Menu Close

Autore: Dorothy Gonzaletti

Le aziende sono alla ricerca di profili specializzati in “green”

Sono in crescita gli investimenti delle aziende, nel 2021, nel segno della sostenibilità. E questa tendenza si riflette inevitabilmente anche sulle assunzioni, nel senso che i profili maggiormente ricercati hanno una connotazione “green”.  L’attitudine al risparmio energetico e alla sostenibilità ambientale si conferma come un requisito di base per entrare nel mercato del lavoro: nel 2021 le imprese hanno richiesto al 76,3% delle assunzioni programmate – pari a oltre 3,5 milioni di posizioni – competenze green, e nel 37,9% dei casi con un grado di importanza per la professione elevato. Lo rivela l’ultima edizione del volume “Le competenze green” del Sistema informativo Excelsior di Unioncamere e ANPAL, realizzata in collaborazione con il Centro Studi delle Camere di commercio G. Tagliacarne. 

Green Economy prioritaria

Nell’anno passato, infatti, si è assistito a un deciso recupero degli investimenti delle imprese nella Green Economy: il 24,3% delle aziende dell’industria e dei servizi ha investito in tecnologie e prodotti green (+3 punti percentuali rispetto al 2019) e il 52,5% ha investito in competenze green, ripristinando la dinamica positiva che si osservava prima della pandemia. Questi risultati sottolineano l’impegno delle imprese verso la transizione green, fattore  ancor più strategico oggi per superare le fortissime tensioni nel campo energetico dell’approvvigionamento delle materie prime per la guerra in Ucraina.

Le competenze green sempre più trasversali

Questo tipo di necessità, ovvero soddisfare una domanda di esperti in tutto ciò che riguarda la transizione verde, si esplica in diversi gradi a seconda dei comparti economici. Per l’industria, si evidenzia un’elevata richiesta di competenze green nel settore dell’estrazione minerali (sono necessarie per il 79,7% degli ingressi programmati), nel comparto del legno e del mobile (78,8%), nelle costruzioni (78,6%), nelle industrie chimiche, farmaceutiche e petrolifere (78,5%), per le public utilities (77,8%) e per la meccanica (76,8%). Nei servizi si rileva altrettanto strategica la green skill per la formazione (richieste all’84,6% delle entrate), commercio e riparazione autoveicoli e motocicli (84,4%), servizi avanzati e di supporto alle imprese (81,1%) e alloggio, ristorazione e turismo (80,9%).  Le competenze green sono dirimenti per gran parte dei mestieri legati al comparto dell’edilizia, quali ad esempio i tecnici e ingegneri delle costruzioni civili (competenze richieste con elevata importanza al 78,6% e al 71,2% delle entrate) e i tecnici della gestione dei cantieri edili (55%), chiamati a operare sia per la riqualificazione energetica del patrimonio edilizio già esistente, sia nella progettazione e costruzione di nuovi edifici ecosostenibili. Ma non solo, le competenze green sono decisive ai fini dell’assunzione di ingegneri elettronici e in telecomunicazioni (64,5%), tecnici gestori di reti e di sistemi telematici (57,8%), spedizionieri e tecnici della distribuzione (56,4%), tecnici chimici (52,6%), insegnanti nella formazione professionale (52,3%).

Economia del design in Italia: la sfida della sostenibilità 

In Italia il settore del design conta 30mila imprese e 61mila occupati, che nel 2020 hanno generato un valore aggiunto pari a 2,5 miliardi di euro. Imprese distribuite su tutto il territorio nazionale, con una particolare concentrazione nelle aree di specializzazione del Made in Italy: tra Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna e Veneto si localizza il 60% delle imprese. Secondo il rapporto sulla Design Economy della Fondazione Symbola, con Deloitte Private e POLI.design, tra le provincie primeggiano Milano (15% imprese e 18% valore aggiunto nazionale), Roma (6,7% e 5,3%), Torino (5% e 7,8%).

Milano si conferma capitale

La capitale del design italiano è Milano, capace di concentrare il 18% del valore aggiunto del settore sul territorio nazionale. Milano è anche sede del Salone del Mobile e del Fuorisalone, una delle più grandi manifestazioni al mondo dedicate al design, che quest’anno celebra la sua sessantesima edizione. Questa tendenza fa il paio con quella generale, visto che le imprese e i professionisti del design svolgono le loro attività prevalentemente nei centri metropolitani, dove hanno la possibilità di godere di una maggiore visibilità. Infatti, quattro su dieci realtà operano all’estero (44%, 8,9% extra UE), mentre la restante quota opera soprattutto a livello nazionale (45%) o solo su scala locale (10,8%).

La transizione ecologica

Essere davvero sostenibili implicherà saper uscire da una dimensione focalizzata solo sulla progettazione e sull’ottimizzazione di prodotti. Se la maggioranza dei progettisti e delle imprese del design si sente complessivamente preparato sul tema, dichiarando competenze di alto (33,9%) e medio livello (55,1%), l’offerta per la sostenibilità attualmente si concentra sulla durabilità (57,6%) e sulla riduzione dell’impiego di materie prime ed energia (43,4%). Il punto d’incontro tra domanda e offerta dei servizi di design si concretizza già oggi nella progettazione con materie prime più sostenibili e nell’ottimizzazione dell’utilizzo delle risorse. Tra i settori che trainano la domanda di servizi di design sostenibile ci sono soprattutto i comparti del Made In Italy. A primeggiare, il settore arredo (70%), seguito da automotive (56%), immobiliare (ceramiche, pavimenti, elementi strutturali, 38%), abbigliamento (30%) e agroalimentare (13,3%).  

La formazione
Quanto alla formazione dei futuri designer italiani, si tratta di un sistema formativo distribuito lungo tutto il Paese, con 81 istituti accreditati per un totale di 291 corsi di studio. Complessivamente, i designer formati sono 9.362, di cui due terzi risiedono al Nord, in particolare in Lombardia (49,8%).
La stima sul tasso di occupazione dei laureati magistrali in design a cinque anni restituisce un valore del 90%, superiore alla media del complesso dei laureati magistrali biennali in Italia. Di questi, l’84% svolge una professione coerente con l’ambito del design.

Comunicare durante la pandemia. Una ricerca di Eumetra

Oltre all’impatto negativo sull’economia, la pandemia ha influito sul benessere mentale dei cittadini. Le ricerche sociali condotte negli ultimi due anni hanno infatti analizzato i problemi e i cambiamenti provocati dalla pandemia. E in particolare, la nuova ricerca di Eumetra dal titolo Comunicare durante le emergenze, fa notare i progressivi turbamenti all’equilibrio psicologico di fasce sempre più ampie di popolazione.
Sono problemi non facili da rilevare, perché nelle dichiarazioni sullo status emotivo le persone tendono a difendersi, e a comunicare una discreta sopportazione. Negli approfondimenti, però, si manifestano insicurezze e bisogno di aiuto. Ciò però non avviene in tutti i segmenti, o quantomeno, non in modo analogo. Per capirlo non è sufficiente analizzare gli individui attraverso le caratteristiche strutturali sociodemografiche, perché queste creano segmenti omogenei solo per ‘una variabile’, quella in analisi.

Serve un approccio “multivariato”

La reattività dell’individuo è connessa al suo modo di pensare e di vedere la vita nelle sue varie manifestazioni. Per definizione, l’analisi della verità, e la comprensione, si devono affidare a un approccio ‘multivariato’. Attraverso questo approccio metodologico lo studio ha rilevato dati molto interessanti. Uno su tutti è che all’interno del 31% di popolazione che si di chiara ‘molto preoccupata’, la maggior parte si concentra nel segmento più elitario della popolazione. Questo dato risulta particolarmente sorprendente, perché significa che il cambiamento e lo stato di incertezza che i recenti eventi hanno prodotto hanno eroso anche le sicurezze di chi solitamente ha sufficienti strumenti culturali ed economici per superare i momenti di crisi. 

Un senso di abbandono e di isolamento

Questo senso di abbandono e di isolamento che è tuttora avvertito in modo particolare dal segmento più benestante della popolazione, ha dato luogo a un atteggiamento molto positivo nei confronti della pubblicità. Durante i mesi di isolamento è emerso che alcune tipologie di avvisi pubblicitari risultassero profondamente stonati, a fronte invece dell’apprezzamento di contenuti considerati empatici e autentici. Bisognosa di informazioni e aggiornamenti, i mezzi di comunicazione vengono percepiti dalla popolazione come strumento di connessione con il mondo e con gli altri.

Una predisposizione positiva nei confronti della pubblicità

E, anche a scopo compensatorio, si ha una predisposizione positiva anche nei confronti della pubblicità. Siamo stati isolati e ci siamo sentiti un po’ soli, abbiamo visto più televisione, e in generale, fruito di più mezzi. Abbiamo bisogno da una parte di colmare la distanza nelle nostre relazioni personali, dall’altra di sentire anche le aziende più vicine, dalla nostra parte. Comunicare durante un’emergenza è quindi complesso, ma anche molto apprezzato: è cruciale capire quali siano gli elementi valutati più positivamente e quali sono i target più affini a un determinato tipo di comunicazione.

Cloud per lo smart working, pagamenti digitali e cybersecurity: così le Pmi si scoprono digital

Inutile negare che la pandemia, con tutte le difficoltà che ha comportato, sia stata una leva che ha fatto accelerare i processi verso la digitalizzazione da parte delle piccole e medie imprese italiane. Ma quello che ne è derivato è senza subbio positivo. All’inizio della pandemia hanno puntato soprattutto sul cloud, per sostenere il lavoro dei dipendenti in smart working, e sui pagamenti elettronici per soddisfare la domanda crescente dei consumatori confinati nelle mura domestiche. Progressivamente, però, hanno volto l’attenzione alla cybersecurity, investimento che si sta rivelando quanto mai strategico nel contesto attuale. A mostrarlo è PidOsserva, l’Osservatorio nazionale dei PID – Punti Impresa Digitale, strutture istituite dalle Camere di commercio nell’ambito del Piano nazionale impresa 4.0. Alla base dell’analisi effettuata da Unioncamere e Dintec, le risposte che tra il 2018 e il 2021 oltre 40mila imprese hanno fornito a “SELF i4.0”, il test di autovalutazione della maturità digitale, presentate oggi nel corso di Orizzonti Live Lab 2022-IoRiparto, rassegna organizzata da IoRiparto in collaborazione con la Camera di commercio Chieti Pescara.
“La pandemia, con le restrizioni che ne sono derivate, ha accelerato la corsa degli imprenditori all’utilizzo del digitale. Sono quasi 450mila le imprese aiutate dai Pid delle Camere di commercio in questo percorso di innovazione ed i risultati cominciano a vedersi: il livello di maturità digitale delle nostre imprese è aumentato di circa il 9% rispetto al periodo pre-Covid”, sottolinea il segretario generale di Unioncamere, Giuseppe Tripoli. “E’ ancora marcata, però, la distanza tra le aree del Paese: le regioni del Mezzogiorno hanno una maturità digitale inferiore di oltre 10 punti percentuali rispetto a quelle del Centro-Nord. Un gap che dovrà essere ridotto anche grazie ai progetti del Pnrr”.

Il ruolo dei pagamenti mobili

Tra le tecnologie abilitanti per restare operativi anche da remoto, adottate dalle imprese,  la più diffusa è stata quella relativa ai “pagamenti mobili attraverso internet” (utilizzata oggi dal 41,3% delle imprese) che nel 2020 si collocava al 3° posto; al secondo posto segue il Cloud – al 1° posto nel 2020 – (pari al 39,1%) e al terzo posto la cybersecurity – 4° posto nel 2020 – crescendo progressivamente di importanza (pari al 35,8% degli utilizzi).Rispetto al 2018, le imprese che utilizzano il Cloud e i pagamenti elettronici sono aumentate di 8 punti percentuali; quelle che si avvalgono di strumenti di cybersecurity e che hanno avviato un e-commerce di 9 punti.

I risultati si vedono

Per le aziende che hanno saputo essere più smart, i risultati dei processi di digitalizzazione cominciano a vedersi: i più abili con le nuove tecnologie (i “Campioni digitali” e gli “Esperti”, cioè coloro che applicano con successo i principi dell’Impresa 4.0) sono aumentati di oltre 7 punti percentuali, passando dal 9,78% del 2018 al 17% del 2021. Gli “Specialisti”, che corrispondono a coloro che hanno digitalizzato buona parte dei processi, sono aumentati di 9 punti percentuali, salendo al 38,4% dal 29% di 4 anni fa. 
Il problema, però, è che, pur diminuendo, resta comunque elevata la quota di imprese ancora poco avvezza al digitale. Gli Esordienti, che hanno una gestione tradizionale dei processi aziendali, e gli Apprendisti, che utilizzano solo strumenti digitali di base, sono oggi circa il 45% rispetto ad oltre il 60% del 2018.

La cucina sostenibile: i 5 consigli per ridurre impatto e sprechi

Sostenibilità in ogni aspetto della nostra vita quotidiana, dalle scelte di acquisto che facciamo ai comportamenti che adottiamo:l’attenzione all’ambiente e la riduzione dell’impatto che noi abbiamo sul Pianeta sono oggi delle assolute priorità, condivise dalla gran parte dell’opinione pubblica. Eppure si può fare ancora molto, a partire dai piccoli gesti: ecco cinque facilissime regole per essere sostenibili in cucina, senza rinunce di sorta ma con un indubbio beneficio per il nostro mondo. Le dritte sono state fornite da HelloFresch, servizio di spesa online, e successivamente riprese da Ansa.

Sì alla spesa online e ai meal kit

Per essere più sostenibili in cucina, è opportuno fare la spesa online attraverso portali di comprovata serietà e che assicurano consegne a basse o zero emissioni. Ricevere ogni settimana la propria spesa direttamente a domicilio significa non utilizzare l’auto per andare al supermercato ma non solo. I meal kit, che contengono gli ingredienti già dosati per preparare le varie ricette, consentono anche di eliminare lo spreco alimentare assecondando appieno una filosofia che guarda alla sostenibilità e al rispetto dell’ambiente e delle sue risorse.

Puntare su metodi di cottura sostenibili

Per essere più sostenibili in cucina bisogna prestare attenzione anche ai metodi di cottura che si utilizzano per preparare i vari pasti a casa. Il forno non è di certo il massimo in quanto consuma moltissima energia elettrica, dunque quando lo si accende ci si dovrebbe organizzare in modo tale da cuocere contemporaneamente più di una pietanza. In quanto ai metodi di cottura più sostenibili, ne troviamo anche di innovativi ed originali come ad esempio quello che prevede di sfruttare le temperature della lavastoviglie. In questo caso, si mettono i cibi all’interno di vasetti di vetro ben sigillati e si inseriscono nell’elettrodomestico facendo partire il classico ciclo di lavaggio. Un metodo alquanto bizzarro, ma decisamente sostenibile che conviene provare!

Meglio la cera d’api della pellicola  

La sostenibilità in cucina deriva anche dalle piccole cose, come l’utilizzo dei fogli in cera d’api al posto della classica pellicola trasparente, impiegata per coprire vasetti, contenitori ed alimenti vari.

No alla plastica monouso

Naturalmente, evitare la plastica monouso è fondamentale per essere sostenibili in cucina: sappiamo tutti quanto questo materiale sia inquinante e difficile da riciclare. Meglio dunque non utilizzare piatti, bicchieri e stoviglie in plastica: piuttosto, se proprio occorrono accessori monouso, conviene acquistare quelli in carta o comunque ecologici.

Utilizzare gli scarti delle materie prime

Un ultimo consiglio per essere più sostenibili in cucina è quello di utilizzare gli scarti delle materie prime e in modo particolare quelli delle verdure. Si possono usare per preparare un ottimo brodo vegetale ad esempio, ma anche in altri mille modi: online si trovano diverse ricette per utilizzare gli scarti ed evitare di buttare quello che potrebbe ancora rivelarsi utile per preparare diversi manicaretti.

Imprese femminili: in Italia sono solo il 22%

A febbraio 2022 le imprese femminili sono 1.381.987, ma rappresentano solo il 22% delle imprese italiane. Il 76% è una Ditta Individuale, il 15% è una Società di Capitale, l’8% Società di Persone e un 1% è rappresentato da Associazioni iscritte in CCIAA (enti, fondazioni e società anonime). Quanto all’incidenza delle imprese femminili rispetto al totale delle imprese, le forme giuridiche con la quota più alta sono Società di persone (27%) e Ditte Individuali (26%). Si tratta di alcune evidenze emerse dall’analisi di CRIF condotta per comprendere lo stato dell’arte dell’imprenditoria femminile in Italia e quali sono le potenzialità messe a disposizione dal PNRR.
“In questa direzione va il decreto del 24 novembre 2021 che ha integrato le risorse a sostegno con i 400 milioni di euro previsti dall’investimento 1.2 ‘Creazione di imprese femminili’ dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza”, commenta Gaia Cioci, Senior Director di CRIF. 

La presenza ‘rosa’ nei diversi settori

Analizzando l’incidenza di imprese femminili nei vari settori economici, lo studio di CRIF presenta una situazione estremamente variegata. In dettaglio, il 40% delle imprese che operano nel settore dei lavori domestici è femminile, così come il 38% di quelle attive nella sanità, mentre quasi 1 impresa su 3 è femminile nei servizi di alloggio e ristorazione e di istruzione. Seguono, per incidenza, i settori agricoltura, attività immobiliare, noleggio e agenzie di viaggio e attività artistiche. L’attività manifatturiera e i servizi di informazione e comunicazione sono riconducibili nel 18% dei casi a imprese femminili. Alcuni settori rimangono però ancora appannaggio quasi totale di imprese maschili, come nel caso dell’estrazione di minerali, fornitura di energia elettrica, fornitura di acqua e costruzioni.

La distribuzione sul territorio

L’analisi territoriale mostra una distribuzione sufficientemente equilibrata tra tutte le regioni del Paese.
Quelle con la maggiore concentrazione di imprese femminili sono Basilicata, Molise, Umbria, con un’incidenza del 25% sul totale, seguite da Abruzzo, Calabria, Liguria, Sicilia e Valle d’Aosta con il 24%. Lombardia e Trentino Alto Adige registrano invece solo il 19% di imprese “rosa”, pur essendo regioni a elevata imprenditorialità. Discorso analogo per il Veneto, con il 20% di imprese femminili.

Digital attitude e investimenti previsti dal PNRR

L’investimento 1.2 dedicato alla Creazione di imprese femminili previsto dal PNRR si prefigge di sostenere la realizzazione di progetti aziendali innovativi per imprese già costituite e operanti a conduzione femminile, o prevalente partecipazione femminile, quali, ad esempio, la digitalizzazione delle linee di produzione o il passaggio all’energia verde. Per fotografare lo stato dell’arte CRIF ha sviluppato algoritmi basati sull’AI in grado di misurare il livello di digital attitude delle imprese, integrati all’interno della piattaforma proprietaria di marketing intelligence. Nello specifico, dal profiling delle imprese femminili emerge che l’88% di queste si caratterizza per una bassa digitalizzazione, contro un 61% della media nazionale. Inoltre, nelle fasce con livello medio-alto e alto di digitalizzazione ricade solo il 5% di imprese femminili, contro un 16,7% delle imprese totali.

Le famiglie ricominciano a chiedere prestiti, meno bene i mutui

Bene i prestiti, meno i mutui: sembra essere questo il primo bilancio dell’inizio del 2022. Il nuovo anno, infatti, si è aperto con una nuova contrazione del numero di richieste di mutui immobiliari, che hanno fatto segnare un eloquente -28,2% dovuto in primis al ridimensionamento delle surroghe, controbilanciato dalla vivacità dei prestiti, che nel complesso di finanziamenti personali e finalizzati hanno visto un incremento del +22,1% rispetto al corrispondente mese del 2021. Sono questi i principali dati che emergono dal Barometro CRIF sull’andamento delle richieste di credito da parte delle famiglie nel mese di gennaio.

Che prestiti chiedono gli italiani?

Nel mese di gennaio il comparto vede un aumento del +27,0% delle richieste di prestiti finalizzati all’acquisto di beni e servizi a fronte del +14,0% fatto segnare dai prestiti personali. Sulla dinamica in atto incide indubbiamente anche la costante crescita di richieste presentate da consumatori di età inferiore ai 35 anni, che nel complesso sono arrivati al 25,0% del totale (diventando così il segmento di popolazione maggiormente rappresentato, davanti ai 45-54enni, che pesano 24,4%). Un’ulteriore evidenza che emerge dallo studio di CRIF riguarda l’importo medio dei Prestiti richiesti, che nell’aggregato di personali e finalizzati nel primo mese dell’anno si è attestato a 8.191 Euro, -13,1% rispetto al valore del gennaio 2021 in virtù del peso crescente dei finanziamenti di piccolo taglio richiesti per sostenere acquisti di importo contenuto grazie ad offerte ancora vantaggiose. Entrando nel dettaglio, per quanto riguarda i prestiti finalizzati l’importo medio richiesto si è attestato a 5.535 Euro contro i 13.014 Euro dei prestiti personali.

Calano i mutui, ma cresce l’importo medio 

Come preannunciato, l’inizio dell’anno ha visto un calo nelle richieste di mutui, ma invece cresce a livelli record l’importo medio. In questo settore, dopo il calo fatto segnare nella seconda parte del 2021, anche il mese di gennaio resta in territorio negativo, con un -28,2%. In compenso a gennaio risulta in ulteriore crescita (+5,4%) l’importo medio dei mutui richiesti, che si è attestato a 143.030 Euro facendo segnare il record assoluto degli ultimi 10 anni. “Per quanto riguarda i mutui, il primo mese dell’anno ha fatto registrare un’accentuazione di alcuni trend già in atto negli ultimi trimestri” afferma Simone Capecchi, Executive Director di CRIF. “In particolare, l’andamento della domanda risente della contrazione del bacino di contratti per i quali risulta ancora conveniente la rinegoziazione e questo contribuisce anche a un innalzamento dell’importo medio richiesto. Al contempo, anche a gennaio si conferma la propensione degli italiani verso piani di rimborso più lunghi, con più dell’80% delle richieste che prevede una durata superiore ai 15 anni. L’incidenza degli under 35, infine, cresce ancora e arriva al 33,8% del totale contro il 29,5% di un anno fa”.

Twitter dice addio al limite dei 280 caratteri

Addio al limite dei 280 caratteri per i cinguettii: sembra che Twitter abbia intenzione di introdurre una nuova funzione, Articles, con cui gli utenti sarebbero liberi dal vincolo potendo così pubblicare sul loro profilo veri e propri blog. A suggerire la concretezza all’intenzione è l’insider Jane Manchun Wong, reverse engineer di Twitter, che ha pubblicato sul proprio profilo uno screenshot di Twitter Articles.
L’immagine indica che la nuova funzione sarebbe inserita in una sezione a parte dei profili, un po’ come attualmente succede per le audio chat di Twitter Spazi. Non è chiaro quando Twitter Articles sarà lanciato sulla piattaforma, ma negli ultimi mesi la compagnia di San Francisco ha introdotto, e spesso eliminato, diverse aggiunte alla propria offerta base. 

Un limite già “ritoccato” nel 2017

Oltre ai già citati Spazi, nel 2020 Twitter aveva lanciato i Fleets, vere e proprie ‘storie’ à la Instagram, che apparivano sulla parte alta del profilo, poi scomparsi l’anno successivo.
Di fatto, con Articles verrebbe meno un limite di caratteri che rappresenta la caratteristica principale del social cinguettante. Del resto, il limite era stato già ritoccato verso l’alto nel 2017, quando per tutti gli utenti dalle 140 battute stabilite dal giorno del lancio nel 2006, si era passati a 280.

Un tipo di post diverso dai comuni tweet

In ogni caso, per quanto riguarda il limite della lunghezza dei tweet, Articles permetterebbe di comporre messaggi più articolati, non conteggiando immagini o altri file multimediali allegati, e allungando ulteriormente il testo, potrebbe trattarsi di un tipo di post differente dai comuni tweet. Per ora comunque si tratta di funzionalità sperimentali alle quali il social network dell’uccellino sta lavorando, e non ci è dato di sapere se e quando saranno disponibili. Probabilmente è questione di mesi, per ora testate su pochi scelti dal social per verificare l’effettiva utilità delle funzioni in questione. 

Downvote, arrivano anche i non mi piace?

Ma oltre ad Articles, Twitter starebbe sperimentando anche l’introduzione dei downvote, vale a dire i non mi piace, funzione a cui Facebook ha sempre deciso di astenersi per evitare inutili discussioni. Basti pensare a social network ludici come Ludomedia, dove il tasto non mi piace spesso causa litigi e discussioni varie.
Twitter invece starebbe prendendo in considerazione l’idea di esprimere il proprio disappunto a un tweet. Tuttavia, come avviene con i non mi piace su Youtube, gli utenti non potranno conoscere quanti non mi piace ha ricevuto un post. Quindi solo l’autore potrà vederli, in questo modo si evitano non mi piace ingiustificati. Inosmma, Twitter vuole offrire agli utenti la possibilità di esprimere il disappunto ma con criterio.

Auto, fine anno nero per per le immatricolazioni

Soprattutto per colpa degli effetti della pandemia, a cui si aggiunge la carenza di semiconduttori, il mercato dell’auto fatica a riprendere quota a livello europeo. I numeri degli ultimi mesi non sono rosei nel Vecchio Continente, fatta eccezione per l’Italia dove la passione per la macchina di proprietà non sembra diminuire, anzi, soprattutto nei mesi finali del 2021. A dare i numeri del comparto è l’Acea, l’associazione delle case automobilistiche europee, che afferma che nell’ultimo anno quasi tutti paesi hanno visto cali importanti.

Flessioni a doppia cifra

Complessivamente, nell’Unione Europea le immatricolazioni di autovetture a dicembre sono diminuite del 22,8% a 795.295 unità, in calo per il sesto mese consecutivo. Ancora, riferisce il report, la maggior parte dei mercati ha subito cali a doppia cifra, compresi i quattro principali: Italia (-27,5%), Germania (-26,9%), Spagna (-18,7%) e Francia (-15,1%). Registrano invece dati in controtendenza solo Bulgaria, Croazia, Lettonia e Slovenia.
In totale, riporta ancora la nota ripresa da Askanews, nel 2021, le vendite di auto nell’Ue sono diminuite del 2,4% a 9,7 milioni di unità, peggiorando il record negativo del 2020 causato dalla pandemia. A pesare, spiega l’Acea, è stata la carenza di semiconduttori che ha avuto un impatto negativo sulla produzione durante tutto l’anno, ma soprattutto durante la seconda metà del 2021. In termini di volumi, lo scorso anno sono mancate all’appello 3,3 milioni di immatricolazioni rispetto ai livelli pre-crisi del 2019.

L’andamento sui 12 mesi premia l’Italia

Guardando all’intero anno, fra i quattro principali mercati dell’Ue, solo la Germania ha registrato un calo (-10,1%) nel 2021. Al contrario, l’Italia ha registrato l’aumento più alto (+5,5%), seguita da Spagna (+1,0%) e Francia ( +0,5%). Ma quali sono le marche di automobili preferite dai compratori dell’Unione Europea? Al primo posto di questa classifica delle case auto si piazza Volkswagen, che nel 2021 raggiunge una quota di mercato del 25,1% e 2,43 milioni di auto vendute (-4,8%). Dopo la tedesca, si collocano Stellantis al 21,9% con 2,12 milioni di auto vendute (-2,1%) e Renault al 10,6% con un milione di auto vendute (-10,2%). Percentuali tutte in positivo per la questa classifica, Hyundai, che grazie a una forte crescita guadagna una quota di mercato dell’8,5% con 828mila auto vendute (+18,4%).

Riscatto laurea agevolato: come richiederlo?

Come fare domanda per il Riscatto laurea agevolato? Basta andare sul sito dell’Inps, dove la procedura per arrivare prima alla pensione con un costo ridotto è piuttosto semplice. La recente realizzazione del portale Riscatti e ricongiunzioni, permette di ottenere una simulazione dell’onere di riscatto, cioè del costo del ‘recupero’, ai fini della pensione, degli anni del corso di studi universitario, ricorda laleggepertutti.it. 
Innanzitutto, è necessario verificare se il corso legale di laurea si colloca in un periodo da valutare con sistema retributivo di calcolo della pensione, nella maggior parte dei casi, se raggiunti 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995 il calcolo retributivo si applica fino al 31 dicembre 2011, e l’onere del riscatto si calcola col sistema della riserva matematica.

Come si invia la domanda?

Se, invece, il corso legale di laurea si colloca in un periodo da valutare con sistema contributivo di calcolo della pensione, si può utilizzare per il calcolo dell’onere sia il sistema percentuale sia il sistema forfettario-agevolato, che comporta un costo di 5.264,49 euro per ogni anno da riscattare. Qualora il periodo del corso di studi debba essere valutato con sistema di calcolo retributivo si può comunque utilizzare il sistema forfettario agevolato. La domanda di riscatto degli anni del corso di studi universitario può essere inviata: tramite il sito web dell’Inps, il call center dell’Inps, chiamando il numero 803.164 o 06.164.164 da cellulare, o tramite un patronato.
Se si desidera presentare una domanda di riscatto autonomamente, bisogna accedere al portale web dell’istituto tramite le proprie credenziali dispositive (Spid, Coe o Cns) e seguire il percorso: ‘Prestazioni e servizi’, ‘Servizi’, ‘Portale riscatti -ricongiunzioni’.

Modalità di calcolo dell’onere di riscatto

Utilizzando la sezione ‘Modalità di calcolo’, si può impostare la modalità di determinazione dell’onere di riscatto.
Si può richiedere che il costo del riscatto sia determinato con sistema percentuale (la retribuzione assoggettata a contribuzione negli ultimi 12 mesi viene moltiplicata per l’aliquota contributiva vigente nella gestione interessata dall’operazione, alla data di presentazione della domanda, nonché per il numero di anni da riscattare), o con sistema forfettario-agevolato (il livello minimo imponibile annuo presso la gestione Commercianti viene moltiplicato per l’aliquota di computo vigente presso il Fondo pensione dei lavoratori dipendenti, pari al 33%, nonché per il numero di anni da riscattare).

Come pagare il costo del riscatto?

L’onere di riscatto si può pagare utilizzando l’Avviso di pagamento pagoPA, stampabile attraverso il Portale dei pagamenti, accedendo al sito dell’Inps tramite le proprie credenziali di autenticazione dal percorso: ‘Prestazioni e servizi, Servizi, Portale dei pagamenti, Riscatti Ricongiunzioni e Rendite, Entra nel servizio’.
In alternativa, si può richiedere l’invio tramite posta o e-mail dell’avviso di pagamento pagoPA al call center dell’istituto.
L’avviso di pagamento pagoPA si può saldare online dal sito dell’Inps, utilizzando la carta di credito/debito, l’addebito in conto corrente o altri metodi di pagamento. Oppure, in banca, tramite home banking, alle Poste o presso esercenti convenzionati, o con addebito diretto sul conto.