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Riforma della burocrazia, perchè è così importante per gli imprenditori? 

La questione della riforma della burocrazia in Italia è un tema che si trascina fin dall’Unità d’Italia, e da allora sono state introdotte diverse riforme della Pubblica Amministrazione nel paese. La prima e più significativa di queste è stata la riforma Cassese, che ha introdotto i concetti di efficienza ed efficacia. Successivamente, ci sono state le riforme legate al nome di Bassanini, che hanno introdotto la devolution e la sussidiarietà, quest’ultima spesso associata alla privatizzazione del patrimonio pubblico. Queste riforme hanno anche aperto la strada alla riforma del Titolo quinto della Costituzione, creando una confusione e sovrapposizione di competenze tra il centro e la periferia.
In seguito, sono state attuate la riforma Madia e la riforma Brunetta. Tuttavia, nonostante tutti questi sforzi, la burocrazia italiana rimane ancora uno dei principali problemi del paese. Troppo spesso, viene affrontata con approcci complessi e poco efficaci.

Fino a 125 controlli all’anno per le Pmi

Uno studio condotto da Federcontribuenti, che verrà presentato a Roma, ha analizzato alcuni dei gravi problemi che ostacolano la capacità della Pubblica Amministrazione di tenere il passo con la crescente velocità della società civile. In un anno, un’azienda di piccole/medie dimensioni può essere soggetta a ben 125 controlli da parte di 20 enti diversi. Complessivamente, il sistema burocratico italiano è caratterizzato da 136.000 norme e comporta un costo di circa 70 miliardi di euro. E gli imprenditori? Secondo lo studio, nel ‘84% di loro ritiene che la burocrazia sia un ostacolo allo sviluppo economico. Questa situazione è particolarmente preoccupante in vista dell’attuazione dei progetti legati al piano di ripresa, che spesso richiedono un approccio interdisciplinare e innovativo.

I maggiori problemi

Tra i problemi identificati da Federcontribuenti, ci sono il “deep state,” ovvero un insieme di funzionari statali, burocrati di alto livello, capi di Gabinetto e direttori di ministeri, spesso selezionati per cooptazione e con una formazione prevalentemente giuridica. Questi individui sono abituati a cercare di aumentare la loro influenza controllando i processi decisionali e sono esperti nella creazione di strutture giuridiche complesse che richiedono il loro supporto. La loro conoscenza di dettagli legali può essere usata per bloccare o ritardare decisioni, e uno strumento di controllo significativo è la minaccia di abuso di ufficio. Inoltre, la burocrazia italiana è diffusa sul territorio, con numerosi piccoli burocrati che gestiscono i servizi e le pratiche, soprattutto per le PMI, le imprese artigiane e i cittadini. Questa distribuzione spesso porta a procedure eccessivamente complesse, mancanza di informazioni, progetti telematici carenti e problemi con i pagamenti elettronici.

Dispositivi indossabili, la domanda cresce del 6% nel secondo trimestre

Il mercato dei dispositivi indossabili, compresi gli smartwatch e le smartband, ha registrato una crescita del 6% nel secondo trimestre dell’anno. L’exploit in positivo è stato registrato nel periodo aprile -giugno 2023: lo rivelano gli ultimi dati forniti dall’agenzia Canalys, specializzata nelle analisi di mercato.

Alle spalle sei mesi di trend negativo

Dopo sei mesi di tendenze negative, questo settore sta finalmente riprendendo slancio grazie alla crescente domanda dei consumatori. Jack Leathem, analista di ricerca presso Canalys, ha sottolineato che la richiesta sta aumentando in vari segmenti, portando i fornitori a rispondere in modo adeguato alle esigenze specifiche dei clienti.
Tra le categorie di dispositivi indossabili, quella degli orologi economici ha registrato la crescita più significativa, in particolare i prodotti di marchi come Huawei, Xiaomi e Huami. In alcuni paesi, come l’India, questa tipologia di prodotti ha addirittura registrato una crescita del 73% rispetto all’anno precedente. 

Gli smartwatch economici i più gettonati

Nel complesso, la categoria degli “indossabili” è suddivisa nel seguente modo: il 37% degli smartwatch, come ad esempio l’Apple Watch, il 44% per gli smartwatch economici e il 19% per le smartband, i braccialetti principalmente progettati per monitorare l’attività fisica e visualizzare notifiche con limitate interazioni.

Apple mantiene la leadership

Per quanto riguarda i marchi, Apple mantiene la sua posizione di leadership con una quota di mercato del 18%, nonostante una leggera diminuzione del 3% rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente. Apple ha spedito complessivamente 8,1 milioni di dispositivi. Al secondo posto si trova Xiaomi con una quota del 11% e 4,8 milioni di unità spedite, seguita da Huawei che ha registrato una crescita del 13% in un anno e ora detiene il 10% di quota di mercato con 4,3 milioni di unità spedite. Chiudono la classifica Noise con un impressionante aumento del 93% e Fire-Boltt con un incremento dell’86%, con quote di mercato rispettivamente dell’8% e del 7%. Secondo Canalys, Samsung si trova fuori dalle prime cinque posizioni con una quota di mercato inferiore al 7%.

Competizione serrata fra brand

In conclusione, il mercato dei dispositivi indossabili sta vivendo un momento di ripresa, trainato dalla crescente domanda dei consumatori e dalla varietà di prodotti offerti dai principali marchi. La competizione rimane accesa, con nuove opportunità di crescita e innovazioni nel settore che stanno contribuendo a plasmare il futuro di questa categoria di dispositivi.

Studiare? Costa caro: aumentano le richieste di prestiti per l’istruzione

Nel corso dei primi otto mesi del 2023, gli italiani hanno ottenuto prestiti personali per un valore superiore a 220 milioni di euro per far fronte alle spese legate all’istruzione, all’università e, in generale, alla formazione. Questa analisi è stata condotta su un campione di oltre 260.000 richieste di finanziamento raccolte online da Facile.it e Prestiti.it, e ha rivelato due tendenze principali. Da un lato, l’importo medio richiesto si è attestato a 6.752 euro, registrando una diminuzione del 4% rispetto all’anno precedente. Dall’altro lato, la percentuale di richieste di prestiti destinati all’istruzione è aumentata del 6,2%.

Il prezzo dell’istruzione in Italia? Elevato e in aumento

Il costo dell’istruzione in Italia può essere considerevole e l’aumento dei prezzi nell’ultimo anno ha reso la situazione ancora più difficile per le famiglie. Già dai primi anni scolastici, le spese possono raggiungere centinaia di euro, ma quando si parla di corsi universitari o post-universitari, i costi possono essere notevolmente più elevati. Aligi Scotti, Responsabile Business Unit Prestiti di Facile.it, spiega che un prestito personale può rappresentare una soluzione per alleggerire il carico finanziario su una famiglia e permette di continuare a investire nell’istruzione senza dover rinunciare alla formazione.

Le richieste dal 3 a 5mila euro sono il 31%

Guardando più nel dettaglio le cifre richieste per finanziamenti legati all’istruzione, emerge che quasi un terzo delle richieste mirava a ottenere meno di 3.000 euro. Le richieste di importo medio, comprese tra 3.000 e 5.000 euro, sono state le più numerose, rappresentando il 31% del totale (rispetto al 26% dell’anno precedente). Al contrario, le richieste superiori a 10.000 euro sono diminuite del 10% su base annua.

Aumentano le richieste da parte degli under 26

Nell’analizzare il profilo dei richiedenti prestiti personali per sostenere spese di istruzione e formazione, emerge che l’età media dei richiedenti è di 35 anni, mentre i giovani sotto i 26 anni costituiscono il 30% delle richieste, con un aumento di quasi 5 punti percentuali rispetto all’anno precedente. I prestiti per l’istruzione sono molto richiesti non solo dai giovani, ma anche dalle donne; le richieste femminili rappresentano il 41% del totale, un dato significativo considerando che, nel complesso delle richieste di prestiti, le donne costituiscono meno del 27%.

Studiare costa

In sintesi, l’analisi dei dati evidenzia come sempre più italiani si affidino ai prestiti personali per finanziare l’istruzione e la formazione, alla luce dei crescenti costi educativi, e come ci sia una maggiore varietà nelle cifre richieste, con un’attenzione particolare da parte dei giovani e delle donne a questa tipologia di finanziamento.

Gli italiani e l’amicizia: nel 2023 è un valore fondamentale?

L’amicizia è ancora ritenuta un valore fondamentale? E quanto sono soddisfatti gli italiani delle proprie amicizie, cosa ricercano in un amico o in un’amica, e che valore attribuiscono all’amicizia?
Secondo l’ultimo sondaggio Ipsos, condotto in occasione della Giornata Mondiale dell’Amicizia 2023, più di tre intervistati su quattro (77%) danno un voto almeno sufficiente alla propria rete di amici e conoscenti, mentre per il 38% il voto è addirittura pari 8 o superiore. In generale, gli italiani si dichiarano soddisfatti della propria rete di amici, di cui la caratteristica più ricercata è l’affidabilità. Al contempo, però, meno della metà degli intervistati percepisce l’amicizia come un valore davvero fondamentale per la propria felicità.

L’architrave del vivere sociale

Le relazioni, amicali, affettive o di altro genere, sono l’architrave del vivere sociale, e gli italiani se ne dichiarano soddisfatti.  Il sondaggio Ipsos ha indagato anche quali sono le principali caratteristiche che si cercano maggiormente in un amico o in un’amica. Ed è emerso che negli amici gli italiani cercano soprattutto affidabilità, ma anche leggerezza, simpatia, semplicità, e allegria. Stimoli intellettuali o esperienze da condividere vengono in secondo piano.

Le donne si fidano meno

In particolare, dal sondaggio emerge come sette intervistati su dieci dichiarano di fidarsi dei loro amici, ma soltanto il 20% sostiene di poterlo fare ‘ciecamente’. Il restante 50% si fida abbastanza e fa affidamento sugli amici il più delle volte, ma non sempre.
Questa fiducia ‘condizionata’ è il risultato delle delusioni della vita? Non possiamo saperlo, anche se quasi tre persone intervistate su dieci dichiarano di aver dato agli amici più di quanto abbiano ricevuto da questi. Una tendenza più forte tra le donne, e che non a caso si collega a un livello di soddisfazione mediamente più basso e a un livello di fiducia dichiarato anch’esso inferiore.

Con l’età si dà più importanza alle relazioni con i parenti

In ultima analisi, meno della metà degli italiani (44%) considera l’avere amici su cui poter contare e con cui star bene insieme un aspetto fondamentale per la propria felicità. Per il 38% le amicizie sono ‘abbastanza’ importanti, ma non fondamentali, e per il 18% sono addirittura ‘poco’ importanti.
Quest’ultima tendenza cresce con l’avanzare dell’età. I rispondenti più adulti sono anche quelli che danno più peso alle relazioni con i parenti, rispetto a quelle con gli amici. Tanto che in merito al viaggio ideale, per la maggioranza è con la famiglia, solo un quarto indica gli amici e uno su dieci preferisce viaggiare da solo. Unica eccezione i giovani della GenZ, che mettono gli amici al primo posto nella classifica dei compagni di viaggio preferiti.

Cyber insurance: nel 2023 aumentano gli attacchi, ma polizze meno care

La conferma arriva dal terzo rapporto annuale sugli andamenti della cyber insurance del broker internazionale Howden, intitolato Coming of Age: la prima metà dell’anno evidenzia un aumento significativo degli attacchi ransomware, la cui frequenza è aumentata di quasi il 50% rispetto al corrispondente periodo del 2022. Il rapporto non ha però ravvisato un corrispondente aumento dei sinistri. Questo, grazie a una maggiore efficacia globale nella gestione del rischio ransomware, al miglioramento della resilienza delle aziende e alla stabilizzazione del mercato assicurativo cyber. Tanto che nel 2023 gli assicurati contro i cyber attacchi che hanno attuato le corrette misure di prevenzione e mitigazione del rischio vengono premiati con prezzi e condizioni più favorevoli.

Non solo opportunità di business, ma dovere sociale

Il rapporto mostra tuttavia che è necessario fare di più se si vuole soddisfare la crescente domanda dei clienti in tutto il mondo.
“Ci siamo messi immediatamente a disposizione degli imprenditori italiani per supportarli nella prevenzione e gestione di una pandemia cyber già in atto – commenta Federico Casini, CEO Howden Italia -. Non si tratta solo di un’opportunità di business, ma di un dovere sociale che ogni assicuratore deve avere per non fermare lo sviluppo dell’economia e sostenere anche l’internazionalizzazione delle imprese”.

Un mercato da 50 miliardi di dollari entro il 2030

Dopo un’importante correzione del mercato assicurativo a seguito dell’impennata dei sinistri derivanti da eventi ransomware nel 2020 e 2021, che ha fatto più che raddoppiare il costo delle polizze, le condizioni hanno iniziato a stabilizzarsi. Questo, grazie soprattutto a controlli del rischio più efficaci, che hanno scoraggiato o mitigato gli attacchi. Howden prevede che le dimensioni del mercato cyber globale potrebbero raggiungere 50 miliardi di dollari entro il 2030. La realizzazione di questo potenziale è legata però a tre fattori: la distribuzione in nuovi settori, la gestione del tail risk (il rischio di un evento molto raro ma che va considerato e calcolato) e l’attrazione di nuovi capitali.
Se queste sfide saranno affrontate con successo, il mercato si troverà all’inizio di un periodo di crescita in grado di determinare grandi cambiamenti.

Le aziende italiane sono più cyber resilienti

Ma il cyber crime raramente si ferma. Gli sviluppi per il 2023, riporta Italpress, indicano un mercato ricco di sfumature, caratterizzato sia dall’ottimismo di dinamiche di offerta più favorevoli per gli acquirenti di polizze, sia dall’incremento di attacchi ransomware e truffe, dalle preoccupazioni per le potenziali perdite sistemiche e dall’insufficiente disponibilità di capitale.
 “L’epidemia ransomware che ha colpito l’Europa a partire dal 2019 ha particolarmente interessato il nostro Paese, che ha assunto purtroppo il primato per numero di attacchi di questo tipo nel 2022 – commenta Roberto Panzeri, Head of Financial Lines Howden Italia -. Ciò a cui stiamo assistendo in questi primi sei mesi del 2023 è una sorta di stabilizzazione del fenomeno in termini di severità dei ransomware, anche grazie ai miglioramenti del livello di resilienza cyber raggiunto dalle aziende italiane, dalle big corporation alle Pmi”.

Quasi 9 milioni di italiani non andranno in vacanza

Tra chi ancora è indeciso e chi già è sicuro di non fare le valigie, sono quasi 9 milioni gli italiani che come motivo delle mancate ferie indicano che non se le possono permettere economicamente.
Secondo l’indagine commissionata da Facile.it all’istituto di ricerca EMG Different, sono soprattutto gli appartenenti alla fascia anagrafica 35-44 anni. Tra loro, il 64,3% (1,6 milioni) resterà a casa per motivi economici. A livello territoriale, invece, sono gli abitanti del Sud Italia (59,1%) e delle Isole (60%) coloro che in percentuale rinunceranno in misura maggiore alla partenza a causa di difficoltà economiche.

Le ragioni di chi non parte

Per il 59,5% di chi non partirà per ragioni economiche (oltre 5 milioni) a incidere è l’aumento generalizzato dei prezzi. Dato che raggiunge il 69,4% tra i 45-54enni. In pratica, quasi 7 italiani su 10 in questa fascia di età rinunceranno alle vacanze perché in difficoltà.
Il 35,8% di chi resterà a casa per ragioni economiche rinuncerà a causa degli incrementi dei costi legati al viaggio, soprattutto i giovani. Più di uno su 2 (53,8%) appartenente alla fascia 18-24 anni ha dato questa motivazione. Il 26,4%, poi, si trova in una situazione di difficoltà economica a causa di un imprevisto (33,3% tra i 25-34enni e gli abitanti del Nord Est e delle Isole), mentre il 22,3% a seguito della perdita del proprio lavoro o di un membro della famiglia. La percentuale è più alta nel Nord Ovest (35,3%) e al 36,8% per gli intervistati di età compresa tra 55-64 anni.

Non solo motivi economici

Oltre alle motivazioni economiche, sono anche altre le ragioni per cui tanti italiani non si concederanno una vacanza. Il 17,2% (2,9 milioni) andrà in vacanza durante un altro periodo dell’anno, percentuale che sale al 19,4% tra i 25-34enni e al 23,3% tra i residenti nel Nord Est, arrivando al 32,7% per gli appartenenti alla fascia anagrafica 65-74 anni.
Il 12%, invece, non avrà ferie, soprattutto i più giovani (18,2% 18-24enni e 27,8% 25-34enni), mentre l’11% non potrà partire perché deve accudire persone anziane. In questo caso sono principalmente coloro di età compresa tra 55-64 anni (19,7%). Il 9,5%, poi, non partirà per curare il proprio animale (13,3% tra i 45-54 anni e 14,3% nelle Isole). Ma sono più di 400mila coloro che staranno a casa per paura di contrarre il Covid.

L’identikit di chi starà a casa

Se a livello nazionale la percentuale di chi quest’anno sicuramente non partirà per le vacanze estive è pari al 16,9%, il dato arriva al 19,1% tra chi ha un’età compresa tra 45-54 anni, mentre a livello territoriale sono gli abitanti del Centro Italia (21%) coloro che rinunceranno in misura maggiore alle ferie. Tra coloro che non sanno ancora se partiranno o meno, oltre 9,3 milioni di connazionali (22%), i più indecisi sono i 65-74enni (27,2%) e i residenti nelle Isole, dove la percentuale raggiunge il 26%.

A quanto ammonta il Conto trimestrale delle Amministrazioni Pubbliche nei primi tre mesi del 2023?

Grazie al sensibile rallentamento della dinamica dei prezzi nel primo trimestre 2023 il potere d’acquisto delle famiglie italiane è aumentato del 3,1% rispetto al trimestre precedente. E la propensione al risparmio delle famiglie, pur continuando il suo calo in termini tendenziali, ha segnato il primo aumento in termini congiunturali dopo diversi trimestri di diminuzione, attestandosi nei primi tre mesi dell’anno in corso al 7,6%. Nel primo trimestre del 2023 però l’indebitamento delle Amministrazioni Pubbliche in rapporto al Pil ha mostrato un peggioramento rispetto allo stesso periodo del 2022. Questo, per la minore incidenza delle entrate dovuta a una riduzione della pressione fiscale.

Saldo primario e saldo corrente entrambi negativi 

Il Conto delle Amministrazioni Pubbliche e le stime relative alle famiglie e alle società sono parte dei Conti trimestrali dei settori istituzionali. I dati relativi alle Amministrazioni Pubbliche sono commentati in forma grezza, quelli relativi alle famiglie e alle società in forma destagionalizzata.
Nel primo trimestre 2023 l’indebitamento netto delle Amministrazioni Pubbliche in rapporto al Pil è stato pari al -12,1% (-11,3% nello stesso trimestre del 2022). Il saldo primario delle Amministrazioni Pubbliche, ovvero l’indebitamento al netto degli interessi passivi, è risultato negativo, con un’incidenza sul Pil del -8,8% (-7,6% nel primo trimestre 2022).
Il saldo corrente delle Amministrazioni Pubbliche è stato anch’esso negativo, con un’incidenza sul Pil del -6,0% (-5,9% nel primo trimestre del 2022).

Famiglie: aumentano reddito disponibile, propensione al risparmio, potere d’acquisto

In Italia la pressione fiscale nel primo trimestre 2023 è stata pari al 37,0%, in riduzione dello 0,9% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il reddito disponibile delle famiglie consumatrici è invece aumentato del 3,2% rispetto al trimestre precedente, mentre la spesa per i consumi finali è cresciuta dello 0,6%.
La propensione al risparmio delle famiglie è stata pari al 7,6%, in aumento del 2,3% rispetto al trimestre precedente. A fronte di una sostanziale stabilità dei prezzi (la variazione congiunturale del deflatore implicito dei consumi è pari al +0,1%), il potere d’acquisto delle famiglie è cresciuto del 3,1%.

Società non finanziarie: diminuiscono quota di profitto e tasso di investimento

La quota di profitto delle società non finanziarie, pari al 43,7%, è diminuita dello 0,9% rispetto al trimestre precedente. Il tasso di investimento delle società non finanziarie, pari al 24,0%, è diminuito dello 0,3% rispetto al trimestre precedente. La quota di profitto delle società non finanziarie ha segnato il primo calo congiunturale dal primo trimestre del 2021, raggiungendo il 44,6%. Anche il tasso di investimento ha segnato una lieve diminuzione per il rallentamento della spesa per investimenti.

e-commerce B2b: nel 2022 vale 468 miliardi, ma digitalizzazione in stallo

Nonostante un livello di adozione mediamente alto delle tecnologie per le transazioni digitali, la penetrazione dell’e-commerce B2b in Italia risulta ancora bassa, con appena un ordine su cinque scambiato tramite strumenti digitali. Secondo i dati dell’Osservatorio Digital B2b della School of Management del Politecnico di Milano, nel 2022 il valore dell’e-commerce B2b in Italia è pari a 468 miliardi di euro, in crescita del 3% rispetto al 2021. L’incidenza sul totale del transato B2b italiano però è ferma al 21%, e per la prima volta dal 2015 rimane stabile rispetto all’anno precedente, suggerendo l’inizio di una fase di consolidamento degli investimenti nel digitale realizzati durante la pandemia.

Ciclo dell’ordine e processi amministrativo-contabili

Poiché ne ha introdotto l’obbligo generalizzato, l’Italia vanta un primato europeo nella fatturazione elettronica, ma resta da completare l’ultimo tassello per la digitalizzazione del ciclo dell’ordine: quello della fase di consegna, ancora ferma al palo. Oggi solamente il 34% delle imprese italiane emette Documenti di Trasporto digitali, e solo una su quattro li riceve.
Tra i processi amministrativo-contabili, invece, le attività interne sono le più digitalizzate: il 65% delle imprese possiede un software gestionale ERP, il 60% certificati di firma informatica, il 53% software di conservazione digitale e sempre il 53% software per la gestione elettronica documentale. Ma a spingere verso il basso la digitalizzazione sono le Pmi, che registrano una diffusione inferiore del -24% rispetto alle grandi imprese.

Vendita e integrazione tra aziende 

“Il paniere di tecnologie a disposizione delle imprese è sempre più ampio e con logiche sempre più vicine a quelle B2c, ma la penetrazione dell’e-commerce B2b è ancora troppo bassa – commenta Paola Olivares, direttrice dell’Osservatorio -. E il principale ostacolo alla digitalizzazione è spesso culturale”.
Tra le tecnologie digitali per la vendita, il 17% delle imprese possiede un Portale B2b, l’11% adotta piattaforme B2b, il 18% ha un sito proprio B2b, e il 6% utilizza Marketplace B2b, utilizzati principalmente per vendere prodotti, ma anche come vetrina dell’offerta.
Tra le tecnologie che abilitano l’integrazione tra aziende, nel 2022 23.700 imprese italiane utilizzano l’EDI (Electronic Data Interchange, +13% rispetto 2021), per 135 milioni di documenti scambiati (+2%), tra ordini, conferme d’ordine, avvisi di spedizione e fatture.

Processi interni e firma informatica

Nella digitalizzazione dei processi interni, aumentano la diffusione delle firme informatiche, utilizzate ormai da quasi la metà delle imprese italiane per firmare contratti e fatture elettroniche. Sono oltre 29 milioni i certificati di firma attivi rilasciati ad aziende e privati (+0,4% rispetto 2021), e aumentano gli utilizzi effettivi. La firma informatica è uno dei servizi fiduciari normati in eIDAS insieme a sigilli elettronici, servizi di recapito certificato, time stamping e certificati di autenticazione (TLS) per siti web.
La sinergia tra questi servizi è sempre più forte: si contano 225 fornitori qualificati di servizi fiduciari (QTSP) in Europa, di cui 20 in Italia, terzo Paese dietro a Spagna (48 QTSP) e Francia (29).

La spesa degli italiani è meno “junk” e più bio

La spesa degli italiani diventa sempre più ‘sana’ e sostenibile. Nel carrello del post-pandemia gli italiani puntano infatti soprattutto sulla qualità della propria spesa alimentare, e oggi comprano il 10,5% in più di alimenti sostenibili certificati, il 7,5% in più di alimenti biologici e a km zero, mentre riducono i cibi pronti e confezionati (-5,2%) e i cosiddetti prodotti ‘junk food’, ovvero i cibi spazzatura (-4,4%). Sono alcuni dati emersi dai risultati del rapporto ‘La (R)evoluzione sostenibile della filiera agroalimentare’, presentato durante il 7° forum dal titolo ‘La Roadmap del futuro per il Food&Beverage: quali evoluzioni e quali sfide per i prossimi anni’, organizzato da The European House-Ambrosetti.

La sostenibilità inizia dalla produzione

Per il 73% dei consumatori un prodotto è sostenibile quando il suo processo di produzione è sostenibile. Subito dopo conta la sostenibilità del packaging (40,3%), e l’80% dei consumatori è disposto a spendere un po’ di più per acquistarlo. Oltre un terzo spenderebbe meno del 5% in più, mentre poco meno del 5% è disposto a spendere oltre il 30% in più. Secondo la ricerca, anche per le imprese un prodotto diventa sostenibile soprattutto nella sua fase di produzione: lo sostiene il 38,9% delle 500 aziende del settore Food&Beverage coinvolte. Ma per molte aziende (32,3%) è invece l’alta qualità delle materie prime il fattore principale di sostenibilità. Di fatto, nei piani dei prossimi 3-5 anni le aziende dichiarano di voler dedicare maggiore attenzione soprattutto alla sostenibilità della produzione (12,7%) e alla riduzione degli sprechi (13,7%).

Un contrasto efficace al rincaro dei prezzi agroalimentari

“L’adozione di comportamenti più sostenibili nel carrello della spesa può anche essere un efficace contrasto all’attuale rincaro dei prezzi agroalimentari – ha spiegato Benedetta Brioschi, Associate Partner e Responsabile Food&Retail, The European House-Ambrosetti -. I consumatori italiani si comportano in base alle rispettive disponibilità economiche: le famiglie meno abbienti si sono orientate verso la riduzione degli sprechi alimentari nel 17,4% dei casi, quelle famiglie più abbienti, invece, acquistano maggiormente prodotti che possano salvaguardare il proprio benessere nel 33,3% dei casi”.

Ma ancora in pochi conoscono la dieta mediterranea

“Le abitudini d’acquisto stanno cambiando con una graduale e maggiore attenzione ai temi della salute – ha aggiunto Benedetta Brioschi -, ma nel Paese bisogna ancora lavorare sugli aspetti culturali: solo il 17,3% dei cittadini sa che la dieta mediterranea prescrive il consumo di almeno 5 porzioni giornaliere di frutta e verdura. E solo il 5% mette in pratica questi dettami, anche se siamo i primi esportatori di alcuni prodotti alla base di questo tipo di alimentazione”.

Italia, tiene l’export digitale dei beni di consumo: + 20,3% nel 2022

In un contesto economico contraddistinto da luci e ombre, nel 2022 le esportazioni italiane hanno ripreso a crescere in termini di valore. Mostrano infatti un trend positivo che continua parzialmente anche nei primi mesi del 2023. In questo scenario, il commercio digitale genera nuove opportunità di sviluppo e svolge un ruolo centrale nelle strategie di export delle imprese italiane. Nel 2022, l’export digitale italiano dei beni di consumo, sia diretto (B2C) tramite siti web o marketplace propri, sia intermediato (B2B2C) tramite rivenditori online, ha raggiunto il valore di 18,7 miliardi di euro, registrando una crescita del 20,3% rispetto al 2021, corrispondente a un aumento annuo di circa 3 miliardi di euro e rappresentando l’8,8% dell’export italiano complessivo. I settori più rilevanti sono la moda, con 10,1 miliardi di euro e il 54% del totale, il food & beverage, con 2,6 miliardi di euro e un aumento del 18,2% rispetto al 2021, e l’arredamento, con 1,3 miliardi di euro e una crescita del 13% rispetto al 2021.

Il comparto del B2B vale 175 miliardi di euro

Nel settore del commercio tra aziende (B2B), l’export digitale italiano ha raggiunto nel 2022 il valore di 175 miliardi di euro, in crescita del 20% rispetto ai 146 miliardi del 2021. Questo valore rappresenta circa il 28% dell’export italiano totale. I settori che incidono di più sono l’automotive (38 miliardi di euro, 22% del totale), la moda (26 miliardi di euro, 15% del totale) e la meccanica (17,8 miliardi di euro, 10% del totale), ma le maggiori crescite si osservano nel settore farmaceutico (+47%), nell’elettronica di consumo (+21%) e nella moda (+20%). 

Le PMI ancora poco mature

Tuttavia, le piccole e medie imprese italiane presentano ancora strategie di export digitale poco mature, con inefficienze nell’uso dei canali di vendita digitali, delle tecnologie per l’export e delle analisi dei dati per valutare i progetti di internazionalizzazione. Questi sono alcuni dei risultati emersi dalla ricerca condotta dall’Osservatorio Export Digitale della School of Management del Politecnico di Milano. Nonostante il contesto economico negativo, nel 2022 le esportazioni italiane sono cresciute notevolmente, principalmente a causa dell’aumento dei costi di produzione e dei prezzi anziché dei volumi. Se i marchi italiani non hanno registrato un aumento degli ordini transfrontalieri, sono comunque riusciti a mantenere le loro quote di mercato. In un contesto turbolento, il canale online rappresenta un’opportunità ancora poco sfruttata dalle PMI per raggiungere mercati lontani, comprendere meglio i propri clienti e ottimizzare i processi di vendita. Pertanto, è essenziale promuovere la cultura e diffondere la conoscenza per agire con consapevolezza in una strategia di export digitale.

Lo scenario macroeconomico attuale 

Per quanto riguarda lo scenario macroeconomico, il 2023 presenta un contesto globale incerto, dopo tre anni caratterizzati da ampie fluttuazioni. Le stime delle principali istituzioni economiche indicano una crescita del PIL globale del +3,4% nel 2022, con una previsione di +2,6% per il 2023. L’inflazione mondiale è in calo nei primi mesi del 2023, ma rimane ancora relativamente elevata e potrebbe portare a politiche monetarie restrittive per un certo periodo. Queste incertezze, insieme alle tensioni geopolitiche ed economiche, hanno influenzato il commercio mondiale, che nel 2022 ha registrato un modesto aumento del 2,7%, inferiore alla crescita del PIL globale. In Italia, nel 2022 il valore delle esportazioni è ripreso a crescere (+19,8% rispetto al 2021), raggiungendo quasi i 625 miliardi di euro. Sia i beni di consumo che i prodotti intermedi hanno registrato una crescita quasi identica. I beni strumentali sono cresciuti meno (+13,8%), mentre l’energia ha registrato una crescita significativa (+89%). Nei primi mesi del 2023, il tasso di crescita rimane positivo, ma l’aumento dei prezzi di vendita è il fattore determinante, non l’incremento dei volumi esportati.

I mercati di maggior interesse per l’export digitale 

L’Osservatorio ha anche elaborato un indicatore per identificare i Paesi di maggiore interesse per l’export digitale italiano tra le 20 principali economie mondiali. Al primo posto in questa classifica si trovano Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Svizzera e Francia, che riflette l’elenco attuale dei principali Paesi destinatari dell’export italiano complessivo. Altri Paesi come Singapore (6° posto), Canada (7° posto) e Corea del Sud (8° posto) emergono grazie a ottime prestazioni in termini commerciali, infrastrutturali (ICT e logistica) e amministrative. Alcuni importanti partner commerciali, come la Spagna, si posizionano più in basso nella classifica (11° posto) a causa delle basse performance economiche e regolamentari e di una penetrazione limitata del mercato e-commerce.