante prenotando lo stretto necessario

C’è poi chi preferisce una singola destinazione per rilassarsi senza pensieri (47%) e chi ha scelto un tour itinerante con almeno tre tappe per scoprire luoghi diversi giorno dopo giorno.

Anche il livello di organizzazione è variabile. La maggioranza (69%) ha prenotato solo lo stretto necessario, lasciando spazio all’improvvisazione. A rendere tutto questo possibile è ancora una volta l’automobile (90%), il mezzo ideale per costruire un viaggio on the road attraversando più città (18%).
Il 73% degli italiani sceglierà poi di partire con il/la partner, il 19% con la famiglia e i figli, l’8% con i genitori e una piccola, ma decisa, percentuale di solitari (5%) è pronta a partire da sola.

Compagni di viaggio cercasi

In generale, le persone che partiranno in auto sono soddisfatte della compagnia (il 94% non cambierebbe i propri passeggeri), ma se si tratta di scegliere chi non avere a bordo le idee sono ancora più chiare.
Al primo posto tra gli “indesiderati” ci sono i logorroici (42%), temuti più dei silenziosi (12%), che rischiano di rendere il viaggio noioso per il motivo opposto.

Anche bambini e animali vengono indicati da molti come passeggeri complicati (entrambi 21%), seguiti dai suoceri. E niente passaggi agli sconosciuti: l’85% non si fida a caricare autostoppisti.
Uno dei piaceri irrinunciabili del viaggio on the road però è la musica. Anche se solo il 15% degli italiani preparerà una playlist ad hoc per le vacanze, saranno in molti a lasciarsi trasportare dalle hit del momento lungo il percorso.

Imprese: nel secondo trimestre 2025 quasi 33 mila nuove realtà

Tra aprile e giugno in Italia sono nate 80.205 nuove imprese e 47.405 hanno cessato l’attività. Tra iscrizioni e cessazioni il secondo trimestre 2025 si chiude con un saldo positivo di 32.800 imprese, il miglior risultato degli ultimi cinque anni nello stesso periodo.
Il tasso di crescita si attesta allo 0,56%, in accelerazione rispetto allo 0,50% dello stesso trimestre del 2024, mentre al 30 giugno 2025 lo stock complessivo raggiunge quota 5.885.209 unità.

I numeri del secondo trimestre confermano una vitalità diffusa del sistema produttivo nazionale: emerge dall’analisi trimestrale Movimprese condotta da Unioncamere e InfoCamere sui dati del Registro delle Imprese delle Camere di Commercio.

Lazio e Lombardia in testa

Con un tasso del +0,62% il Centro Italia si distingue per il ritmo più sostenuto di ampliamento della base imprenditoriale, con il Lazio che registra un saldo attivo di 4.679 imprese e una variazione positiva dello 0,79%.

Il Nord-Ovest, con 8.898 imprese, conferma il proprio peso sul panorama nazionale. La Lombardia si attesta come prima regione per stock di imprese registrate (948.382), mostrando un saldo positivo di 6.180 unità nel trimestre, +0,66%. Il Nord-Est registra un incremento di 5.641 imprese, portando il numero complessivo a 1.103.717 e un tasso di crescita dello 0,51%, mentre, nel Mezzogiorno è la Puglia a evidenziare un dinamismo superiore alla media nazionale con un saldo positivo di 2.508 imprese e una crescita dello 0,67%. Piemonte e Toscana condividono il saldo attivo di 1.885 nuove imprese, segnalando un miglioramento dei rispettivi contesti territoriali.

Sprint delle società di capitali

Per quanto riguarda le forme giuridiche, la spinta più forte arriva dalle società di capitali che nel trimestre registrano un saldo attivo di 19.985 unità (28.462 nuove iscrizioni, 8.477 cessazioni). La crescita dell’1,03% rispetto al trimestre precedente conferma il progressivo consolidamento dell’impresa strutturata come modello di riferimento per i neo-imprenditori.

Le ditte individuali mantengono il primato numerico (2.941.345 unità) con 12.771 imprese in più rispetto alla fine di marzo, +0,43%.
In controtendenza le società di persone, che segnano un saldo negativo di 290 unità, determinato da un numero di cessazioni (4.150) superiore alle iscrizioni (3.860, -0,04%). Le altre forme giuridiche chiudono il trimestre con un saldo positivo di 334 imprese e una crescita dello 0,19%.

Costruzioni, ristorazione, servizi tecnici guidano la ripresa 

Dal punto di vista settoriale il bilancio evidenzia una vivacità generalizzata, ma con punte particolarmente interessanti nei comparti a più alto valore aggiunto e nei servizi alla persona e all’impresa.
Il settore delle costruzioni registra il saldo positivo più elevato in termini assoluti (5.448 nuove imprese), seguito dalle attività dei servizi di alloggio e ristorazione (4.595) e le attività professionali, scientifiche e tecniche (3.368, +1,31%).

Si segnala una crescita marcata anche nelle attività finanziarie e assicurative (+1,62%, 2.298), nella fornitura di energia elettrica, gas e aria condizionata (+1,55%, 225) e nel settore dell’istruzione privata (+1,45%, 528).

Digital detox senza rischi: come disconnettersi davvero

Le vacanze dovrebbero essere il momento per antonomasia dove dedicarsi al relax, agli affetti e a una meritata pausa. Ma siamo davvero capaci di staccare dalla nostra vita iperconnessa? Anche in spiaggia o in montagna, la tentazione di controllare notifiche e social è dietro l’angolo. Per questo, sempre più persone scelgono il “digital detox”: un periodo senza device tecnologici per riconquistare un buon livello di benessere. R, perchè no, anche per dormire un po’ di più.

Ma, anche durante la pausa da smartphone o computer, la sicurezza digitale non può andare in vacanza. A ricordarlo è Kaspersky, azienda globale di cybersecurity, che ha pubblicato la guida “Digital Detox 2025: come disconnettersi in sicurezza”. Ecco alcuni consigli pratici per proteggersi prima, durante e dopo il viaggio.

Prima della partenza

Prima di chiudere la valigia, ecco qualche consiglio utile per non avere “preoccupazioni” digitali.

Backup completo 
Conviene eseguire un backup completo di foto, file e documenti. Meglio conservarli su supporti fisici come un NAS oppure in cloud protetti da crittografia. Lo stesso vale per lo smartphone e altri dispositivi che porterai con te.

Metti in sicurezza ogni dispositivo
Aggiorna il software con le ultime patch di sicurezza e installa soluzioni affidabili per la protezione, come un antivirus avanzato. Imposta password robuste e disattiva lo sblocco biometrico in favore di metodi più sicuri, come la cancellazione automatica dei dati dopo troppi tentativi errati.

Rinforza le password
Utilizza un gestore di password sicuro e attiva l’autenticazione a due fattori. Per evitare vulnerabilità, è consigliabile usare app dedicate invece degli SMS.

Proteggi la SIM (e la eSIM)
Attiva un codice PIN per la SIM e verifica se il tuo operatore consente il blocco della duplicazione non autorizzata. Il numero di telefono è spesso la chiave per accedere a servizi bancari e account online: proteggerlo è fondamentale.

Spegni quello che si può spegnere 
Spegni i dispositivi IoT non essenziali e cambia le password di default. Lascia attive solo telecamere e allarmi, meglio se collegati a gruppi di continuità.

In viaggio: tecnologia sì, ma con prudenza

Quando ci si sposta, è consigliare evitare le reti Wi-Fi pubbliche.  Meglio usare una VPN per proteggere i dati durante la navigazione fuori casa. Le reti aperte sono spesso vulnerabili ad attacchi informatici.
Occhio a anche ai social: postare in tempo reale posizione e foto può attirare l’attenzione di malintenzionati, anche a casa. Meglio rinviare la pubblicazione.
Se viaggi in aree con copertura limitata, valuta l’uso di dispositivi satellitari per comunicazioni d’emergenza e informati prima sulla copertura disponibile.

Al ritorno: reset mentale e digitale

Una volta rientrati, è utile fare un check-up digitale. Controlla che non ci siano accessi sospetti ai tuoi account e cambia le credenziali se necessario. Pulisci i dispositivi da app inutilizzate e reti Wi-Fi temporanee, e assicurati che antivirus e sistemi siano aggiornati.

Disconnettersi sì, ma in modo intelligente

“Il digital detox è un’opportunità per rigenerarsi davvero, ma è essenziale prepararsi anche dal punto di vista digitale”, ha commentato Cesare D’Angelo, General Manager per l’area mediterranea di Kaspersky.

In conclusione, una vacanza davvero rilassante passa anche da una connessione più consapevole. Con pochi accorgimenti si può spegnere tutto – senza spegnere la sicurezza.

PMI davanti a una sfida tecnologica globale: l’IT resta il punto debole

Meno di un’impresa su dieci ha una gestione IT avanzata, mentre cresce l’esigenza di innovare. Secondo un’indagine internazionale pubblicata da EasyVista e OTRS Group, la maggior parte delle piccole e medie imprese nel mondo fatica ancora a strutturare una gestione informatica moderna ed efficiente.

Il rapporto, intitolato “The State of SMB IT for 2026”, mostra che solo il 12% delle PMI ha raggiunto un livello elevato di maturità nei propri sistemi IT, mentre la maggioranza continua a gestire l’infrastruttura con strumenti superati o poco integrati.

Gestione informatica basata su metodi manuali

Lo studio, basato sulle risposte di oltre 1.000 professionisti del settore IT, rivela che il 67% delle aziende si affida ancora a processi manuali o a fogli di calcolo per gestire le attività informatiche quotidiane. Solo il 39% ha integrato pienamente il monitoraggio della propria infrastruttura con i processi interni.

Questo scenario, oltre a rallentare l’efficienza operativa, aumenta i rischi legati alla sicurezza, alla continuità operativa e alla conformità normativa.

L’intelligenza artificiale è ancora poco adottata

Il potenziale dell’intelligenza artificiale è riconosciuto dalla maggioranza delle PMI: il 71% degli intervistati considera l’AI importante per il successo della propria strategia IT. Eppure la sua adozione concreta è ancora in fase iniziale. Le principali applicazioni attuali riguardano l’automazione di attività ripetitive, il monitoraggio delle risorse e l’analisi dei dati.
Gli ostacoli principali restano i costi di implementazione, la tutela della privacy e la mancanza di competenze interne adeguate.

Investimenti e formazione in cima all’agenda

Per il prossimo anno, le imprese intendono puntare su tre priorità: rafforzare la sicurezza informatica, automatizzare i flussi IT e introdurre strumenti basati su AI.

Queste ambizioni richiedono però investimenti mirati: il 62% dichiara di aver bisogno di maggiore formazione, il 56% chiede strumenti più semplici da usare e il 48% sottolinea la necessità di soluzioni economiche e accessibili.

Una transizione che richiede leadership e visione

EasyVista e OTRS Group sottolineano che l’evoluzione tecnologica nelle PMI non è solo una questione tecnica, ma strategica. Passare da una gestione reattiva a un approccio proattivo richiede visione, processi ben definiti e una guida capace di trasformare l’IT in un alleato per la crescita e la competitività nel lungo periodo.

WhatsApp lancia le inserzioni pubblicitarie nello stato

Oggi WhatsApp viene utilizzato da 1,5 miliardi di persone al  giorno. “Negli ultimi due anni abbiamo lavorato per rendere la tab Aggiornamenti un luogo dove gli utenti possono scoprire qualcosa di nuovo su WhatsApp e o – spiega Meta in una nota-. Incoraggiati da questo entusiasmo, desideriamo aiutare amministratori, organizzazioni e aziende a crescere su WhatsApp”.

È così che il colosso guidato da Mark Zuckerberg annuncia alcune nuove funzioni per la sua app di messaggistica. Si tratta del lancio degli abbonamenti ai canali e della possibilità di inserire inserzioni pubblicitarie nello stato.
Queste ultime saranno visibili nella scheda presente in basso a sinistra nella schermata dell’app, dove si possono visualizzare appunto i canali lo stato dei propri contatti per 24 ore.

Aiutare gli amministratori a promuovere i propri canali

Il primo modo con cui Meta intende aiutare le aziende ad autopromuoversi riguarda gli abbonamenti ai canali.
“A fronte di un pagamento mensile – specifica la società – gli utenti potranno infatti sostenere il proprio canale preferito abbonandosi per ricevere aggiornamenti esclusivi “.

Il secondo modo riguarda proprio i canali promossi. “Per la prima volta gli amministratori dispongono di un modo per aumentare la visibilità del proprio canale – sottolinea Meta -. Aiuteremo a scoprire nuovi canali che potrebbero interessare gli utenti quando guardano nella directory”.
Il terzo è l’opportunità di inserire inserzioni pubblicitarie nello stato. “Grazie a questa possibilità si potranno trovare nuove aziende e avviare facilmente una conversazione su un prodotto o servizio che un’azienda sta promuovendo”.

Messaggi, chiamate e stati rimangono crittografati end-to-end

Queste nuove funzioni saranno visibili solo nella tab Aggiornamenti, e resteranno separate dalle chat personali. Ciò significa che, per chi usa WhatsApp solo per chattare con amici e persone care, l’esperienza d’uso non cambierà.

Meta precisa, tuttavia, di aver realizzato queste funzioni “in modo da proteggere la privacy il più possibile. I messaggi personali, le chiamate e gli stati rimangono crittografati end-to-end, il che significa che nessuno, nemmeno WhatsApp, può vederli o ascoltarli”.

“Non vendiamo né condividiamo il tuo numero di telefono con gli inserzionisti”

Per mostrare inserzioni che potrebbero interessare nello stato o nei canali, “useremo informazioni limitate come il Paese o la città, la lingua, i canali a cui hai effettuato l’iscrizione e come interagisci con le inserzioni che vedi. Per le persone che hanno scelto di aggiungere WhatsApp al Centro gestione account, useremo anche le loro preferenze relative alle inserzioni e le informazioni provenienti dagli account Meta”, spiega ancora Meta nella nota, come riferisce Askanews.

“Non vendiamo né condividiamo il tuo numero di telefono con gli inserzionisti. I messaggi personali, le chiamate e i gruppi di cui fai parte non saranno usati per determinare le inserzioni che potresti vedere. Da anni parliamo del nostro obiettivo di sviluppare un business che non interferisca con le chat personali e crediamo che la tab Aggiornamenti sia il posto giusto per queste nuove funzioni”.

Le PMI italiane guardano al digitale sostenibile, ma servono più competenze

Le Piccole e Medie Imprese italiane stanno dimostrando un crescente impegno verso la sostenibilità tecnologica. Ma se da un lato le intenzioni sono buone, dall’altro emergono importanti lacune sul piano delle competenze e delle azioni concrete. È quanto rivela una recente indagine condotta da ASUS insieme a Research Dogma, presentata in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente.

Secondo i dati raccolti, ben il 91% delle PMI italiane dichiara di adottare almeno una pratica orientata alla sostenibilità informatica. Tuttavia, un terzo dei responsabili IT coinvolti ammette di non possedere le conoscenze adeguate per trasformare queste intenzioni in strategie operative efficaci.

Dispositivi “green” e consumo energetico sotto la lente

La sostenibilità digitale, per molte aziende, inizia dalla scelta dei dispositivi. Il 57% delle imprese intervistate dichiara di preferire prodotti con certificazioni ambientali o componenti ricondizionati, nell’ottica di promuovere un’economia circolare. Non mancano gli investimenti per ridurre i consumi: il 74% ha adottato misure per limitare l’impatto energetico di server, cloud e hardware.

In parallelo, cresce l’attenzione alla fase finale del ciclo di vita dei dispositivi. Due PMI su tre hanno messo in campo azioni per il riuso o il riciclo, anche se le pratiche restano frammentate: solo un terzo si affida ai canali ufficiali di raccolta, mentre altre aziende optano per donazioni, riuso interno o smaltimento tramite terzi.

Certificazioni ambientali: c’è ancora confusione

Sebbene strumenti come Energy Star, TCO ed EPEAT siano noti a molte imprese, solo il 30% dei responsabili IT sa interpretarne correttamente il significato. La mancanza di una formazione specifica rappresenta un freno importante, soprattutto nelle realtà più piccole, dove la gestione IT è spesso accentrata su figure non specializzate.

Anche le pratiche quotidiane risentono della scarsa informazione: funzionalità semplici e utili come la modalità scura (Dark Mode), che riduce i consumi, restano poco utilizzate.

Partnership sostenibili come valore aggiunto

Le aziende, oggi, non cercano solo prestazioni. Il 90% delle PMI desidera partner tecnologici che condividano valori ambientali. Apprezzano dispositivi efficienti, ma anche servizi di ritiro e riciclo, materiali riciclabili e imballaggi sostenibili. Il digitale, per essere davvero sostenibile, ha bisogno di visione, formazione e alleanze solide.

Export: le imprese italiane che esportano all’estero sono oltre 120mila

Oggi le aziende italiane che esportano all’estero sono 120.876, mentre altre 17.000 imprese, pur possedendo tutti i requisiti per aprirsi ai mercati internazionali da sole non riescono farlo. O lo fanno solo occasionalmente. Ma se adeguatamente supportate, potrebbero rapidamente aggiungersi a questa platea.

È quanto emerge dal Rapporto di Unioncamere realizzato dal Centro Studi Tagliacarne: mettere tutte le potenziali imprese esportatrici nella condizione di vendere oltreconfine potrebbe portare a un aumento complessivo del fatturato esportato tra il 2,6% e il 3,0%.

È fondamentale una maggiore integrazione europea

“L’export fornisce un contributo fondamentale alla crescita del Pil italiano – sottolinea il segretario generale di Unioncamere, Giuseppe Tripoli -. In 5 anni, l’export di beni delle nostre imprese è cresciuto del 30%, raggiungendo 623,5 miliardi di euro. E a questo risultato vanno aggiunti anche gli oltre 141 miliardi di euro connessi alla vendita di servizi – aggiunge Tripoli -. Il 54,5% delle esportazioni italiane di beni provengono dagli scambi all’interno della UE. E come ha evidenziato Mario Draghi, le barriere interne al mercato unico a livello europeo equivalgono a un dazio che incide per circa il 40% sullo scambio di beni, e addirittura per circa il 110% sullo scambio di servizi. Una maggiore integrazione europea è dunque fondamentale”. 

Imprese emergenti più vulnerabili ed esposte ai dazi Usa 

Più in dettaglio, delle 17mila imprese potenziali esportatrici 5.601 sono aspiranti tali, ovvero, aziende soprattutto ‘micro’ che attualmente non esportano ma hanno tutte le carte in regola per farlo. Altre 11.427 sono emergenti, ovvero, esportano solo in via occasionale ma avrebbero le potenzialità per consolidare la loro posizione all’estero.

Sono solo 1.600 le aziende emergenti che esportano verso gli Stati Uniti, ma per ben due imprese su tre gli Usa rappresentano l’unico mercato di sbocco oltre confine.
Nel complesso le imprese emergenti realizzano negli Usa il 15,7% delle loro esportazioni, per un totale di 87,4 milioni di euro, a fronte del 10,8% venduto negli States dal totale delle imprese esportatrici.

Milano “culla” delle potenzialità

È la Lombardia la regione che esprime il maggior numero di imprese potenziali esportatrici, con 4.259 realtà, il 25,0% del totale. Seguono Veneto (1.933, 11,4%) ed Emilia-Romagna (1.501, 8,8%).
Quanto alla dimensionalità, il 97,5% delle imprese aspiranti conta meno di 10 addetti, mentre la restante parte si divide tra piccole (2,4%) e medio-grandi imprese (0,1%).

Inoltre, il 46,8% delle imprese aspiranti opera nel settore manifatturiero, contro quasi il 40% delle emergenti. E se un quinto delle aspiranti si concentra in tre settori di attività (fabbricazione di prodotti in metallo, industrie alimentari e industria del legno) il profilo delle emergenti appare più variegato. Solo il 14,3% lavora nei primi tre comparti più rilevanti del manifatturiero, gli stessi delle aspiranti. A eccezione del settore del legno, sostituito da quello della riparazione, manutenzione e installazione di macchine e apparecchiature.

Second Hand Economy online: con 14,4 miliardi di euro supera l’offline anche a valore

Nel 2024 la second hand si conferma sempre più come scelta di acquisto maggioritaria, consapevole e smart.
Di fatto, è il terzo comportamento sostenibile più praticato dagli italiani (27,2 milioni di persone).
L’anno passato il valore economico generato dalla Second Hand Economy ha toccato livelli record, raggiungendo 27 miliardi di euro (+1 miliardo sul 2023), pari all’1,2% del Pil italiano.

Rispetto al totale del valore generato, 14,4 miliardi o (54%, +4 %) provengono dalla dimensione online, che per la prima volta supera l’offline anche a valore.
Lo evidenzia l’Osservatorio Second Hand Economy, realizzato da BVA Doxa per Subito.it.

Nel 2024 il 63% degli italiani ha acquistato o venduto oggetti usati

Insomma, nel 2024 la second hand ha conquistato un posto sempre più rilevante nelle abitudini quotidiane. Il 63% della popolazione ha acquistato o venduto oggetti usati, il 3% in più rispetto al 2023.
Tra coloro che vendono/comprano l’usato, l’online viene utilizzato da 7 italiani su 10 (69%), soprattutto perché è più veloce e offre una scelta più ampia (49%), ma anche perché disponibile 24h/7g e gestibile ovunque (47%). 

Guardando alle categorie, la più significativa per valore resta quella dei Veicoli, con 10,8 miliardi di euro e un trend sostanzialmente stabile rispetto al 2023. 
Segue Casa&Persona, che genera 7,3 miliardi di euro, mentre gli articoli di Elettronica raggiungono 5,2 miliardi, +6%. Chiude la classifica la categoria Sport e Hobby (3,1 miliardi). 

Cosa si compra e cosa si vende online

Le categorie in cui si compra di più online sono Casa&Persona (76%, +4%), Sport&Hobby (57%, +2%), Elettronica (43%), Veicoli (23%), mentre la Top 3 dei prodotti più venduti vede al primo posto Abbigliamento&Accessori (49%), seguita da Arredamento&Casalinghi (25%) e Libri&Riviste (21%).
Le motivazioni che spingono gli italiani a scegliere la second hand rimangono stabili rispetto al 2023, ma crescono le motivazioni legate al risparmio per chi acquista (61%, +4%), e quelle legate alla riduzione degli sprechi (42%, +6%) e al guadagno (37%, +4%) per chi vende. 

Ma perché si compra usato? Per risparmiare (61%), perché è un modo intelligente di fare economia sostenibile (41%), per ‘riusare’ gli oggetti (38%). 
D’altra parte, il 72% vende usato per liberarsi del superfluo, il 42% perché crede nel riuso, e il 37% ammette che lo fa per guadagnare.

Un alleato del bilancio familiare

Quanto ai valori associati alla second hand, ‘dare valore alle cose’ e ‘non sprecare’ sono al primo posto (55%), superando ‘sostenibilità’ (54%) e ‘scelta attuale e intelligente’ (49%).
Il 58% degli italiani dichiara poi che acquistare usato ha contribuito alla salute del bilancio familiare, con un risparmio medio percepito rispetto al ‘nuovo’ del 42%.

Sul fronte dei venditori, solo il 14% ha registrato un impatto significativo sulle proprie entrate annuali, in linea con il guadagno medio, che nel 2024 si è attestato a quota a 820 euro.
Una cifra messa da parte dal 52% degli intervistati per sostenere concretamente il bilancio familiare.