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I dati Istat per la produzione industriale italiana a novembre 2025

È diffuso ai principali comparti industriali l’aumento congiunturale della produzione industriale evidenziata dagli ultimi dati rilasciati dall’Istat relativi a novembre 2025. 

Tale aumento risulta positivo anche per l’andamento complessivo nella media trimestrale del periodo da settembre a novembre 2025. Allo stesso modo, l’indice destagionalizzato della produzione industriale, al netto degli effetti di calendario, appare in aumento anche su base annua, sia a livello complessivo sia per i principali raggruppamenti di industrie, a eccezione dei beni di consumo.
Insomma, dopo la flessione congiunturale del mese precedente (ottobre 2025) a novembre la produzione industriale italiana è tornata a crescere.

Indice destagionalizzato: +1,5% rispetto a ottobre, +1,1% nel trimestre

Più in particolare, per il mese di novembre 2025 l’Istat stima che l’indice destagionalizzato della produzione industriale sia aumentato del +1,5% rispetto a ottobre, mentre nella media del trimestre settembre-novembre si stima che il livello della produzione cresca del +1,1% rispetto ai tre mesi precedenti.

I dati relativi all’indice destagionalizzato mensile mostrano poi aumenti congiunturali in tutti i raggruppamenti principali di industrie, con variazioni positive per l’energia, in crescita del +3,9%, i beni strumentali in salita del +2,1%, i beni di consumo, a +1,1%, e marginalmente, i beni intermedi, che segnano un aumento stimato pari al +0,1%.

Indice generale +1,4% in un anno. Segno più per beni strumentali, intermedi ed energia, segno meno per beni di consumo

Al netto degli effetti di calendario (i giorni lavorativi di calendario sono stati 20, come a novembre dell’anno precedente), a novembre 2025 l’indice generale viene stimato in aumento in termini tendenziali del +1,4%.

In dettaglio, i dati Istat registrano variazioni tendenziali positive del +3,3% per i beni strumentali, del +2,0% per l’energia e del +1,0% per i beni intermedi.
Al contrario, risultano in lieve diminuzione i beni di consumo, la cui flessione è pari al -0,8%.

Settori in crescita: farmaceutico, ottica/elettronica/apparecchiature. In calo: carburanti, chimica, mezzi di trasporto

I settori di attività economica che registrano gli incrementi tendenziali maggiori sono rappresentati dalla produzione di prodotti farmaceutici di base e i preparati farmaceutici, per i quali l’aumento stimato è pari al +8,7%, seguiti dal comparto della fabbricazione di computer, dei prodotti di elettronica e ottica, degli apparecchi elettromedicali e degli apparecchi di misurazione e orologi, che crescono del +5,8%. La fabbricazione di apparecchiature elettriche e apparecchiature per uso domestico non elettriche, sono in crescita stimata pari al +5,1%.

Di segno opposto, le flessioni più ampie rilevate dall’Istat riguardano la fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati, in calo stimato del -4,4%, la fabbricazione di mezzi di trasporto, in diminuzione del -3,1%, e la fabbricazione di prodotti chimici, che scende del -2,9%.

e-commerce: sfiorati 60 miliardi, ma il 90 % delle vendite resta “fisico”

Lo afferma l’Ufficio studi della CGIA: sebbene il commercio elettronico negli ultimi anni abbia mostrato tassi di crescita più che doppi rispetto a quelli dei piccoli negozi di prossimità, i dati indicano che circa il 90% circa delle vendite al dettaglio continua a svolgersi presso le attività commerciali fisiche. 

Ma analizzando la variazione di crescita delle vendite al dettaglio relativa ai primi 10 mesi del 2025 si nota che rispetto allo stesso periodo del 2024 il commercio elettronico e la grande distribuzione hanno registrato entrambe una crescita del 2,1%. Di contro, sia le vendite al di fuori dei negozi sia le imprese operanti su piccole superfici hanno registrato una flessione dello 0,7%.

I piccoli negozi sono insostituibili

Le distanze si allargano considerando il confronto tra il 2019 e il 2024. Se le vendite online sono aumentate del 72,4% e quelle della grande distribuzione, trainate dal settore alimentare, del 16,4%, i negozi di vicinato hanno registrato un modesto +2,9% e le vendite al di fuori dei negozi sono diminuite del 4,1%.

In pratica, il commercio online aumenta la sua quota di mercato, ma i negozi tradizionali, seppur in difficoltà, continuano a generare la maggior parte del fatturato delle vendite al dettaglio, a beneficio dell’occupazione, del tessuto urbano e della qualità della vita.

Un italiano su due acquista online

Le esperienze internazionali dimostrano che nei Paesi dove la regolazione è molto debole e la pressione fiscale più alta, il commercio online cresce più rapidamente. Diversamente, dove esiste un tessuto commerciale urbano forte e si adottano politiche di sostegno, il negozio di vicinato resiste meglio.

Secondo i dati Eurostat nel 2024 il 53,6% degli italiani ha realizzato un acquisto online di beni o servizi. Tra i 27 Paesi UE solo la Bulgaria presenta una quota di persone sul totale nazionale (49,8%) inferiore. La media europea tocca il 71,8%, con punte del 90,8% in Danimarca, del 94% nei Paesi Bassi e del 94,7% in Irlanda.
Rispetto a 10 anni prima, la variazione in Italia è del +31,3%, contro una media UE27 del +25,6%.

Trento e Aosta al top

Gli ultimi dati Istat riferiti al 2024 mostrano come la percentuale più elevata di residenti che negli ultimi 12 mesi ha effettuato un acquisto online si trova nella Provincia Autonoma di Trento (49,2%, pari a 268.000 consumatori). Seguono Valle d’Aosta (47,2%, 58.000), Toscana (47%, 1.722.000) e Friuli Venezia Giulia (46,4%, 554.000). Chiude la graduatoria nazionale la Calabria, con il 27,6%, pari a 507.000 consumatori.

Insomma, se l’e-commerce è un fenomeno strutturale non è detto che la sua diffusione porterà alla cancellazione dei negozi di prossimità. Ciò che manca è una cornice politica ed economica che permetta alle piccole attività locali di competere su parametri equi, riconoscendone il valore economico e sociale.

Case “dormienti”: sono 8,5 milioni le abitazioni inutilizzate

In Italia il 25,7% delle abitazioni intestate a persone fisiche è un patrimonio di case non utilizzate: 8,5 milioni di case. Tra queste, 5,8 milioni di case non primarie utilizzate per soggiorni brevi o non locate, quasi 1,4 milioni prive persino di allacciamento alle reti di energia e acqua e quasi 1,3 milioni dagli utilizzi indefiniti e non presenti nelle dichiarazioni dei redditi.

È quanto emerge dal 4° Rapporto Federproprietà-Censis “Case dormienti, una ricchezza sommersa. Proposte per risvegliare il mercato degli affitti non turistici in Italia”.
Per l’80% degli italiani immettere nel mercato delle locazioni le case dormienti è un’ottima soluzione, per il 14,2% non lo è, mentre il 5,8% non ha un’opinione in merito.

Paura dei proprietari e morosità degli inquilini

Per l’82,9% degli italiani è la paura di non rientrare in possesso della propria abitazione in caso di morosità dell’inquilino a trattenere i proprietari dal locare gli immobili. Per il 66%, poi, non si devono penalizzare fiscalmente i proprietari che lasciano gli immobili inutilizzati, mentre il 28,3% pensa che sarebbe opportuno e il 5,7% non sa.

E se l ’86,4% dei cittadini è convinto che le procedure di sfratto, in caso di morosità, vanno di molto accelerate l’84% degli italiani è favorevole all’introduzione di una Banca dati nazionale degli inquilini morosi.

La pressione degli affitti brevi per turisti

Sono 691.372 le strutture ricettive registrate nella Banca dati del Ministero del Turismo: oltre il 71% sono alloggi privati in affitto gestiti in forma non imprenditoriale.

Molto più alta è la pressione su alcune aree delle maggiori città turistiche. A Roma per 1.000 abitanti nell’area del Centro Storico gli annunci per affitti brevi sono 105, la media cittadina è 12, a Milano per 1.000 residenti nel Centro Storico ci sono 35 annunci, con una media cittadina pari a 13, a Firenze per 1.000 abitanti gli annunci per affitti brevi nel Centro storico sono 139, mentre sono 33 a livello comunale, a Venezia per 1.000 abitanti gli annunci di affitti brevi nell’area Venezia-Burano-Murano (Venezia insulare) sono 105, la media del comune è 32.

L’accesso alla casa

Per il 94,1% degli italiani è molto difficile per i giovani acquistare casa senza supporto familiare. Lo pensa il 91,5% dei giovani, il 94,9% degli adulti e il 94,8% degli anziani. 
Per il 92% degli italiani occorrono misure per agevolare l’accesso alla proprietà della prima casa, perché rassicura le persone e genera stabilità nella società. A pensarlo è il 90,6% dei giovani, il 92,6% degli adulti e il 91,8% degli anziani. 

Quanto alle persone che vivono in case inadeguate o fatiscenti erano nel 2014 il 9,5% scendendo al 5,6% nel 2024. Inoltre, tra 2014 e 2024 le quote di famiglie con abitazioni con strutture danneggiate sono diminuite dal 13,2% al 9,8%, quelle con problemi di umidità dal 19,9% al 12,9% e quelle con scarsa luminosità dal 7,5% al 7,3%.

Public Benefit: i benefici dell’integrazione nel welfare aziendale

In un mercato del lavoro segnato da inflazione, salari in crescita più lenta rispetto alla media europea e nuove esigenze sociali, le imprese possono trasformare bonus e agevolazioni pubbliche, i Public Benefit, in un valore concreto per lavoratori e organizzazioni.
Per valutare il potenziale dell’integrazione dei Public Benefit nel welfare aziendale Bonoos, operatore in ambito HR-tech, ha condotto un’indagine su 100 HR Manager di aziende con più di 250 dipendenti

Si stima che in media in Italia il 40% di chi potrebbe beneficiare di queste misure non lo faccia. Milioni di lavoratori italiani avrebbero quindi i requisiti per accedere a una vasta gamma di Public Benefit destinati a persone e famiglie. Tuttavia, solo una parte è consapevole di queste opportunità.
Per questo motivo, integrare i Public Benefit nel welfare aziendale può diventare decisivo.

Sostenere il reddito dei collaboratori è una leva strategica

Anche chi è a conoscenza dei Public Benefit spesso rinuncia a utilizzarle. Le procedure sono complesse, la burocrazia scoraggia e la percezione di ‘non averne diritto’ porta molti a non richiedere ciò che spetterebbe.
Scarsa informazione, difficoltà amministrative e convinzioni errate alimentano il fenomeno del non take-up, che genera il cosiddetto ‘welfare non riscosso’.

L’integrazione fra Public Benefit e welfare aziendale, quindi, è sempre più rilevante in un contesto in cui sostenere il reddito dei collaboratori rappresenta una leva fondamentale per engagement, retention e benessere.
A oggi quasi il 20% delle aziende offre già servizi per facilitare l’accesso ai Public Benefit.  I Fringe Benefit risultano la formula più diffusa (76%), seguiti dai Flexible Benefit (44%).

HR Manager consapevoli, ma ancora poco informati

L’integrazione dei Public Benefit è considerata logica e semplice, soprattutto per le imprese che dispongono già di un portale di welfare.
Oltre 6 HR Manager su 10 conoscono i Public Benefit anche senza offrirli ai dipendenti, e la consapevolezza sale al 71% considerando l’intero campione.

La conoscenza rimane però iniziale. Il 75% degli HR Manager non sa quanti bonus siano effettivamente disponibili in Italia. Molti li stimano tra 100 e 200, mentre Bonoos ne ha mappati oltre 1.000, riguardanti famiglia, salute, disabilità, istruzione, mobilità sostenibile, tempo libero e casa.
Solo 4 HR Manager su 10 sanno che il valore potenziale dei Public Benefit può superare 1.000 euro annui pro capite. E il 60% è disposto a introdurli o mantenerli nel proprio piano di welfare. 

Il driver principale è il vantaggio economico

La propensione aumenta tra le aziende che hanno già iniziato un percorso di integrazione o dispongono di un piano strutturato.
Il principale driver è il vantaggio economico per i lavoratori.

Tra i benefici percepiti dalle aziende emergono maggiore soddisfazione dei dipendenti, miglioramento del clima interno (nelle aziende già dotate di piani di welfare), sostegno concreto e misurabile al reddito, generabile senza costi aggiuntivi per l’impresa, rafforzamento e ampliamento dell’offerta di welfare.
Quasi 8 HR Manager su 10 ritengono che i lavoratori accoglierebbero favorevolmente l’introduzione di questi servizi. Per i dipendenti, l’accesso ai Public Benefit significa maggiore potere d’acquisto, più supporto alla vita quotidiana e un contributo reale al benessere complessivo.

Errori in cucina: le nuove indicazioni dell’Iss per stare tranquilli a tavola

A volte pensiamo di conoscere la nostra cucina come le nostre tasche. Apriamo una dispensa, afferriamo una pentola, scongeliamo qualcosa “come si è sempre fatto” e via.

E invece no: basta leggere i risultati del questionario “Mangiasicuro!”, realizzato dall’Istituto Superiore di Sanità nell’ambito del progetto sulla sicurezza alimentare casalinga, per capire che molti di noi, senza volerlo, compiono errori che potrebbero compromettere la qualità dei cibi. E diciamolo: nessuno nasce imparato, soprattutto quando si tratta di frigo, padelle e temperature.

Piccoli gesti quotidiani che contano più di quanto pensiamo

Una cosa che sorprende sempre molti? Le spugnette. Quelle povere spugne che usiamo ogni giorno e che, alla fine, sono un vero rifugio per i batteri. Oppure le padelle antiaderenti: ci affezioniamo, le teniamo finché non cadono a pezzi, ma appena il rivestimento si graffia non dovremmo più usarle. E poi ci sono convinzioni dure a morire, come quella di lavare il pollo crudo sotto l’acqua corrente: sembra un gesto di pulizia, invece è il modo migliore per spargere germi ovunque.

E il pesce? Se lo conserviamo troppo a lungo rischiamo la formazione di istamina, una sostanza tossica che non se ne va nemmeno con la cottura. Quanto alla cottura “spinta”, quella divorata dalle fiamme del grill o dimenticata in forno, può portare alla formazione di acrilammide, che sarebbe meglio non avere nel piatto.

Le dieci buone regole dell’Iss

Per mettere ordine tra dubbi e false certezze, l’Istituto Superiore di Sanità ha preparato dieci semplici linee guida. Nulla di complicato, solo buone abitudini da inserire nel nostro tran tran quotidiano.

  1. Quando la padella antiaderente si rovina, meglio salutarla.
  2. La spugnetta va pulita spesso, disinfettata ogni settimana e cambiata una volta al mese.
  3. Il frigo non è un “deposito libero”: uova nella loro confezione sul ripiano centrale, cibi cotti e crudi separati, affettati e formaggi in uno spazio dedicato.
  4. Lo scongelamento va fatto in frigo, non lasciato al destino sul piano della cucina.
  5. Taglieri diversi per alimenti diversi, oppure una bella lavata tra un uso e l’altro.
  6. Il pollo crudo non va lavato, mai.
  7. Il pesce fresco va consumato rapidamente e quello in scatola, una volta aperto, non va dimenticato.
  8. Non tutti i pronti da mangiare si mangiano davvero così: leggere l’etichetta aiuta.
  9. Niente cibi bruciacchiati, soprattutto se ricchi di amido.
  10. A tavola vale la regola del “cambiare spesso”: più varietà, più verdure, più cereali integrali e legumi almeno due volte alla settimana.

Mettersi ai fornelli con più consapevolezza

Alla fine, non si tratta di complicare la vita a nessuno. Sono accorgimenti semplici, che richiedono solo un po’ di attenzione in più. Cucinare è uno dei modi più spontanei e affettuosi per prendersi cura degli altri: farlo in sicurezza rende ogni piatto una piccola coccola.

Transizione verde: un’opportunità per rafforzare economia e società

Nel recupero di materia l’Italia dà il meglio di sé. Secondo Eurostat, la nostra capacità nell’avvio a riciclo dei rifiuti totali, sia urbani sia speciali, ha raggiunto il 92,6% nel 2023. Un tasso superiore a quello delle altre grandi economie europee, come Francia (81,5%), Germania e Spagna (75,5%), e alla media UE-27 (60%).

Quanto alla distribuzione per macro-aree geografiche delle imprese eco-investitrici dei settori dell’industria e dei servizi, nel periodo 2019-2024 si evidenzia una differenziazione geografica maggiore, sia rispetto al periodo 2019-2023 sia a quello precedente (2014-2018). Emerge dal 16° Rapporto GreenItaly, realizzato da Fondazione Symbola, Unioncamere e Centro Studi Tagliacarne.

Riciclo imballaggi a quota 76,7%

Nel riciclo degli imballaggi l’Italia ha raggiunto la quota effettiva del 76,7% (2024). Il dato consolida la leadership europea, già confermata dal raggiungimento con 10 anni di anticipo dell’obiettivo europeo di riciclo complessivo per il 2030.

Le filiere più virtuose sono quelle della carta (92,4%), del vetro (80,3%) e dell’acciaio (86,4%).
La filiera degli imballaggi in plastica biodegradabile e compostabile, con un tasso di riciclo del 57,8%, è insieme alla plastica tradizionale (50,8%) il settore con il più rapido tasso di crescita.

“Le imprese che investono in tecnologie net-zero riducono le emissioni e performano meglio”

“La transizione green non è più soltanto una scelta etica o ambientale: è il nuovo spazio dove si misurano competitività, produttività e capacità industriale dei Paesi – commenta il presidente di Unioncamere, Andrea Prete -. Oggi lo vediamo con chiarezza: le imprese che investono con oculatezza e concretezza in tecnologie net-zero, dall’efficienza energetica ai materiali circolari, dai sistemi fotovoltaici di nuova generazione all’idrogeno, non solo riducono le emissioni ma performano meglio. Le nostre analisi recenti mostrano che le aziende europee che detengono brevetti in tecnologie green strategiche registrano in media un livello di produttività più alto del 17%, rispetto alle altre imprese che hanno sempre brevetti ma non green”.

Manca la disponibilità di professionisti qualificati

Nel periodo 2019-2024 sono 578.450 le imprese extra-agricole che hanno effettuato eco investimenti, il 38,7% del totale, ovvero, più di 1 impresa su 3.
Nel 2024 i green jobs sono 3.298 mila unità, in crescita del 4,3% (+135mila) rispetto al 2023, con una quota sul totale degli occupati pari al 13,8%.

“Il green, quindi, può rappresentare un moltiplicatore di valore – aggiunge Prete -. Il vero limite oggi non è la volontà delle imprese, che in Italia stanno dimostrando di credere nella sostenibilità come leva di crescita, ma la disponibilità di professionisti qualificati. Le imprese incontrano difficoltà di reperimento per oltre la metà dei green jobs ricercati, e questo blocca gli investimenti. Per questo la sfida non è ‘se’ fare la transizione, ma ‘come’ farla diventare un fattore di competitività nazionale”.

Lavoro e calo demografico: le previsioni al 2050

Invecchiamento della popolazione e calo delle nascite impattano sulla disponibilità di forza lavoro. Si riduce infatti la popolazione che può entrare nel mercato del lavoro una volta superata la fase della formazione, e l’aumento del livello di istruzione ne ritarda a sua volta l’ingresso.
L’allungamento della vita media comporta poi l’aumento delle persone attive (occupati e disoccupati) oltre i 65 anni di età, non solo per l’innalzamento graduale dell’età pensionabile, ma anche per necessità economica.

Tutto ciò ha conseguenze dirette sulla capacità produttiva generale del Paese e la sostenibilità dei sistemi pensionistici e di welfare. Secondo il modello sviluppato dall’Istat, nonostante il previsto aumento dei tassi di attività, la dimensione della popolazione attiva subirà un calo progressivo, che toccherà il- -9,1% nel 2050. 

Differenza di genere ed età lavorativa

Dall’inizio degli anni Duemila, la quota di popolazione di 15-64 anni sul totale della popolazione si è ridotta dal 66,7% nel 2004 al 63,5% nel 2024 (-3,2%) e si prevede che scenderà al 54,3% nel 2050 (-9,1% vs 2024).
Dal 2004 al 2024, per gli uomini la quota di 15-64enni è scesa dal 68,6% al 65,2% e arriverà a 57,1% nel 2050. Le donne in età lavorativa sono diminuite da 64,9% a 61,8% e raggiungeranno il 51,6% nel 2050.

Sul piano demografico, l’attuale differenza di genere nella popolazione in età attiva si deve al rapporto tra i sessi alla nascita favorevole agli uomini, ma anche a una più elevata componente maschile nelle immigrazioni dall’estero degli ultimi 20-25 anni

Tasso di attività salirà al 73,2%

Il tasso di attività totale della popolazione di 15-64 anni in Italia è salito dal 62,5% del 2004 al 66,6% del 2024, un incremento trainato soprattutto dalla maggiore partecipazione femminile al mercato del lavoro. ma nonostante questi progressi, l’Italia continua a registrare tassi di attività inferiori rispetto ad altri Paesi europei.

Nel 2024 si osserva poi una marcata disparità tra uomini e donne: il tasso di attività maschile si attesta al 75,6%, mentre quello femminile al 57,6%, per un divario del 18%. Nel 2050 il tasso di attività totale potrebbe raggiungere il 73,2%, con un divario comunque significativo, e valori pari al 79,3% per gli uomini e al 66,5% per le donne.

I 15-64enni saranno meno di 30 milioni

Si prevede, inoltre, che i 15-64enni diminuiscano costantemente, da 37,2 milioni nel 2024 a meno di 30 nel 2050 (-21%), con un calo più marcato per la popolazione femminile.
Gli uomini passeranno dai circa 18,7 milioni del 2024 a 15,5 nel 2050 (-17%) e le donne da 18,6 a 14 milioni (-24,4%).

All’interno di questo calo demografico la popolazione attiva subirà una riduzione più contenuta rispetto a quella complessiva, I maschi attivi scenderanno da 14,1 a 12,3 milioni, mentre le donne attive da 10,7 a 9,3 milioni (circa -13% per entrambi i sessi).
A subire la diminuzione più pronunciata sarebbero quindi gli individui non attivi, soprattutto donne, la cui popolazione scenderebbe da 7,9 a 4,7 milioni (-40,3%). 

Imprese: il III trimestre 2025 chiude con +17mila attività

Tra luglio e settembre 2025 il saldo attività economiche Registro delle imprese delle Camere di Commercio è positivo e pari +16.920.
Al saldo corrisponde un tasso di crescita nazionale del +0,29% rispetto al +0,26% registrato nello stesso periodo del 2024.

In base a Movimprese, l’analisi trimestrale condotta da Unioncamere e InfoCamere, è il risultato della differenza fra 61.257 nuove iscrizioni e 44.337 cessazioni di attività, numeri che mostrano un rafforzamento della vitalità del sistema imprenditoriale italiano. 
Il motore della crescita continua a essere rappresentato dalle Società di capitali, che nel trimestre estivo generano la quasi totalità dell’incremento dello stock. Con 14.548 unità in più e un tasso del +0,75% (+0,72% nel 2024), questa forma giuridica si conferma la scelta privilegiata dai neo-imprenditori.

Segnali di ripresa per le realtà individuali

La dinamica complessiva è trainata soprattutto dalle imprese costituite in tipologie societarie, che determinano l’86% della crescita, e da quelle operanti nei settori dei servizi.
Persistono invece le difficoltà tra le imprese costituite in forma individuale e tra quelle dei comparti storicamente più rilevanti (Manifattura, Commercio, Agricoltura).

Segnali di ripresa anche per le imprese individuali, che pur continuando ad attrarre il maggior numero di nuove iscrizioni (57% del totale nuove imprese), contribuiscono al saldo con +3.507 unità, pari al +0,12% nel trimestre. Le Società di persone continuano invece nella fase di declino: -1.370 unità, pari al -0,17%.

Dinamiche settoriali, finanziarie e assicurazioni guidano la classifica

Quanto alla dinamica settoriale, l’incremento maggiore in termini percentuali si osserva nelle Attività finanziarie e assicurative, che guidano la classifica con un tasso del +1,56%, seguite da Fornitura di energia elettrica, gas, vapore e aria condizionata (+1,43%) e Istruzione (+1,06%).

In forte espansione anche le attività legate a Noleggio, agenzie di viaggio e servizi di supporto alle imprese (+0,81%) e il comparto del Trasporto e magazzinaggio (+0,70%). Si conferma invece la stagnazione per settori tradizionali come Commercio e Attività manifatturiere, entrambi con una variazione percentuale prossima allo zero (-0,03%).
Le Costruzioni, invece, garantiscono il contributo più elevato in termini assoluti, chiudendo il trimestre con un saldo di +3.317 imprese, seguite da Alloggio e ristorazione (+2.797) e imprese professionali, scientifiche, tecniche (+2.489).

Balzo in avanti per il comparto artigiano

Il comparto artigiano inverte la tendenza negativa degli anni precedenti e si mostra in ripresa. Il saldo del III trimestre attesta +1.888 unità, con un tasso di crescita dello 0,15%. Questo netto balzo in avanti rispetto al +0,09% tendenziale è trainato principalmente dalle Costruzioni (+1.224 unità, +0,25%) mentre persistono le difficoltà delle attività manifatturiere (-707 imprese).

A livello territoriale la crescita appare diffusa, ma è il Centro Italia l’area più dinamica (+0,35%) con +4.221 imprese, mentre Sud e Isole registrano il saldo assoluto più consistente (+6.202, +0,31%), grazie, in particolare, alla performance della Sicilia (+0,45%).
Tra le province, si distinguono per tasso di crescita Ragusa (+0,67%), Roma (+0,57%) e Milano (+0,55%).

PMI europee: le ambizioni sull’AI sono in conflitto con la realtà operativa 

In Europa quasi il 50% dei 25 milioni di Pmi utilizza quotidianamente strumenti di GenAI, come ChatGPT, ma l’uso di sistemi fondamentali rimane scarso.
Solo il 24% utilizza software di contabilità digitale e appena il 22% piattaforme di videoconferenza. La gestione documentale digitale raggiunge il 29% e gli strumenti di analisi dati il 27%. 

Sebbene la trasformazione digitale sia al centro del dibattito pubblico, lo scenario delle Pmi europee è paradossale. Pur faticando con le sfide fondamentali della digitalizzazione le imprese stanno adottando rapidamente strumenti di AI. In un contesto di incertezza economica, ciò crea un divario tra ambizioni digitali e realtà operative. 
Emerge da un nuovo osservatorio di Qonto, realizzato in collaborazione con Appinio.

Diffusa consapevolezza… ma non c’è fretta

La diffusa consapevolezza maschera una mancanza di urgenza che potrebbe rendere milioni di imprese vulnerabili alla disruption digitale.
Il divario è infatti ancora più evidente considerando gli strumenti digitali adottati.

Nonostante il 92% le Pmi europee consideri digitalizzazione e AI importanti per il business, solo il 62% le considera cruciali per il futuro.
Ciò significa che per quasi 4 aziende su 10 (38%) AI e digitalizzazione sono ‘abbastanza’ importanti, ma non prioritarie. E solo il 19% dispone di una chiara strategia e di risorse sufficienti. 
In Italia, nonostante il 77% delle Pmi ne riconosca la rilevanza, solo il 59% considera la digitalizzazione. 

Imprese (im)preparate

Quasi 7 Pmi italiane su 10 (68%) si dichiarano pronte per la trasformazione digitale: un dato che colloca l’Italia al secondo posto in Europa dopo la Germania.
Nell’area UE, solo il 60% delle Pmi si considera ben preparato alla trasformazione digitale, mentre circa 10 milioni di aziende (40%) si sentono solo poco o per nulla pronte.
Tra queste, il 10% (2,4 milioni) non è affatto preparato. 

In Italia, l’adozione di strumenti di AI, come i generatori automatici di testo o immagini, è in linea con la media europea (46%), ma il Paese registra anche il più alto tasso di stagnazione digitale.
Il 12% delle Pmi non ha introdotto nessuna nuova tecnologia. Per chi ha abbracciato l’innovazione, i punti di forza restano gestione documentale (32%), strumenti di data analytics/business intelligence (30%), marketing automatizzato (27%).

Cosa ostacola il cambiamento

In Italia il 52% delle Pmi risparmia almeno 10 ore settimanali grazie all’automazione, un dato in linea con la media europea (52,7%), mentre il 12% ne guadagna oltre 20.
A livello europeo, una Pmi su dieci risparmia più di 20 ore, pari a mezza settimana lavorativa, e il 53% ne guadagna almeno 10. 

Le Pmi italiane, pur con timori nella media (31% sicurezza delle soluzioni digitali, 28% competenze tecniche), sono le uniche in Europa a citare la resistenza interna al cambiamento (22%) come uno dei tre principali ostacoli alla digitalizzazione. In Europa, i principali freni sono sicurezza (33%), gap di competenze (28%), regolamentazione (25%). 

Lavoro: l’engagement favorisce la produttività e garantisce futuro alle imprese

Se lo stipendio resta il nodo centrale, i lavoratori non guardano più solo al portafoglio. Quattro su dieci vorrebbero più benessere e condizioni di lavoro migliori, il 32,0% benefit aziendali, e il 26,9% maggiore flessibilità oraria e smartworking.

È fondamentale che le aziende comprendano come trasformare motivazione e coinvolgimento in leve strategiche per aumentare l’engagement, e di conseguenza, la produttività. Tra le possibili strategie, il 54,0% degli occupati chiede una retribuzione più competitiva. 
È quanto emerge dall’indagine “Engagement e produttività. Più produttività attraverso la leva della motivazione e del coinvolgimento sul posto di lavoro”, realizzata dal Censis e commissionata da Philip Morris Italia.

L’età incide sulla motivazione

Il 79,3% degli occupati si sente molto o abbastanza motivato. Tra di essi i più coinvolti sono gli over55, che cresciuti con l’idea del lavoro come valore identitario, dichiarano di essere molto motivati (37,5%).

Tuttavia, tra 18 e 44 anni la motivazione cala. In questa fascia d’età solo il 24,3% dichiara molto interesse verso la propria occupazione. Tra i fattori che possono portare una persona a perdere interesse per il proprio percorso professionale rientra il disallineamento tra le competenze possedute e le richieste del lavoro. Solo il 27,2% percepisce competenze pienamente allineate al ruolo che ricopre, mentre il 13,7% segnala forte disallineamento.
Anche questo fattore pesa di più sui 18-34enni (16,8%) rispetto agli over55 (6,3%).

Per gli over55 il lavoro è al centro della vita 

Quasi la metà degli intervistati (47,8%) afferma che il lavoro ha perso centralità o non è mai stato una priorità. A trainare questa visione sono i 18-44enni (54,1%), mentre il 66,3% dei senior resta ancorato al modello tradizionale. Emerge con forza la sensazione di disincanto, che mette sempre più in discussione il concetto tradizionale di lavoro come fulcro della vita sociale e personale. È quasi la metà dei lavoratori dipendenti a sentirsi regolarmente o sporadicamente distaccato, o poco coinvolto, durante le proprie attività lavorative, ma ancora più critico è il dato sui giovani: più della metà (53,9%) avverte questo problema.

A distanza di quasi 20 punti percentuali si pone invece la fascia degli over55 (34,4%), dimostrando maggiore coinvolgimento e stabilità emotiva nel rapporto con il lavoro.

Turnover e calo della produttività

Il disengagement si traduce in un dato eloquente: il 44,3% dei dipendenti ha considerato di cambiare occupazione. La percentuale tocca il 64,6% tra i più giovani.
Tra i motivi che spingono a considerare la possibilità di un cambio di lavoro i principali sono aumento del reddito (39,5%), stress o carico di lavoro eccessivo (28,7%), maggiore soddisfazione professionale (21,5%).

La disaffezione al lavoro implica quindi una serie di sfide per l’azienda, che può veder calare produttività e qualità delle prestazioni, contemporaneamente a un aumento del turnover.
Un lavoratore su tre (33,3%) crede che il disimpegno abbia un impatto significativo sui risultati dell’azienda in cui lavora, riducendo la produttività in modo evidente. Convinzione particolarmente diffusa negli over55 (45,2%), molto meno tra i più giovani (25,4%).